Molti annunci di nuovi prodotti ma scarse tecnologie di tendenza per un Consumer Electronics Show un po’ sotto tono
Mentre mi appresto a scrivere questo editoriale si è appena concluso il Consumer Electronics Show (abbreviato in Ces) di Las Vegas, la più importante manifestazione mondiale sui prodotti di elettronica consumer e informatici. Sia per il periodo in cui si svolge, a inizio gennaio, sia per la forza e la centralità del mercato americano (che non è solo quello statunitense) il Ces ha negli anni assunto un’importanza tale da divenire il punto di riferimento per gli operatori del settore, che attendono proprio questo evento per fare annunci strategici di prodotti che vedranno la luce a breve-medio termine. Per questa ragione il Ces è il luogo ideale per chi opera nella comunicazione e vuole capire dove porterà l’evoluzione tecnologica.
Quindi cosa è scaturito dal cappello magico dell’ultima edizione? In realtà poco. Sarà per il momento di crisi dei mercati, sarà che le aziende stanno consolidando le attuali tecnologie, ma di annunci epocali non ce ne sono stati. Evoluzioni sì, ma non rivoluzioni.
Come nel settore dei televisori dove si sono visti, finalmente, i primi Oled di grandi dimensioni (ben 55 pollici). Se ne parla da anni e nel 2011 sono stati prodotti un po’ di modelli, carissimi, da 13/15” che facevano intuire cosa si potesse ottenere con gli Oled. Ora, con i 55” si vede immediatamente cosa possono fare ed è evidente la differenza di qualità nel confronto con i migliori modelli Lcd/Led della stessa dimensione. Insomma, questi Oled sono prodotti bellissimi e costosissimi (si parla di almeno 8.000 dollari per un 55”) che, secondo me, diventeranno appetibili per chi ha un budget “umano” solo nel Natale del 2013.
E il 3D senza occhiali? Sembra sparito, forse perché chi sta sviluppando la tecnologia si è accorto che gli attuali prototipi sono ideali per prodotti con schermi piccoli, per i quali sono già stati realizzati oggetti commerciali (gli smartphone 3D di Htc e Lg, e la console portatile 3DS di Nintendo) ma che su schermi di grandi dimensioni la qualità ottenibile è scarsa e di contrappasso ci si stanca velocemente la vista. Quindi per ora tutto tace in attesa di nuove scoperte. Qualche novità in più, invece, per l’evoluzione dell’alta definizione, chiamata tecnologia 4K, in grado di offrire una risoluzione quattro volte superiore all’attuale Full HD. Anche in questo caso si tratta di prototipi di cui si è già parlato e che ora finalmente fanno la loro comparsa come prodotti funzionanti ma che son previsti per un futuro abbastanza remoto, sia perché per ora costano troppo sia perché per molto tempo ancora non ci saranno contenuti a 4K con cui sfruttarli. Pensate anche a questo: se per la miglior qualità in Full HD occorre un disco Blu-ray da circa 50 Gbyte, cosa servirà per contenere tutti i dati di un film in 4K? Un disco da 1 Tbyte?
Il settore che ha proposto più prodotti nuovi (ma non innovativi) è quello dei tablet. Ce n’erano di tutti i tipi, con varie dimensioni dello schermo e soprattutto vari sistemi operativi. In attesa dell’iPad 3 che, secondo voci insistenti, dovrebbe vedere la luce dei banchi di vendita e le code degli acquirenti in marzo, al Ces le novità più interessanti erano due. Innanzitutto la nuova versione del sistema operativo del tablet Black Berry che dovrebbe rivitalizzare le scarse vendite del prodotto di Rim dovute anche ai moltissimi problemi di gioventù, come il mancato supporto alla posta elettronica (la funzione che ha decretato il successo di Rim negli ambienti professionali). E poi i primi tablet con Windows 8. Sì, proprio il nuovo sistema operativo di Microsoft che sarà rilasciato entro l’autunno e che al Ces era più presente sui tablet che sui desktop. Poche, invece, le novità dal fronte Android, anche perché la nuova versione del sistema operativo, la 4.0, era stata annunciata prima del Ces.
Concludo con una provocazione: abbiamo trovato le innovazioni più interessanti dove non ci aspettavamo di trovarne. Frigoriferi con grandi schermi che fanno la lista della spesa o suggeriscono i cibi da consumare in base alla scadenza dei prodotti o alla dieta che si sta facendo; lavatrici con collegamenti Wi-Fi che inviamo messaggi sullo smartphone per informarvi sullo stato del lavaggio e che si connettono a Internet per controllare le fasce orarie delle tariffe energetiche e farvi consumare meno. Forni che “leggono” le ricette e impostano automaticamente il tipo e il tempo di cottura. E le App dagli smartphone/tablet sono prima passate ai televisori e ora sbarcano sugli elettrodomestici intelligenti. Che l’informatica si sia spostata in cucina?
A meno di due mesi dal debutto del Kindle Store su Amazon.it, sono già oltre 18.000 gli eBook in italiano messi a catalogo. La società di Jeff Bezos, con la sua libreria digitale e il piccolo lettore a tecnologia E Ink, ha dato avvio alla campagna di conquista del mercato del libro elettronico anche nel nostro Paese.
L’1 dicembre 2011 sarà ricordato come una data importante per il mondo dell’editoria elettronica italiana: a un anno dal debutto di Amazon.it, portale nazionale del colosso mondiale dell’ecommerce, ha aperto ufficialmente i battenti anche nel nostro Paese il Kindle Store, la libreria digitale dell’azienda di Seattle. Affiancando l’enorme offerta di titoli già presenti nel tradizionale formato cartaceo
e il milione di eBook in inglese e altre lingue, il Kindle Store ha esordito in grande stile con una selezione di oltre sedicimila volumi elettronici in Italiano, pressoché l’intera produzione nazionale al momento. Insieme agli eBook non poteva mancava il lettore Kindle, anch’esso finalmente acquistabile sullo store italiano e non più su quello statunitense.
Dei tre nuovi modelli lanciati da Amazon qualche mese fa negli Usa (i due eBook reader dedicati di quarta generazione Kindle e Kindle Touch più il tablet Kindle Fire), per ora l’unico venduto in Italia è la versione base, dotata di un display da 6” a tecnologia E Ink Pearl e di connettività Wi-Fi integrata per l’accesso diretto e l’acquisto di contenuti sullo store. Bisognerà aspettare ancora un po’ per avere anche il Kindle Touch e il tablet Fire, l’unico vero rivale dell’iPad negli Usa. Certamente, i 99 euro chiesti da Amazon per il suo eReader hanno rappresentato un duro colpo per la concorrenza, tanto che nelle catene della grande distribuzione e in altri store online abbiamo iniziato ad assistere a un ribasso importante dei prezzi, come logica di mercato impone. Ma dopo la mossa di Amazon non sono in allarme solo i competitor diretti nel settore eBook ed eReader, lo sono anche le società di ecommerce, che potrebbero subire un’ulteriore emorragia di clienti, catturati, complice proprio il Kindle, nella rete di Amazon. Perché chi ha un Kindle – che per inciso è stato il best seller di Amazon.it nel periodo natalizio – deve comprare tutti gli eBook sul Kindle Store e perciò è indotto a stazionare nelle terre di Amazon e ad acquistare altri tipi di beni dal gigantesco catalogo di prodotti, proposti a prezzi competitivi e recapitati a costo zero tramite una rete di consegna super efficiente. Prezzi bassi, vasta scelta di prodotti e cura verso il cliente sono, dopotutto, i cardini della old economy che Amazon ha trasferito nell’era dell’ecommerce.
Il successo dell’ecosistema Kindle risiede proprio nella qualità e completezza dell’offerta, all’insegna di quel binomio hardware proprietario più contenuti che, in modo analogo, è risultato vincente anche nel caso di Apple. Quella di Amazon è una libreria ricca di titoli in costante aggiornamento, ben organizzata e consultabile da Pc e in mobilità, supportata da un lettore dedicato user-friendly che offre un’esperienza di lettura assimilabile a quella di un tradizionale libro cartaceo (almeno per le opere di narrativa) e da una serie di applicazioni software che permettono, a chi il Kindle non ha, di leggere anche su Pc o Mac e su smartphone e tablet basati su iOS, Android, Blackberry e prossimamente Windows Phone 7.
Tutto ciò nonostante il sistema sia chiuso. Gli eBook sono codificati nel formato proprietario Azw, compatibile con i soli lettori Kindle (hardware e software) e sono gravati da un lucchetto digitale (Drm) che restringe la fruizione dei contenuti sotto diritti ai soli strumenti di lettura autorizzati da Amazon e intestati allo stesso utente.
Il Kindle Store, Amazon contro tutti
Con l’apertura dell’eBookstore della società di Jeff Bezos, il mercato italiano dell’editoria elettronica è attualmente spartito tra:
1. La costellazione di store online, tra loro in competizione, che vendono eBook nel formato ePub e, in subordine, Pdf e utilizzano il Drm di Adobe come tecnologia di protezione dei contenuti.
2. Apple, con l’iBookstore, i dispositivi iOS e gli eBook in formato ePub, lo standard adottato dall’International Digital Publishing Forum, protetti con un Drm proprietario.
3. Amazon, con l’ecosistema Kindle e gli eBook codificati nel formato Azw con Drm proprietario.
Abbiamo quindi un sistema aperto, quello dei sostenitori di ePub e del Drm Adobe, e due sistemi chiusi, quelli di Apple e Amazon. Nel primo caso, l’utente è libero di acquistare i contenuti dove meglio crede e può “consumarli” con qualunque eReader dedicato, device multifunzione o software che sia compatibile con ePub e con il Drm Adobe (si veda l’articolo “eBook, le librerie online italiane” sul numero 249 – mese di Dicembre 2011 – della rivista). Dal canto suo, il Kindle non supporta il formato ePub, mentre per Pc, Mac, iPhone, iPad e il mondo Android sono disponibili software di lettura gratuiti.
Nel caso di Apple, i libri elettronici sono venduti solo attraverso l’iBookstore. La libreria è accessibile dal software iTunes per Pc e Mac oppure dall’applicazione gratuita iBooks per i dispositivi mobili basati su iOS.
Gli eBook protetti, però, sono leggibili esclusivamente sui device mobili di Apple, perché non è stata ancora rilasciata una versione di iBooks per Pc e Mac né per altre piattaforme.
