L’insostenibile leggerezza della sharing economy

Se la sharing economy aveva, in teoria, nobili origini, l’uso ha mostrato, nella pratica, intenti molto più plebei
L’insostenibile leggerezza della sharing economy

L’idea, alla base della sharing economy, è geniale quanto semplice: ho un bene di cui faccio un uso parziale, o addirittura nullo, e lo condivido con gli altri. In una “economia collaborativa” tutti – sulla carta – ci guadagnano: chi offre e condivide, che ha comunque una spesa fissa da affrontare ma può avere un piccolo ritorno economico, e chi cerca e usufruisce, che paga un costo ridotto per un servizio “amatoriale”. E ci guadagna anche l’intero ecosistema, visto che con la condivisione si riducono gli sprechi e si ottimizzano le risorse. Su questo modello economico virtuoso sono nati molti servizi, spesso legati alle necessità “base”: dormire (AirBnb), muoversi (BlaBlaCar e, in senso trasversale, Uber) e persino mangiare (Gnammo).

Se la sharing economy aveva, in teoria, nobili origini, l’uso (o meglio l’abuso) ha mostrato, nella pratica, intenti molto più plebei: non una condivisione amatoriale, ma spesso un servizio professionale “parallelo” agli equivalenti ufficiali. Con il vantaggio di non dover rispettare permessi o normative severe (come per alberghi e ristoranti) oppure di non dover pagare licenze di ingresso (come per i taxi). Un altro “plus” è che, sfruttando una legislazione lacunosa, molto spesso questi servizi possono essere erogati in “nero”, con introiti esentasse, o quasi. Da un semplice reddito integrativo per i singoli, alla fine la sharing economy è diventata un’attività economica vera e propria per pochi. Le accuse di concorrenza sleale, mosse dalle associazioni di categoria, sono quindi più che comprensibili; e confronti spesso molto duri (come quello dei tassisti contro Uber) stanno portando a una situazione paradossale. Da un lato l’Europa spinge per lo sviluppo dell’economia collaborativa, dall’altro l’Italia, e non solo, frena, eliminando i servizi (come Uber) oppure fissando paletti talmente stringenti, per il “normale” utente, da bloccare di fatto il servizio.

La sharing economy è quindi morta? Ovvio che no, ma se la soluzione è questa, di sicuro verrà ri-dimensionata. E, a perdere, saremmo tutti noi.

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Sul pianeta Terra dal 1971, in PC Professionale dal 2000, appassionato da sempre di tecnologia, (buona) cucina e viaggi.
Un commento
  • lansdale
    17 novembre 2016 at 15:59
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    l’economista americano Reich ha coniato la definizione,per me molto valida,di economia di condivisione delle briciole..briciole per quelli che lavorano con Uber etc..i fondatori sono tra i nuovi miliardari,quindi niente di nuovo ma tanta ipocrisia

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