La soluzione della Mela, allo stato, è la meno flessibile delle tre. Ma le cose potrebbero cambiare se, dando voce alle indiscrezioni circa l’evento Apple programmato il 19 gennaio a New York, Cupertino farà ingresso nel settore dell’editoria elettronica scolastica negli Usa: è difficile pensare che questa mossa – che potrebbe trasformarsi in un enorme successo di mercato – non sarà accompagnata anche dal rilascio di un’applicazione di lettura per computer desktop e notebook.
Il neonato Kindle Store italiano è partito in ritardo di un anno rispetto alle piattaforme commerciali alternative. Ma Amazon ha preparato molto bene l’entrata in scena, proponendo sin dall’inizio un catalogo pressoché completo dei titoli elettronici nella nostra lingua e scegliendo una strategia aggressiva per lanciare il proprio eReader e l’intero servizio, rodato da anni di successi nei Paesi di lingua anglosassone. A nostro parere, non c’è al momento un lettore di eBook dedicato che offra un miglior rapporto qualità/prezzo del Kindle e che si integri in modo così compiuto con l’infrastruttura di riferimento. Senza dimenticare che, a differenza di Apple, Amazon non ha limitato la fruizione dei contenuti al solo hardware proprietario, ma ha sviluppato soluzioni software di lettura compatibili con tutte le architetture desktop e mobili esistenti (vedere box a pag. 108).
Il “servizio di lettura” di Amazon comincia con l’offerta di eBook in lingua italiana, cresciuto in poco più di un mese dai sedicimila titoli iniziali a oltre diciottomila, in pratica la produzione digitale schierata di tutti i principali editori nazionali, sommata ai volumi realizzati dagli autori indipendenti attraverso piattaforme di autopubblicazione come Amazon Kindle Direct Publishing https://kdp.amazon.com) e Narcissus, l’iniziativa della Simplicissimus Book Farm. A ciò si affiancano più di un milione di eBook in lingua straniera, prevalentemente inglese, cui è dedicata una sezione separata dello store. La homepage della libreria, ricca e vivace, offre diverse opzioni per trovare gli eBook desiderati: attraverso ricerche testuali tramite parole chiave, la navigazione del catalogo per categorie e generi letterari o seguendo i collegamenti diretti a bestseller, novità, titoli in primo piano, consigli della redazione e offerte speciali. (…)
Estratto dal numero 251 di febbraio 2012 ora in edicola
I nuovi dispositivi Wi-Fi 802.11n sfruttano appieno la terza antenna per portare il limite teorico di velocità a 450 Mbps. Le prestazioni reali? Scopriamole assieme con la prova di cinque router di ultima generazione.
Uno dei motivi per cui le reti locali senza fili hanno conquistato il mercato negli ultimi dieci anni è stata la presenza di uno standard consolidato che ha fornito ai produttori, e quindi agli utenti, una piattaforma tecnologica comune e permesso a migliaia di dispositivi, anche molto diversi tra loro, di comunicare senza difficoltà. All’inizio si trattava di personal computer, poi di stampanti e altri apparati di rete, quindi di smartphone, tablet e persino elettrodomestici. Oggi il termine Wi-Fi è di fatto un sinonimo di Wlan (Wireless Local Area Network), ma all’interno di questa grande famiglia non mancano sotto-standard e specifiche differenti.
Prima ancora di affrontare questo discorso è importante sottolineare una sottile ma sostanziale precisazione: il termine Wi-Fi identifica un marchio della Wi-Fi Alliance che garantisce l’aderenza dei prodotti wireless a determinate specifiche e quindi l’interoperabilità tra dispositivi prodotti da case differenti. Gli standard veri e propri su cui si basano le reti wireless locali sono invece emanati dall’IEEE (Institute of Electrical and Electronic Engineers) e identificati dalla sigla 802.11.
Esistono diversi standard 802.11. Una prima distinzione può essere fatta tra le specifiche di differente generazione che si susseguono nel corso degli anni. Così, il primo standard di successo commerciale in Europa è stato l’802.11b, affermatosi all’inizio del nuovo millennio e che offre velocità di punta di 11 megabit al secondo.
Nel 2003 è stata la volta dell’802.11g, che ha alzato la soglia di velocità a 54 Mbps, mantenendo la retro-compatibilità con i dispositivi di generazione precedente. Dopo un lungo periodo di attesa per le specifiche definitive, nel 2009 è stato approvato l’attuale standard 802.11n che, sino a qualche mese fa, identificava prodotti in grado di raggiungere velocità massime teoriche di 300 Mbps.
In realtà le specifiche 802.11n definiscono schemi di trasmissione differenti, in grado di alzare la soglia massima di velocità a 600 megabit al secondo. In parole povere, i prodotti 802.11 a 300 Mbps non sfruttano lo standard al massimo delle sue potenzialità, come vedremo tra poco nel dettaglio.
Un’altra importante distinzione tra gli standard 802.11 riguarda le frequenze utilizzate per le trasmissioni: 802.11b, g ed n sfruttano infatti la banda 2,4 GHz, storicamente di libero uso in Europa e quindi da subito adottata dall’IEEE per evitare il sistema di licenze che avrebbe ostacolato il mercato. In America contemporaneamente all’802.11b è stato invece lanciato lo standard 802.11a, che si basa sulle frequenze nell’intorno dei 5 GHz. Questa porzione di spettro non era inizialmente utilizzabile in Italia ed in altre nazioni e quindi non è stata adottata. In seguito i 5 GHz sono stati liberalizzati anche nel nostro Paese e così sono stati distribuiti anche da noi i primi prodotti a 5 GHz. Oggi molti dispositivi 802.11n possono operare nella cosiddetta modalità dual-radio, ovvero sia a 2,4 che a 5 GHz.
Oltre i 300 Mbps
Sin dai tempi delle prime specifiche non ufficiali, lo standard 802.11n ha adottato una serie di tecniche atte ad incrementare le prestazioni delle reti locali senza fili, non solo dal punto di vista della velocità, ma anche da quella della portata del segnale radio. Una delle innovazioni più importanti è stata l’introduzione delle modalità di trasmissione Mimo (Multiple Input Multiple Output), che sfruttano più antenne in trasmissione e ricezione per massimizzare le performance.
Gli apparati Mimo sono utilizzati dalle reti 802.11n in più modi: attraverso il beam forming (modellazione del raggio) si ottimizzano le trasmissioni verso determinate direzioni nelle quali è rilevato il ricevitore, la ricezione in diversità permette di incrementare la portata sfruttando a proprio vantaggio i cammini multipli delle onde radio dovuti alle riflessioni delle medesime sulle superfici che ostacolano la comunicazione in ambienti chiusi. Lo Spatial Division Multiplexing (Sdm), infine, incrementa la velocità massima di trasmissione suddividendo i dati in flussi che vengono trasmessi indipendentemente sul canale radio e poi ricostruiti a destinazione.
Quest’ultima tecnica richiede un’antenna per ogni flusso, sia dal lato della trasmissione che da quello della ricezione. Utilizzando al massimo le altre tecniche di modulazione, codifica e trasmissione messe a disposizione dallo standard, i prodotti 802.11n possono fornire sino a 150 megabit al secondo per ogni flusso Sdm utilizzato. I prodotti main stream diffusi sul mercato negli ultimi anni sfruttano due flussi e quindi forniscono una velocità massima teorica di 300 Mbps; allo stesso modo, i modelli più economici utilizzano un unico flusso, fermandosi a 150 Mbps.
I nuovi dispositivi come quelli provati in questa rassegna alzano la soglia di velocità a 450 Mbps proprio sfruttando tre flussi. Lo standard prevede al massimo l’utilizzo di quattro flussi, da cui la velocità massima di 600 Mbps, non ancora implementata da dispositivi in commercio.
Il numero di flussi utilizzabili dagli apparati non dipende solo dal numero di antenne, ma anche dall’apparato radio che le gestisce. Ne deriva che non tutti i prodotti dotati di tre antenne possono gestire tre flussi. Lo standard 802.11 prevede una notazione sintetica per indicare le capacità di trasmissione in questo ambito: a x b : c, dove a indica il numero di antenne utilizzabili in trasmissione, b quello delle antenne sfruttabili in ricezione e c la quantità di flussi Sdm indirizzabili. (…)
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Per analizzare le prestazioni dei router in prova ci siamo avvalsi come di consueto di IPerf http://sourceforge.net/projects/iperf/), un benchmark che simula il trasferimento di dati su protocollo Tcp/IP per registrare il throughput, ovvero la velocità di comunicazione effettiva disponibile alle applicazioni.
I test sono effettuati utilizzando due personal computer: il primo è collegato al router in esame tramite cavo, sfruttando quindi l’interfaccia Gigabit Ethernet; il secondo utilizza invece il collegamento wireless e viene collocato in diverse postazioni per registrare le performance al variare della distanza tra access point e client. Quest’ultimo è basato sulla piattaforma Intel Intel WiFi Link 5300 AGN, uno dei primi apparati certificati per le comunicazioni wireless a 450 megabit al secondo. Entrambi i personal computer utilizzati operano con sistema operativo Windows 7 Professional a 32 bit.
Il nuovo ambiente di test che abbiamo approntato per i dispositivi Wi-Fi prevede quattro postazioni di prova: la prima (A) colloca il client a 5 metri dal router e non prevede alcun ostacolo frapposto tra i due apparati radio. Nella seconda posizione (B) la distanza lineare resta di 5 metri, ma in questo caso il client è collocato al piano inferiore rispetto all’access point, e quindi tra i due terminali vi è la soletta dell’edificio. Per le prove in postazione B non abbiamo volutamente modificato l’orientamento delle antenne dell’access point, lasciandole in posizione verticale sui router con terminali esterni.
La terza postazione (C) porta il client wireless a 10 metri circa dall’access point. In questo caso i due dispositivi tornano sullo stesso piano, ma sono collocati in due locali adiacenti e tra di essi si trovano due pareti non portanti. Nell’ultima posizione (D), la distanza tra gli apparati sale a 20 metri, e inoltre in linea d’aria tra di essi si frappongono due pareti portanti e una terza non portante.
Tutti i test si sono svolti con crittografia Wpa2/Aes abilitata e in modalità “802.11n only” quando disponibile. Per ognuna delle postazioni di prova abbiamo lanciato una sessione di trasferimento della durata di 180 secondi, riportando i risultati a intervalli di 5 secondi.
In questo modo oltre alla throughput medio è possibile evidenziare la stabilità della banda a disposizione. Per saturare il canale abbiamo impostato IPerf in trasmissione dati su due flussi paralleli. (…)
Estratto dal numero 251 di febbraio 2012 ora in edicola
Radeon HD 7970, tutte le novità dell’architettura Southern Islands. Quattro generazioni di schede grafiche AMD a confronto: come cambiano le prestazioni in ambiente 3D.
Il 2011 che ci siamo da poco lasciati alle spalle è stato un anno inconsueto per il settore dell’hardware grafico e l’anomalia emerge in modo ancor più evidente quando si focalizza l’attenzione sul settore dei prodotti per sistemi desktop. AMD e Nvidia ci avevano abituati a una cadenza molto più serrata, indicativamente sei mesi, tra una generazione di architetture e quella successiva; nel 2011 abbiamo assistito a una brusca frenata e a una prolungata assenza di novità sia tecnologiche che di prodotto.
È difficile individuare con certezza quali siano state le cause di questo cambio di passo, ma la crisi economica, l’incapacità da parte del software di sfruttare al massimo l’hardware e il buon livello generale di prestazioni offerto dalle schede grafiche esistenti sul mercato sembrano aver placato la fame di aggiornamento degli utenti.
I dati ottenuti attraverso la piattaforma di distribuzione digitale Steam, che raccoglie circa 40 milioni di utenti con una media di presenza online simultanea pari a 5 milioni circa, mostrano comunque cambiamenti importanti. In primo luogo è raddoppiata la percentuale di schede grafiche DirectX 11 con una riduzione più marcata delle soluzioni DirectX 10 rispetto a quelle DirectX 9, segno che sono molte le vecchie configurazioni desktop e i notebook che vengono rimpiazzati solo quando non più funzionanti e che se funzionano non vengono aggiornate. Analizzando nel dettaglio la fisionomia delle soluzioni DirectX 11 si osserva una crescita molto evidente di Nvidia che lo scorso anno soffriva ancora del ritardo accumulato nella commercializzazione dell’ultima serie di schede GeForce GTX e che oggi ha recuperato tutto il terreno perso.
Guardando agli ultimi due anni e mezzo con occhio tecnologico possiamo affermare che i cambiamenti sono stati moltissimi, un segno che dimostra quanto il settore della grafica e di tutti i prodotti destinati alla multimedialità sia estremamente attivo. Dalle DirectX 9 si è passati alle DirectX 10 e infine alle DirectX 11 sul finire del 2009 con l’arrivo di Windows 7. Questo ha contribuito all’evoluzione dei processori grafici che hanno imboccato una strada che li ha avvicinati in modo progressivo al mondo dell’elaborazione general purpose, indicata con l’acronimo GpGpu quando si riferisce in modo esplicito all’utilizzo dei sistemi grafici utilizzati per svolgere elaborazioni tipiche delle Cpu. Il successo delle architetture grafiche superscalari capaci di una potenza di calcolo impressionante è stato possibile anche grazie alle innovazioni nel campo di lavorazione del silicio. A differenza delle Cpu, le Gpu utilizzano molti più transistor dedicati all’architettura rispetto a quanti ne sono impiegati in una Cpu classica (in queste molto spazio è occupato da transistor dedicati alle cache di secondo e terzo livello). Ciò comporta un consumo energetico elevato che richiede soluzioni specifiche di alimentazione e di raffreddamento.
Oggi grazie alla tecnologia di produzione a 28 nanometri è possibile stipare più di 4,3 miliardi di transistor in circa 365 millimetri quadrati di silicio assicurando un livello di prestazioni superiore a quello passato, un consumo sotto carico in linea con gli standard di alimentazione esistenti (250 watt) e uno a riposo capace di scendere sotto la soglia dei 3 watt. Nel 2008 con il processo produttivo a 55 nanometri i consumi a riposo si attestavano intorno ai 90 watt, mentre nel 2009 e 2010, grazie all’introduzione della tecnologia a 40 nanometri, è stato possibile scendere fino alla soglia dei 20 watt. Nel frattempo il numero di transistor è cresciuto vertiginosamente: basti pensare che la precedente generazione AMD si fermava a 2,6 miliardi di transistor. (…)
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Per analizzare le prestazioni del Radeon HD 7970 e delle schede grafiche AMD che lo hanno preceduto nel corso di questi ultimi due anni e mezzo, abbiamo approntato una piattaforma di fascia intermedia dall’ottimo rapporto tra prezzo e prestazioni. Un processore Intel Core i7 2700K installato su una scheda madre con chipset Intel P67; la configurazione è stata completata con 8 Gbyte di memoria Ddr 3 operanti alla frequenza equivalente di 1.600 MHz e un disco Ssd Intel X25-M con capacità di 80 Gbyte. Il sistema operativo Microsoft Windows 7 a 64 bit in versione Home Premium è stato aggiornato con Service Pack 1, Windows Update e con le patch relative alle precedenti versioni delle librerie DirectX.
Ciascuna batteria di test è stata eseguita alle risoluzioni di 1.280 x 1.024, 1.680 x 1.050 e 1.920 x 1.080, adottando due impostazioni: senza antialiasing e con filtro anisotropo 4X nel primo caso, filtro antialiasing 4X di tipo multisampling e filtro anisotropo 16X per il set di configurazione più impegnativo. La risoluzione di 1.920 x 1.080 pixel è stata preferita a quella 1.920 x 1.200 pixel perché rappresenta ormai lo standard per i monitor di classe consumer.
Futuremark 3DMark11
Il benchmark 3DMark11 è la versione più recente della popolare suite di test 3D sviluppata da Futuremark e, rispetto alla versione precedente, analizza le prestazioni con nuovi e più impegnativi effetti grafici di tipo cinematografico. Questo benchmark funziona solo con schede che supportano le librerie DirectX 11. Il risultato sintetico è ottenuto dalla combinazione dei punteggi conseguiti nei test Gpu (Gpu Score) e nei test Cpu (Cpu Score).
Futuremark 3DMark Vantage
Il benchmark 3DMark Vantage genera un risultato sintetico dalla combinazione dei punteggi fatti registrare dai DirectX 10 dedicati alla Gpu (Gpu Score) con quello della Cpu (Cpu Score). Il primo è misurato con i due test Jane Nash (scena con punti di luce dinamici e complessi algoritmi d’illuminazione delle superfici) e New Calico (movimentazione di un elevato numero di oggetti rigidi). Per il test Extreme abbiamo modificato la risoluzione standard (1.920 x 1.200) con quella personalizzata a 1.920 x 1.080.
Unigine Heaven 2.5
Questo benchmark utilizza il motore grafico sviluppato da Unigine con supporto alle librerie grafiche DirectX 11 e alle funzionalità di tessellation dinamica e compute shader. La Gpu viene messa sotto carico generando scene in movimento con una continua variazione del livello di dettaglio delle geometrie e effetti di illuminazione. Nei nostri test abbiamo mantenuto il parametro di tessellation al valore standard (normal), mentre abbiamo modificato gli altri effetti di qualità in base alle impostazioni di prova.
Capcom Lost Planet 2
Il secondo episodio della saga Lost Planet si avvantaggia in modo consistente delle tecnologie DirectX 11 utilizzando le funzioni DirectCompute così come quelle di tessellation combinate con la tecnica del displacement mapping per incrementare il livello di qualità nella riproduzione delle superfici d’acqua, del terreno e dei personaggi di gioco. Il benchmark è uno strumento valido per misurare le prestazioni delle schede grafiche e in generale delle configurazioni desktop per il mercato consumer. In tabella abbiamo riportato i risultati ottenuti in modalità DirectX 11 (è presente anche quella DirectX 9) con il Test B, ovvero quello che riproduce le medesime condizioni di calcolo sulla Gpu così da generare risultati comparabili.
Codemaster Dirt 3
Il terzo titolo della saga delle corse rallistiche Colin McRae Rally Series prodotto da Codemaster è sviluppato sul motore grafico Ego Engine, versione modificata di quello Neon sviluppato da Codemaster e Sony Computer Entertainment per il primo titolo della serie. Il benchmark integrato esegue un circuito su neve dove ai normali effetti di grafica si aggiungono quelli per la gestione delle particelle, necessari per rendere realistiche le nuvole di neve e fumo, e dell’illuminazione dinamica.
Batman Arkham City
Sviluppato dai Rocksteady Studios, questo titolo utilizza la più recente versione del motore grafico Unreal Engine 3, aggiornata per sfruttare le tecnologie introdotte da Microsoft con le librerie DirectX 11, così come quelle di accelerazione hardware per la simulazione fisica Nvidia PhysX. Durante il benchmark integrato nel gioco la camera di ripresa sorvola ambientazioni di gioco caratterizzate da differenti livelli di dettaglio di oggetti e geometrie, così come da una diversa complessità degli effetti grafici e di illuminazione.
Il benchmark, che fornisce il valore medio di fotogrammi prodotti dalla scheda grafica, è tra i più impegnativi di questa prova. Abbiamo utilizzato un livello di dettaglio elevato per tutti i parametri grafici, ma abbiamo mantenuto sul livello “normale” quello relativo alla tecnologia di tessellation.
Tom Clancy’s H.A.W.X.
La prima versione del benchmark Hawx si avvale della tecnologia DirectX 10, di texture ottenute attraverso riprese satellitari e mostra scene di volo con generazione complessa del terreno sottostante. Il bechmark, che può essere installato in modo separato dal gioco, permette di modificare le sole impostazioni di base della qualità visiva.
Tom Clancy’s H.A.W.X. 2
Il secondo capitolo di Hawx è ottimizzato per i processori grafici di classe DirectX 11. Il gioco prevede l’opzione terrain tessellation che trasferisce all’hardware la gestione del terreno di gioco permettendo la generazione di un elevato numero di poligoni con un basso impatto sulle prestazioni finali. Hawx 2 può essere eseguito sia modalità DirectX 9 che 11, ma solo in quest’ultima è possibile abilitare il terrain tessellation. L’eseguibile per la versione DirectX 11 è presente nella cartella d’installazione del benchmark.
Per eseguire questo test è necessario creare o disporre di un account sul sito Ubisoft; qualora non lo si possieda è possibile crearne uno in modo gratuito durante l’installazione del benchmark. Per eseguire il test è necessaria una connessione Internet per il login con il proprio account.
The Last Remnant Benchmark
The Last Remnant è un test basato sul motore grafico Unreal Engine 3 aggiornato alla sua versione con supporto alle librerie Microsoft DirectX 10. Questo benchmark, estratto dal gioco completo, non richiede installazione: una volta scaricato basta lanciare l’eseguibile per entrare nel menu di selezione della risoluzione di test. Per eseguire il test con antialiasing è necessario impostare questa opzione attraverso i driver della scheda grafica. (…)
Estratto dal numero 251 di febbraio 2012 ora in edicola
Sfruttando al meglio la luce e scegliendo la strumentazione più idonea si può migliorare la propria tecnica di ripresa e ottenere risultati di elevata qualità. Vediamo come.
I tre anni di contest fotografici e le migliaia di foto che abbiamo ricevuto hanno evidenziato come, tra i nostri lettori, ci siano tanti fotografi potenzialmente ottimi, fotografi che potrebbero diventare eccellenti con qualche piccolo consiglio. Ed è proprio per questo motivo che, a partire da questo numero, inauguriamo il primo di una serie di articoli a tema dedicati ai consigli fotografici per approfondire e migliorare la propria tecnica di ripresa. La prima puntata di questo “come fare” è dedicata alla fotografia di ritratti, con approfondimenti sulla strumentazione migliore da utilizzare, qualche consiglio di ripresa e gli accessori indispensabili per ottenere scatti tecnicamente perfetti. Il ritratto, infatti, è un genere fotografico sempreverde: chiunque, con una fotocamera in mano, prima o poi si cimenta nel ritratto. Che sia per fotografare la propria fidanzata o per ritrarre le espressioni di un figlio che cresce e cambia giorno dopo giorno, arriva il momento in cui si punta l’obiettivo verso un viso conosciuto per immortalarlo e condividere con altri quel momento.
Sebbene il ritratto sia la più diffusa forma fotografica, è anche quella più impegnativa, sia per le conoscenze tecniche necessarie, sia per il saper mettere a proprio agio il soggetto da ritrarre e catturarne un’espressione che sia effettivamente rappresentativa della sua personalità. Su questo ultimo aspetto, quando si fotografa la fidanzata, un amico o i propri figli, si ha un notevole vantaggio rispetto a un fotografo professionista che si trova davanti per la prima volta la persona da ritrarre e deve cercare di carpirne gli aspetti più rappresentativi del carattere del soggetto. Sarà più facile mettere a proprio agio il soggetto e far sì che mostri espressioni naturali.
Parlare con il soggetto e descrivere cosa si sta facendo è sempre un valido aiuto per aumentare e rafforzare il suo comfort davanti all’obiettivo. Naturalezza e spontaneità sono elementi spesso essenziali per la buona riuscita di uno scatto. È utile quindi cercare di spiegare al soggetto che tipo di fotografia si vuole realizzare, descrivendo anche il compito di eventuali accessori disposti sul set, come pannelli riflettenti, sfondi o fonti di luce. Un’altra caratteristica propria della fotografia di ritratto è che si può realizzare sempre e ovunque. Non c’è una stagione migliore o un posto più indicato. Una grigia giornata invernale può essere ideale per scattare qualche ritratto in casa, in primavera si può sfruttare il fiorire dei prati come set per un ritratto ambientato, oppure in estate si può cogliere la calda luce radente del tramonto per mettere meglio in risalto i lineamenti del soggetto da ritrarre. Ogni ambiente, ogni soggetto, ogni elemento presente intorno a noi può essere sfruttato ai fini creativi per un ritratto.
Con cosa ritrarre?
Vediamo ora quale può essere la strumentazione più indicata per questo genere di riprese. Compatta, mirrorless o reflex non fa molta differenza. Ciò che conta in un ritratto è la prospettiva che restituisce una certa focale e la capacità dell’obiettivo di riuscire a separare i diversi piani della scena, per mettere in evidenza un particolare rispetto al resto. Occorre però tenere presente che, se qualsiasi fotocamera moderna utilizzata in completo automatismo permette di ottenere foto tecnicamente valide, solamente un controllo diretto dei parametri di scatto – esposizione, diaframma, tempo d’otturazione, messa a fuoco, ecc… – permette di raggiungere il risultato voluto. Ad esempio, un’esposizione maggiore di quella suggerita dall’esposimetro della fotocamera, quindi una leggera sovra esposizione, permetterà di rendere la pelle più luminosa e nascondere eventuali piccole rughe, oppure un diaframma aperto – valori f/ bassi – consentirà di isolare meglio il soggetto, facendo concentrare l’attenzione sul viso della persona ritratta. Sono però impostazioni che si possono ottenere solamente abbandonando il classico automatismo “verde” delle fotocamere. Impostare la priorità dei diaframma (A) consente di avere un buon controllo dei parametri di scatto senza accusare rallentamenti nella velocità operativa, essenziale per catturare le espressioni fugaci del soggetto da ritrarre. Risulta comodo anche agire sul correttore intenzionale d’esposizione in modo da modificare eventuali letture esposimetriche poco corrette eseguite dall’automatismo della fotocamera. Le fotocamere digitali infatti permettono di controllare immediatamente sul display il buon esito di ogni scatto, meglio se certificato da un istogramma che accerti un’esposizione corretta, con una curva non troppo a destra o a sinistra del grafico.
Oggi anche il semplice appassionato di fotografia può accedere, senza dover stanziare un budget di diverse migliaia di euro, a un nutrito ventaglio di focali: dai supergrandangolari ai tele spinti, passando per ottiche macro e obiettivi fish-eye, scegliendoli tra focali fisse e zoom. Anche una semplice compatta può mettere a disposizione zoom con escursione focale superiori ai 20X. Le focali che più si adattano al ritratto sono comprese tra gli 85mm e i 135mm, ma nulla vieta di spingersi oltre se si conoscono gli effetti che possono produrre. Occorre anche fare una piccola distinzione tra focale equivalente e focale reale. Sapete bene che, se montate un obiettivo su una reflex che non sia full frame, la focale cambia, o, più correttamente, si deve parlare di “focale equivalente”, poiché le dimensioni del sensore portano a una sostanziale modifica dell’angolo di campo. Più il sensore è piccolo, più l’angolo di campo si riduce pur utilizzando un obiettivo di pari focale. Quello che però non cambia è la prospettiva, intesa sia come compressione dei piani sia come stacco tra soggetto e sfondo, che rimarrà sempre quella della focale reale.
Facciamo un esempio: ipotizziamo di fotografare con una classica reflex digitale con sensore in formato Aps e utilizzare il classico 50mm. In questo caso, l’angolo di campo coperto equivale a un 80mm (50mm x 1,6, che è il fattore di moltiplicazione del sensore), quindi perfettamente adatto alla fotografia di ritratto, ma la prospettiva che restituisce è ancora quella di un 50mm, una focale un po’ corta per un ritratto al solo viso, con il risultato di rendere un po’ troppo evidente il naso del soggetto e deformare leggermente i lineamenti del viso. Allo stesso modo, una focale troppo lunga rischia di appiattire eccessivamente il viso, con il rischio di far apparire le orecchio sullo stesso piano degli occhi e del naso. Tuttavia l’effetto è molto meno evidente rispetto all’utilizzo di un’ottica eccessivamente grandangolare. Il box a fianco mette in evidenza come la focale utilizzata influisca sulla resa prospettica nei ritratti. Ora sappiamo che focali utilizzare.
Ma c’è un altro parametro importante negli obiettivi che influisce sulla resa finale di una fotografia. Stiamo parlando del diaframma. Ogni obiettivo è caratterizzato da un’apertura massima, che rappresenta anche la “velocità” o “luminosità” dell’ottica. Un obiettivo f/2 è quattro volte più luminoso di un’ottica che ha come diaframma massimo f/4. (…)
Estratto dal numero 251 di febbraio 2012 ora in edicola
Una breve guida all’uso del servizio di sincronizzazione SugarSync, per capire come il cloud può cambiare in meglio il nostro modo di usare Internet e il Pc.
Niente è più di moda nel mondo dell’informatica del cloud computing. Non tutti però riescono a sfruttarne concretamente le potenzialità per semplificare il proprio modo di lavorare. Esistono centinaia di software, servizi e persino dispositivi hardware che possono connettersi al cloud, ma spesso quel che conta non è avere a disposizione l’ultima versione di un applicativo avanzatissimo o il modello più recente di un dispositivo particolarmente potente e sofisticato. È invece importante comprendere le nuove possibilità offerte dal cloud e cambiare le proprie abitudini in modo da ottimizzare il flusso del lavoro in base agli strumenti che si hanno a disposizione. Per aiutarvi a passare dalla teoria alla pratica, in questo articolo vi presentiamo SugarSync, un interessante servizio di sincronizzazione, backup e condivisione di file.
SugarSync www.sugarsync.com), combinazione di un servizio Web e di un software locale, offre molte possibilità di configurazione e mette a disposizione 5 Gbyte di spazio on-line gratuito: una quantità considerevole e sufficiente a soddisfare le esigenze di molti utenti (è possibile ottenere spazio aggiuntivo pagando un canone mensile o annuale). SugarSync è simile per certi aspetti al celebre Dropbox (www.dropbox
.com), di cui vi abbiamo parlato più volte, ma – oltre a offrire una quantità superiore di spazio a costo zero – offre molte opzioni aggiuntive: in particolare, permette di sincronizzare qualsiasi cartella locale e di definire politiche di sincronizzazione e backup personalizzate.
Il client di SugarSync può essere installato su Pc con Windows (XP, Vista e 7) e su Mac con OS X 10.5 o versione successiva. Nei nostri test abbiamo utilizzato tre sistemi dotati di Windows. Durante l’installazione del software è importante assegnare un nome e un’icona significativa ad ogni computer: sarà così più semplice configurare le attività di sincronizzazione e di condivisione.
In fase di setup SugarSync propone la sincronizzazione di alcune cartelle predefinite (Documenti, Desktop e così via). È preferibile disattivare questa opzione, per non correre il rischio di esaurire i 5 Gbyte a disposizione in poco tempo senza capire esattamente cosa sta succedendo: nelle varie sezioni di questo articolo vi spiegheremo come sincronizzare una o più cartelle e come attivare e configurare la loro eventuale condivisione.
Sincronizzazione on-line e off-line
Finché si ha un solo computer a disposizione è tutto più semplice, ma quando si ha la necessità di lavorare su due o più Pc – ad esempio il portatile e il computer di casa o quello del lavoro – le cose si complicano. Si finisce non solo con il duplicare inutilmente file e documenti, ma soprattutto e facile creare più versioni dello stesso documento, con il rischio di perdere dati preziosi. L’uso di un software di sincronizzazione in abbinamento a un disco esterno permette di risolvere alcuni di questi problemi, ma è una soluzione scomoda e macchinosa, molto meno efficiente e pratica di quella che può offrire un servizio basato sul cloud come SugarSync. SugarSync può essere personalizzato nei minimi dettagli e può soddisfare contemporaneamente tre differenti esigenze di base: la sincronizzazione on-line, la duplicazione di alcuni file e cartelle su computer diversi e la conservazione di più versioni dello stesso file.
Ipotizziamo uno scenario abbastanza comune: un computer desktop a casa, un portatile e un secondo desktop in ufficio, tutti utilizzati dalla stessa persona. Immaginiamo che ci sia la necessità di fare una copia dei file più importanti del portatile sul desktop di casa e, viceversa, di quelli del desktop sul portatile. Inoltre ipotizziamo di voler effettuare backup on-line dei documenti, per poterli consultare se necessario anche dal computer dell’ufficio. L’unico limite di SugarSync nella gestione di uno scenario simile è lo spazio a disposizione. Se i 5 Gbyte gratuiti non bastano si può ovviamente acquistare più spazio: i piani di abbonamento disponibili vanno dai 30 ai 500 Gbyte e hanno un costo che parte dai 49,99 dollari Usa l’anno ed arriva fino ai 399,99.
È importante ricordarsi che per spostare file e documenti SugarSync passa sempre da Internet: questo significa che i tempi di trasferimento possono essere significativi. Ad esempio, per trasferire on-line 1 Gbyte su una connessione Adsl con una velocità in upload di 1 Mbit/s ci vogliono circa due ore (se la banda passante non è occupata da altri trasferimenti). (…)
Estratto dal numero 251 di febbraio 2012 ora in edicola
L’installazione di Windows 7 su un computer Apple, purché sufficientemente recente, è una procedura assolutamente legale e alla portata di tutti. Vi spieghiamo passo per passo come avere due sistemi operativi pienamente funzionanti sul proprio desktop o notebook Mac.
Boot Camp è quell’insieme di tecnologie sviluppato da Apple che consente di installare Windows in una partizione del disco fisso del proprio computer Mac. Introdotto in via sperimentale con Mac OS X 10.3 Tiger, con il tempo si è raffinato e oggi rappresenta una soluzione molto affidabile. Dopo l’installazione di Windows tramite una procedura guidata, sarà possibile scegliere da un pannello di controllo quale sistema operativo avviare di default quando si accende il Pc. Tale impostazione può essere sempre cambiata in seguito.
La procedura prevede inizialmente il ripartizionamento non distruttivo del disco per fare spazio a Windows, quindi un riavvio e l’inizio della normale fase di installazione del sistema operativo Microsoft. In seguito sarà richiesta l’installazione dei driver (denominati software di supporto) per far riconoscere correttamente a Windows i componenti hardware del Mac.
Sottolineiamo che la procedura non cancella i dati esistenti su disco né tantomeno il sistema operativo Apple presente; in ogni caso è bene fare un backup per sicurezza. I rischi sono pochi ma insidiosi: tra questi, un’interruzione improvvisa dell’alimentazione elettrica prima del completamento di tutte le operazioni, per cui si raccomanda a chi ha un notebook di lavorare sempre con il caricabatteria collegato. Il secondo rischio è di installare Windows sulla stessa partizione dove risiede Mac OS X. Con le ultime versioni di Boot Camp è difficile sbagliare, perché la partizione giusta viene rinominata proprio “Bootcamp”; fate comunque attenzione durante questo delicato passaggio.
Di Boot Camp ne esistono molte versioni; il supporto a Windows 7 è stato introdotto a partire dalla 3.1. La procedura guidata da noi illustrata si riferisce alla versione più recente, la 4.0, fornita con Mac OS X 10.7 Lion. Può essere valida anche con le versioni 3.x disponibili per Mac OS X 10.5 Leopard e 10.6 Snow Leopard, con alcune differenze che saranno illustrate più avanti. Per chi fosse interessato, con Boot Camp 3.x è possibile installare anche Windows XP o Vista, eventualità negate alla versione 4. Con qualche trucco è possibile installare anche Linux, benché tale possibilità sia non supportata da Apple.
Un’altra differenza fondamentale tra le versioni 3 e 4 di Boot Camp sta nella gestione dei driver necessari a Windows. Con la release più recente tali driver possono essere scaricati da Internet e copiati su una chiavetta Usb o masterizzati su Cd-Rom. Con le release 3.x o precedenti, i driver sono contenuti esclusivamente nel Dvd originale di Mac OS X; in assenza di quest’ultimo è inutile procedere oltre.
Per quanto riguarda i requisiti hardware, l’installazione di Windows è possibile su qualsiasi notebook o desktop Mac purché con architettura Intel. Per i modelli più anziani è indispensabile un upgrade del firmware EFI, da effettuare tramite gli aggiornamenti software di Mac OS X. Per tale motivo è consigliabile controllare tutti gli aggiornamenti disponibili per la propria macchina prima di iniziare.
L’installazione dal lato Mac
Una volta fatti gli aggiornamenti e il backup dei propri dati, nonché aver controllato la rispondenza ai requisiti minimi, si può iniziare lanciando l’utility Assistente Boot Camp (figura 1 del tutorial) che provvederà prima a scaricare i driver necessari se la versione di BootCamp è la 4.0 (figura 3), altrimenti si passa subito al ripartizionamento del disco (figura 6).
Per le dimensioni della nuova partizione raccomandiamo di andare oltre i 20 Gbyte suggeriti; meglio 80 o 100 Gbyte a seconda delle necessità.
Una volta creata la partizione, bisogna inserire il Dvd di Windows 7 e quindi cliccare sul pulsante Inizia installazione: il computer verrà riavviato e partirà la consueta procedura di installazione di Windows 7 sulla partizione appena creata.
Se non avete un’unità ottica (tipico caso del MacBook Air) potete creare un’immagine del Dvd di Windows su una chiavetta Usb da almeno 4 Gbyte, utilizzando un altro Mac. La chiavetta potrà quindi essere usata al posto del Dvd sul vostro Mac. Tale possibilità è presente solo se avete Mac OS X 10.7 Lion e Boot Camp 4.
L’installazione dal lato Windows
È identica alla consueta procedura di installazione su un Pc. Comparirà per prima la schermata che invita a selezionare la lingua, la tastiera e le impostazioni nazionali; si clicca poi su Installa, si accettano i termini della licenza e quindi bisogna scegliere Personalizzata (utenti esperti) nella finestra successiva.
Verrà chiesto su quale partizione bisogna installare Windows: scegliere quella denominata Bootcamp e cliccare quindi su Opzioni unità (avanzate). Dalla finestra successiva bisogna formattare la partizione: verificate ancora una volta che sia selezionata quella giusta e cliccate su Formatta. Dare conferma e attendere qualche istante che la formattazione vada a termine. Si ritornerà automaticamente alla schermata precedente: controllare ancora una volta che sia selezionata la partizione giusta e cliccare su Avanti.
Inizierà quindi la copia dei file su disco, che richiederà diversi minuti.
Al termine il computer sarà riavviato e poi saranno richieste alcune impostazioni personalizzate, come il nome utente e il nome del Pc, il fuso orario, le impostazioni di sicurezza.
Il più è fatto; al termine della procedura dovreste trovarvi di fronte il desktop di Windows. Non preoccupatevi se la risoluzione dello schermo non è quella giusta: è necessario installare i driver scaricati in precedenza, oppure, nel caso il vostro Mac OS X sia in versione Leopard o Snow Leopard, inserire il Dvd originale del sistema operativo. Nell’uno o nell’altro caso l’installazione dei driver dovrebbe iniziare automaticamente; se così non fosse, cercate il file setup.exe, che dovrebbe essere in una cartella denominata Windows Support. Durante l’installazione dei driver date sempre conferma alle eventuali finestre di dialogo che avvertono che il software non è certificato da Microsoft.
Dopo un ulteriore riavvio si è pronti a utilizzare Windows 7; è caldamente consigliato fare gli aggiornamenti software di Microsoft, compreso l’indispensabile Service Pack 2.
Sulla barra delle applicazioni, a fianco dell’orologio, è presente l’icona di Boot Camp che permette di personalizzare le impostazioni di tastiera e touchpad, nonché di scegliere quale partizione avviare di default. Verificate periodicamente gli aggiornamenti del software Boot Camp tramite l’utility Apple Software Update.
Il primo problema di utilizzo pratico può essere la tastiera, diversa da quella normalmente presente sui Pc con Windows. Abbiamo perciò illustrato in una tabella le varie corrispondenze e le combinazioni da usare per i tasti fisicamente assenti sulle tastiere Mac.
L’indiscutibile vantaggio di Boot Camp rispetto ad altre soluzioni basate su emulatori o macchine virtuali è che Windows può sfruttare tutta la potenza dell’hardware senza limitazioni. Il processore e il chispet grafico, ad esempio, funzionano alla stessa velocità e con le stesse funzionalità di qualsiasi altro Pc nato con Windows. L’accelerazione 3D della Cpu è presente nella sua interezza; tutti i componenti funzionano alla perfezione, tra cui l’interfaccia Bluetooth, la scheda di rete wireless, la webcam e le varie porte di espansione. Per quanto riguarda i dati, facciamo presente che Mac OS X può accedere ai file della partizione Windows solo in lettura e viceversa. La scrittura diretta non è possibile; per risolvere tale limite esiste un software non ufficiale che permette a Mac OS X l’accesso in lettura e in scrittura alle partizioni Ntfs di Windows, ma non ci sentiamo di consigliarlo. Più sicuro utilizzare un’unità esterna formattata in formato FAT, accessibile in scrittura senza problemi sia da Windows sia da Mac. Oppure ci si può rivolgere al cloud, soluzione che ha anche altri pregi. (…)
Estratto dal numero 251 di febbraio 2012 ora in edicola
Micron apre per la prima volta alla stampa specializzata le porte del suo centro di ricerca sulle memorie di prossima generazione. Un viaggio alla scoperta dei chip a cambiamento di fase.
Memoria, memoria e memoria. Ovunque posiamo lo sguardo, su ogni singolo dispositivo elettronico che utilizziamo quotidianamente come il Pc, lo smartphone, la fotocamera (oppure su decine di altri insospettabili), è presente la possibilità di conservare al loro interno contenuti digitali. Negli ultimi 10 anni si è ormai consumato del tutto il passaggio di consegne tra l’analogico e il digitale, tanto da rendere il primo ormai qualcosa di “vintage” e il secondo una tecnologia di massa. L’aumento delle capacità digitali di tutti gli oggetti (non solo informatici), da quelli più ovvi citati in precedenza a tutti quelli che comunque integrano al proprio interno componenti elettronici, continua a spingere verso l’alto la richiesta del mercato di quantitativi maggiori di memoria, in formati magari sempre diversi in base all’ambito d’utilizzo e al mercato che li richiede.
In queste pagine vogliamo accompagnarvi alla scoperta del mercato delle memorie attraverso Micron, una delle aziende leader nel mercato e prendere spunto dai progetti della stessa per immaginare cosa ci attende nei prossimi anni, vedere su cosa stanno lavorando attualmente e offrire una prima visione tecnologica su un prodotto che promette di rivoluzionare, ancora, il settore: le memorie a cambiamento di fase, o Pcm (Phase Change Memory).
Come accennato poco sopra, la memoria digitale una volta appannaggio dei prodotti di stampo informatico, è oggi presente in tutti i dispositivi elettronici che ci circondano: all’interno degli elettrodomestici di casa si nascondono chip di memoria che tengono traccia delle richieste del proprietario e ne regolano il funzionamento. Frigoriferi, lavatrici, frullatori, forni a microonde e anche le macchinette del caffè nascondo al proprio interno dei chip di memoria. In auto la situazione è la stessa, le centraline, gli schermi e i “computer di bordo” sono tra i maggiori fruitori di chip di memoria fuori dal mercato informatico. Ormai tutta l’industria, anche pesante, ha una fame sempre maggiore di memoria, con richieste di chip sempre più capienti, più resistenti e, ovviamente, meno costosi.
Diretta conseguenza di tutto ciò, unito alla costante crescita del materiale multimediale autoprodotto o reperito in rete, rende continua la necessità di supporti di memorizzazione di ogni tipo, dalla veloce Ram interna a supporti dedicati come schede flash o dischi Ssd. Alcuni dati molto interessanti riguardanti il mercato dei semiconduttori in generale fanno riflettere su quanto la memoria sia oggi sempre più al centro delle attenzioni dei produttori e del mercato: innanzitutto puntualizziamo come nel 2001 la produzione totale di semiconduttori è stata di circa 4 miliardi di pollici quadrati di wafer di silicio, mentre nel 2011 appena passato è raddoppiata con circa 8 miliardi di pollici quadrati. Questa è una misura quantitativa della produzione che non rispecchia il numero di elementi di memoria, Cpu e altro prodotte; nel 2001 la tecnologia permetteva di produrre transistor a 130 nm, inserendone un numero limitato con una densità notevolmente inferiore rispetto agli attuali standard da 28 a 45 nm. Dei 4 miliardi di pollici quadrati di wafer di silicio prodotti nel 2001, il 18% era dedicato ai componenti di memoria, per circa 720 milioni di pollici quadrati. Nell’anno appena passato la percentuale di spazio dedicata alla memoria è salita fino al 40% del totale, con circa 3,2 miliardi di pollici quadrati, mentre i restanti componenti sono saliti in termini di produzione di uno spazio molto minore. La capacità di memoria non volatile prodotta è in realtà salita da un totale di 10.000 Tbyte nel 2001 ai quasi 15.000.000 di Tbyte dello scorso anno.
Oggi sul mercato esistono moltissimi attori attivi direttamente sul fronte delle memorie, che possiamo diversificare in tre grandi categorie: le Ram dinamiche, le Nand e le memorie Nor. Solo due sono attivi sui tre fronti e sono due colossi come Micron e Samsung.
Proprio su Micron concentreremo il resto del nostro percorso, alla scoperta della realtà di ricerca e sviluppo italiana dell’azienda e ad alcuni nuovi e interessanti prodotti che vedremo presto sul mercato.
Micron
Micron è stata fondata nel 1978 a Boise in Idaho, in una zona completamente diversa da quelle che, tradizionalmente, si sono dedicate allo sviluppo e alla produzione di componenti informatici. Negli anni la società ha aperto numerose sedi all’estero, acquisendo inoltre alcune importanti aziende sul mercato ingrandendosi fino a divenire il colosso che è oggi. Micron conta infatti su circa 26.000 dipendenti sparsi in una dozzina di sedi in tutto il mondo, competenti soprattutto nel mercato dello sviluppo e produzione di celle di memoria ma anche in altri campi come il processamento delle immagini. Attualmente può contare su più di 17.000 brevetti a livello mondiale e su un fatturato di 8,5 miliardi di dollari.
In Italia Micron è presente in forze: le due sedi maggiori si trovano ad Agrate nella periferia milanese e ad Avezzano, in provincia dell’Aquila. La prima conta su 1.085 dipendenti e lavora principalmente sulla ricerca, sviluppo e prototipazione di memorie. La seconda impiega invece 1.839 persone e concentra i propri sforzi sulla produzione di sensori per la cattura di immagini di tipo Cmos, impiegati in molti apparecchi di cattura fotografica e video. In Italia sono presenti inoltre altre tre sedi minori a Padova, Arzano (Napoli) e Catania.
Il cuore operativo in Italia resta comunque ad Agrate, all’interno del campus R2 Technology Development Center sviluppato tramite il consorzio fondato da Micron insieme all’italiana ST Microelectronics. La sede era il quartier generale di Numonyx, azienda attiva nella ricerca, sviluppo e sperimentazione nel settore della microelettronica anch’essa fondata qualche anno fa da Intel e ST Microelectronics. Proprio da quest’ultima azienda deriva tutto il know-how italiano del settore, che ha permesso al polo tecnologico di Agrate di rappresentare un punto chiave per l’interesse di aziende leader mondiali come Micron e Intel. Le prime sperimentazioni italiane nel settore si devono infatti proprio a ST e al polo di Agrate nel 1957, a cui faranno seguito un rapporto diretto tra la ricerca e le università più prestigiose del nostro Paese che hanno permesso negli anni di mantenere un livello qualitativo di ricerca elevatissimo. Nel campo specifico delle memorie non volatili elettroniche, come Eprom, Nor, Nand e le più evolute Mlc; il campus di Agrate ha oltre 30 anni di esperienza con più di 5000 anni-uomo di tempo impiegato nell’acquisizione di esperienze sulle tecnologie dei processi produttivi, la fisica dei dispositivi e la progettazione circuitale. All’interno del campus è sito anche un laboratorio di ricerca del Cnr, in particolare il laboratorio IMM-MDM (Institute for Microelectronics and Microsystems – Material and Device for Microelectronics), nel quale circa 50 ricercatori lavorano nei settori della ricerca per lo sviluppo di nuove tecnologie per le memorie non volatili. In particolare lo studio attuale si concentra su memorie a trappola di carica, a cambiamento di fase e su concetti emergenti come le R-Ram e le M-Ram (Resistive – Magnetoresistive). (…)
Estratto dal numero 251 di febbraio 2012 ora in edicola
Tenere in ordine le foto digitali e migliorarne l’aspetto: due attività che si possono eseguire in maniera facile e veloce grazie ai moderni software di fascia consumer.
Tra macchine fotografiche digitali sempre più compatte e smartphone tuttofare, è facilissimo ritrovarsi sul Pc una miriade di foto. Ma per non doversi avventurare in una caccia al tesoro quando si desidera recuperare uno scatto, è fondamentale organizzarle in un archivio. E spesso è opportuno ritoccarle, sistemando i colori ed eliminando i difetti – almeno quelli più evidenti. Dopotutto, il bello del digitale è anche questo: poter migliorare le proprie foto a costo zero, senza dover ricorrere a un centro stampa che effettui il fotoritocco. Serve però un programma adatto, come uno di quelli che abbiamo messo sul banco di prova per questo articolo.
Per catalogare e ritoccare le foto digitali bisogna affidarsi a un software non necessariamente costoso ma dotato di strumenti pratici per l’organizzazione, la catalogazione e il ritocco. In generale, un programma specializzato nella gestione delle immagini digitali dovrebbe avere un’interfaccia semplice, intuitiva e amichevole, che permetta all’utente di lavorare agevolmente senza doversi piegare a procedure tortuose e complicate. La sezione dedicata alla gestione degli archivi dovrebbe offrire gli strumenti per assegnare alle foto parole chiave (tag, in inglese), un indice di gradimento e una categoria; inoltre dovrebbe permettere di creare album personalizzati. Il tutto nel modo più automatico possibile, già al momento dell’importazione delle foto. Al termine del lavoro di catalogazione l’utente potrà quindi ritrovare senza fatica le immagini che sono scattate in un determinato giorno o in una località particolare, che ritraggono una certa persona o – semplicemente – quelle che sono riuscite meglio.
Per quanto riguarda il ritocco, un programma davvero valido dovrebbe offrire una modalità di lavoro semplificata, per consentire l’eliminazione rapida dei difetti più comuni come un’inquadratura storta, la presenza di occhi rossi o un controluce. Anche in questo caso gli strumenti dovrebbero essere semplici da usare, idealmente automatici. Per i ritocchi più impegnativi, effettuati in genere solo dagli appassionati più esperti, serve invece un set completo di strumenti, tale da consentire ogni tipo di intervento, dal centraggio dell’inquadratura secondo la regola dei terzi all’eliminazione di difetti più o meno grandi, passando per il bilanciamento del bianco e la rimozione (o la sostituzione) di particolari indesiderati. Ma anche nel caso di elaborazioni decisamente sofisticate, come la riduzione della grana, l’unione di foto con diversa esposizione o la creazione di panorami, un programma davvero efficace dovrebbe essere in grado di guidare passo per passo anche il principiante fino al risultato finale.
Per fortuna i moderni pacchetti di fotoritocco si avvicinano parecchio al nostro modello ideale. Per esempio, sfruttano algoritmi (a dire il vero non tutti ugualmente affidabili) che riconoscono i volti delle persone, individuano le foto meglio riuscite, eliminano in automatico gli occhi rossi e mascherano i difetti indicati dall’utente. Anche la fase di catalogazione può essere semplice e veloce con un software moderno, e grazie alle sempre più numerose procedure guidate è possibile divertirsi con la creazione di effetti grafici molto elaborati.
Naturalmente il programma davvero ideale non esiste, e forse non esisterà mai: ogni software ha i suoi punti di forza e le sue debolezze, da valutare con attenzione al momento dell’acquisto. Per aiutarvi nella scelta abbiamo messo sul banco di prova i principali programmi di livello amatoriale e in lingua italiana per il fotoritocco: Adobe Photoshop Elements 10, Corel PaintShop Photo Pro X4 Ultimate, CyberLink PhotoDirector 2011 e MAGIX Photo & Graphics Designer 7 (in un box vi presentiamo Serif PhotoPlus X5, un programma interessante ma al momento disponibile solo in inglese).
Adobe Photoshop Elements 10
Photoshop Elements è costituito da due programmi indipendenti, naturalmente dall’interfaccia molto simile: Organizer gestisce le raccolte di foto, mentre Editor contiene gli strumenti di ritocco. Della schermata iniziale l’utente può lanciare il modulo più adatto alle esigenze del momento, ma è comunque possibile passare in ogni momento all’altra sezione con un paio di clic.
Più in dettaglio, Organizer permette di raccogliere, organizzare, catalogare e ritoccare rapidamente le foto. L’interfaccia è quella classica di questo tipo di applicativi: lo schermo è in gran parte occupato dalle miniature a scacchiera delle immagini, con ai lati i pannelli che mostrano i tag e gli strumenti di elaborazione. Il programma di Adobe offre tutta una serie di funzioni tese a semplificare la gestione delle immagini, per esempio quella che esamina gli scatti e li classifica in base alla nitidezza e alla correttezza dell’esposizione. Al termine dell’analisi, molto veloce e totalmente automatica, il software assegna a ogni immagine un’etichetta per il livello di qualità e un’altra per la bontà di messa fuoco, in modo che sia possibile separare al volo le foto migliori da quelle meno riuscite. Ovviamente si può anche stabilire un indice di gradimento – da una a cinque stelle – e assegnare dei tag, scegliendoli tra quelli predefiniti oppure creandoli appositamente. L’assegnazione può essere sia fatta sia trascinando i tag sulle foto sia trascinando le foto sui tag. Una novità di questa release è la possibilità di applicare i tag da facebook e di condividere su questo sito i propri scatti.
Organizer possiede anche una funzione di riconoscimento dei volti che assegna agli scatti i nomi delle persone, sotto forma di tag. La procedura è semiautomatica e richiede che l’utente passi in rassegna ogni scatto, per confermare l’associazione nome / volto proposta dal software. Se il volto non viene identificato è possibile procedere manualmente. Alla prova dei fatti, però, l’algoritmo è risultato veramente molto impreciso e in molti casi il programma ha evidenziato particolari dell’inquadratura che non avevano niente a che vedere con il viso di una persona. (…)
Estratto dal numero 251 di febbraio 2012 ora in edicola
Come saranno i prodotti audio senza fili nel prossimpo futuro? Ce lo spiega Parrot. Ecco il comunicato ufficiale:
ZIK Parrot by Starck: le cuffie Bluetooth che si attivano con un touch
Le cuffie Bluetooth ZIK Parrot sono state disegnate da Philippe Starck. Dotate di un sistema di cancellazione attiva del rumore, isolano dell’ambiente circostante per garantire un’ottima esperienza sonora sia che si stia ascoltando la musica, sia tu stia facendo una telefonata. E dal momento che la musica necessita di essere ascoltata in tutta la sua armonia, intensità e profondità, ZIK è dotata di potenti algoritmi DSP (Digital Signal Processing) che ricreano appieno la musica in tutti i suoi dettagli, come l’effetto “Parrot Concert Hall” per ascoltare la musica come se si fosse ad un concerto.
Le cuffie ZIK sono inoltre dotate di un sensore-di-presenza: nel momento in cui vengono tolte entrano automaticamente in standby. Infine, come tutti i prodotti Parrot, ZIK è compatibile con tutte le marche di telefoni cellulari disponibili sul mercato.
Zikmu SOLO Parrot by Starck: la cassa wireless stereo monoblocco
Ecco la versione a pezzo singolo delle famose casse Zikmu Parrot by Starck, Zikmu SOLO. Potenza totale di 100W RMS, possibilità di generare un’immagine stereo del suono grazie alle nuove casse laterali, e la tecnologia NXT a pannello-piatto permettono di ottenere un raggio del suono ottimale su entrambi i lati della cassa. Zikmu SOLO offre in questo modo una stereo experience unica con un design minimale, indipendentemente dalle dimensioni della sala di ascolto.
La sfida per gli ingegneri Parrot è stata inoltre di renderla più facile da utilizzare, mantenendone nello stesso tempo la compatibilità universale. Oltre a un controllo da remoto, le principali funzionalità della cassa sono accessibili su entrambi i lati della docking station, e attraverso un’app dedicata e gratuita per iPhone e Android.
Ecco come creare con il software gratuito XenServer di Citrix un potente server di macchine virtuali da utilizzare come laboratorio informatico.
Grazie alla virtualizzazione oggi è possibile creare con una spesa davvero contenuta un vero e proprio laboratorio software concentrato in un unico Pc. Alcuni mesi fa, sul numero 239 di PC Professionale (febbraio 2011) vi abbiamo spiegato come riuscirci utilizzando il potente e gratuito VMware Hypervisor (trovate l’articolo, in formato Pdf, sul Dvd allegato a questo numero della rivista). Oggi vi mostreremo invece come creare un laboratorio software virtuale sfruttando Citrix XenServer, anch’esso offerto in una versione completamente gratuita.
Citrix XenServer presenta molti vantaggi, ma anche alcuni svantaggi, rispetto a VMware Hypervisor. Il primo, decisamente importante, è dato dalla disponibilità anche nella versione gratuita di alcune funzioni che VMware riserva a chi acquista la versione commerciale. XenServer poi dispone di un ottimo client che gira su Windows e permette di amministrare con facilità uno o più server virtuali, monitorando le risorse in modo centralizzato.
Un altro vantaggio significativo è la compatibilità con l’hardware. L’hypervisor di Citrix, XenServer, a differenza di VMware Hypervisor, riconosce senza difficoltà buona parte dell’hardware che si trova tipicamente installato sui computer desktop, anche economici, comprese le schede di rete e i controller dei dischi. Dunque – nonostante supporti meno macchine di fascia server rispetto a VMware – può essere usato su hardware più economico e più facilmente reperibile. Purtroppo XenServer ha anche qualche aspetto negativo rispetto alla soluzione di VMware: è meno diffuso (quindi è più difficile trovare risorse gratuite di supporto in caso di problemi), supporta un numero decisamente inferiore di sistemi operativi e richiede l’uso della paravirtualizzazione per ottenere il massimo dalle distribuzioni Linux.
L’hardware necessario
Non è difficile selezionare l’hardware utilizzabile con XenCenter. È però importante seguire alcune linee guida e valutare alcuni componenti con attenzione.
Innanzitutto è importante utilizzare sistemi ben ventilati, che non abbiamo problemi di dissipazione anche rimanendo accesi 24 ore su 24. Non serve un computer di ultimissima generazione, ma è indispensabile che il processore sia compatibile con le tecnologie di virtualizzazione Amd-V e Intel VT. Si può trovare un elenco dettagliato delle Cpu che supportano Intel VT all’indirizzo http://ark.intel.com/VTList.aspx. Purtroppo Intel ha rilasciato persino alcuni processori quad core e alcuni Core 2 Duo privi di Intel VT, ma fortunatamente tutta la serie di processori Core i la integrano. Amd non fornisce un elenco simile, ma tutte le versioni recenti dei processori prodotti dall’azienda californiana dispongono di Amd-V, con la sola eccezione delle Cpu Sempron. Non sempre le funzionalità Intel Vt e Amd-V sono attivate di default nel Bios del computer, dunque è importante ricordarsi di effettuare una verifica prima di rinunciare all’installazione. Uno strumento gratuito per Windows che consente di controllare se il processore supporta queste tecnologie è SecurAble di Gibson Research. (…)
Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 250 – gennaio 2012
Uno scanner di buona qualità e qualche conoscenza tecnica di base permettono di generare un archivio elettronico che assicura longevità ai documenti cartacei e alle stampe fotografiche e permette la loro rielaborazione e distribuzione in Rete.
Gli scanner sono apparecchi di uso comune. Periferiche a funzione singola o parte di una stampante multifunzione, permettono di digitalizzare documenti cartacei, immagini, stampe fotografiche e pellicole per scopi di archiviazione, copia e rielaborazione. In questo articolo approcciamo l’argomento più dal punto di vista pratico che tecnologico, fornendovi alcuni consigli utili per ottimizzare l’acquisizione dei diversi tipi d’immagine in cui ci si può imbattere a casa o nel lavoro d’ufficio.
Tipi di scanner
Non tutti gli scanner sono uguali, ma tutti sono dispositivi di input che “fotografano” un originale bidimensionale per crearne un’immagine digitale a mappa di bit. Abbiamo usato il termine fotografare perché l’azione di uno scanner e quella di una fotocamera sono simili sul piano tecnologico, anche se si realizzano con processi e meccanismi diversi. In entrambi i casi, e semplificando al massimo, la luce riflessa da un soggetto è catturata da un elemento fotosensibile (pellicola o sensore) per riprodurne la sua immagine. Nel caso della fotografia digitale e della scansione, le onde luminose che raggiungono i fotorecettori del sensore sono convertite in segnali elettrici d’intensità corrispondente e un circuito di conversione analogico/ digitale le trasforma in informazioni binarie per comporre l’immagine bitmap dell’originale. A differenza della fotografia, in cui il soggetto è catturato attraverso una singola esposizione di durata più o meno istantanea, nella scansione la superficie del soggetto è virtualmente scomposta in linee, acquisite e digitalizzate in modo sequenziale dall’alto verso il basso.
Sul mercato esistono diverse tipologie di scanner, ognuna delle quali è adatta più delle altre ad assolvere a esigenze specifiche: ci sono gli scanner a piano fisso, per pellicole (film scanner), a rullo di trascinamento (sheetfed) e i modelli portatili. Dovremmo aggiungere anche gli scanner a tamburo (drum scanner), ma questi apparecchi, estremamente costosi, sono utilizzati per l’acquisizione ad altissima risoluzione solo in ambiti professionali ad alta produttività ed esulano dallo scopo di questo articolo.
Lo scanner a piano fisso, o flatbed, è il tipo più comune e versatile, disponibile come dispositivo stand-alone oppure integrato in una stampante multifunzione. È costituito da tre elementi fondamentali: un coperchio superiore rivestito all’interno di un cuscino di materiale riflettente, una lastra di vetro su cui si colloca l’originale e un gruppo di scansione sottostante, formato da un sensore di cattura e da una sorgente di luce bianca, generalmente una lampada fluorescente a catodo freddo o allo xeno, posta su un carrello scorrevole.
Uno scanner a piano fisso è utilizzato per acquisire originali riflettenti piani, come fotografie, illustrazioni, pagine singole di documenti e riviste, supporti delicati o a bassa grammatura che potrebbero altrimenti essere danneggiati o non gestiti da apparecchi di diverso tipo. In molti modelli sul mercato, queste funzionalità primarie sono espanse tramite due accessori, normalmente forniti di serie e mutuamente esclusivi. Il più utile per l’attività dell’ufficio è l’alimentatore automatico di documenti (Adf, automatic document feeder), componente che velocizza l’acquisizione di pagine multiple processando in rapida sequenza fino a 50 fogli a facciata singola o doppia, se dotato di modulo fronte/retro. La seconda funzione ausiliaria è l’acquisizione di pellicole: ciò richiede che il coperchio dello scanner incorpori una sorgente di luce supplementare per illuminare dall’alto le trasparenze.
La maggioranza degli scanner piani acquisisce solo pellicole 35 mm in strisce di negativi e diapositive intelaiate, solo pochi modelli di fascia superiore trattano anche il medio formato. Per ogni tipo di pellicola supportato, a corredo dello scanner sono fornite apposite guide in cui gli originali vanno inseriti prima di essere disposti sul piano di vetro. (…)
Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 250 – gennaio 2012
Decine e decine di tool potenti ed efficaci, da portare sempre con sé in una chiavetta Usb, e completamente gratuiti! Ecco a voi le utility Nirsoft.
Molti amministratori di sistema, addetti dell’assistenza tecnica o del reparto IT aziendale, ma anche semplici utenti evoluti ne avranno almeno sentito parlare: sono le utility NirSoft, una sterminata collezione di tool gratuiti realizzata e aggiornata dallo sviluppatore israeliano Nir Sofer, che insieme alla suite Windows Sysinternals di Microsoft rappresenta probabilmente la più importante serie di strumenti diagnostici per chi lavora con sistemi Windows. Si tratta di utility che svolgono (in maniera quasi sempre eccellente) un solo compito, senza concessioni all’interfaccia utente e spesso neppure con una particolare attenzione alla semplicità d’uso. Insomma: tool perfetti per power user come i lettori di PC Professionale!
Basta un rapido sguardo al sito www.nirsoft.net per rendersi conto della notevole raccolta di strumenti che Nir Sofer ha costruito nel corso degli anni: sono presenti centinaia di applicazioni, con le funzioni più diverse, realizzate spesso per risolvere problemi e rispondere a esigenze particolari. Difficilmente, quindi, questi programmi verranno usati tutti i giorni, ma è comunque utile averli sempre a portata di mano: nel caso in cui dovessero servire, sono strumenti che possono “salvare la vita” a un computer e far risparmiare molte ore di lavoro a chi lo sta usando. Inoltre, grazie al programma gratuito Wscc (Windows System Control Center), che vi presentiamo più avanti, reperire, installare e mantenere sempre aggiornata la collezione delle utility Nirsoft è semplicissimo. Non c’è quindi più nessuna scusa: basta un pen drive Usb, anche non particolarmente nuovo o capiente (tutta la collezione può essere memorizzata anche negli ormai preistorici modelli da 64 Mbyte) e qualche minuto di tempo per avere sempre a disposizione una potentissima cassetta degli attrezzi software. Prima di iniziare a scoprire le gemme nascoste in questa collezione, un’avvertenza: alcuni di questi programmi possono essere utilizzati anche per scopi illeciti (scoprire le password altrui, ottenere accesso a informazioni riservate, e così via); per questo motivo, alcuni antivirus sicurezza li classificano come potenzialmente pericolosi e di default ne impediscono l’installazione. Questo non significa che contengano malware, ma soltanto che devono essere utilizzati in modo consapevole.
Mail PassView
I sistemi di memorizzazione delle password all’interno dei programmi di posta elettronica sono comodi, poiché permettono di evitare l’inserimento delle credenziali d’accesso ogni volta che ci si vuole collegare per controllare la casella di e-mail. Questa comodità però può diventare un grosso problema quando ci si appresta a cambiare computer, oppure quando per qualsiasi altro motivo dovesse essere necessario configurare l’accesso alla posta con un programma diverso, oppure con un altro device. Quasi sempre, infatti, tutte queste informazioni non vengono ricordate, anche perché le norme di sicurezza consigliano di utilizzare password diverse per ciascun provider utilizzato. Mail PassView risolve questo genere di problemi, mostrando informazioni complete su tutti gli account di posta elettronica configurati dall’utente corrente in una moltitudine di client: si va dalle applicazioni più diffuse (Outlook, Windows Mail, Mozilla Thunderbird) ai programmi storici del settore (Eudora, Outlook Express, Netscape 6 e 7) per arrivare a utility come Gmail Notifier, Google Desktop, Google Talk, MSN/Live Messenger o Yahoo! Messenger.
Il funzionamento del programma è molto semplice: è sufficiente avviare l’utility e attendere qualche istante, dopodichè nella finestra principale saranno mostrati tutti gli account trovati: per ogni elemento si potranno visualizzare non soltanto username e password, ma anche tipo di account (Pop, Imap, Smtp e così via) e indirizzi remoti, raccogliendo tutte le informazioni necessarie per configurare l’accesso alla posta. (…)
Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 250 – gennaio 2012
È possibile trasformare smartphone e tablet in una comoda estensione della vostra televisione. Ecco come guardare, dentro e fuori casa,i film, i programmi Tve tanto altro ancora.
I risultati di una recente ricerca Gartner hanno messo in luce il tasso d’interesse e di crescita dei mercati legati ai terminali mobili. Le vendite globali nel corso del solo terzo trimestre del 2011 hanno raggiunto quota 440 milioni di unità, con una crescita del 5,6% rispetto all’anno precedente. Stringendo l’analisi agli smartphone si osserva una crescita di vendite del 42% rispetto allo stesso trimestre del 2010. Il dato sulla piattaforma scelta dagli utenti evidenzia una sostanziale parità tra Apple iOS e Google Android, quest’ultima in forte crescita, con il terzo incomodo, ovvero Microsoft, che può oggi far forza su un rinnovato e competitivo Windows Phone.
Nel quarto trimestre dell’anno fiscale 2011, chiuso lo scorso 24 settembre, Apple ha registrato la vendita di 17 milioni di iPhone e di 11 milioni di iPad; a questi numeri si sommano le vendite del nuovo iPhone 4S, che nei soli primi tre giorni è entrato nelle tasche di 4 milioni di utenti. Samsung, con oltre 24 milioni di smartphone venduti all’utente finale nel terzo trimestre 2011, Htc e LG sostengono la piattaforma Android, principale rivale di quella iOS della casa della mela morsicata.
Queste cifre forniscono un quadro molto chiaro della direzione presa dal mercato, ma anche senza esaminare i numeri è sufficiente guardarsi intorno per strada, al supermercato e persino a scuola per comprendere l’entità dell’esplosione del fenomeno “mobility” che, oggi più che mai, parla di smartphone e tablet.
I servizi raggiungibili da un terminale mobile, con il supporto di un accesso a Internet attraverso una connessione Wi-Fi o un piano tariffario ad hoc del proprio operatore telefonico, sono ormai tantissimi, mentre la navigazione Web e l’utilizzo delle e-mail sono funzioni di base presenti in tutti i dispositivi già a partire dalla fascia medio-bassa.
Tra le tante possibilità di utilizzo dei terminali mobili abbiamo scelto di analizzare i prodotti e i servizi che permettono di guardare la televisione sia all’interno delle mura domestiche sia all’esterno sul proprio dispositivo smartphone o tablet. Il primo dato con il quale ci siamo scontrati è lo squilibrio con il quale sono supportate le piattaforme: i terminali Apple sono quelli che godono del maggiore supporto sia dal punto degli accessori hardware sia da quello del supporto software. La grande diversità tra i terminali che utilizzano Android, sebbene questa piattaforma dimostri un elevato tasso di crescita in termini di quote di mercato, ostacola i produttori di accessori che si focalizzano così su iPad, iPhone e iPod Touch. Questi sono caratterizzati da un singolo connettore comune di collegamento hardware e da una piattaforma software unica senza possibilità di personalizzazioni. (…)
Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 250 – gennaio 2012
Sfruttare la rete elettrica di casa o dell’ufficio per i collegamenti Ethernet è facilissimo. E i nuovi dispositivi promettono velocità sempre più alte.
I lettori di PC Professionale conoscono da tempo le Powerline Communications (Plc); per i più distratti o per chi si è perso qualche numero di troppo, ricordiamo che con questo termine si indica una tecnologia grazie a cui si possono sfruttare le prese elettriche di casa per creare collegamenti di rete senza dover stendere nuovi cavi all’interno delle canaline dell’abitazione. Perché utilizzarle? Innanzitutto, per evitare di dover intervenire sull’impianto di distribuzione preesistente, operazione che sulla carta non presenta particolari difficoltà, ma che spesso si rivela più che ardua se non si dispone della corretta attrezzatura o, ancora peggio, se l’impianto ha qualche anno di troppo o non è stato pensato per cablaggi futuri. Anche i più appassionati cultori del fai-da-te che si sono cimentati nell’impresa sanno che nonostante i migliori propositi spesso si deve ricorrere a un elettricista specializzato per trovare la quadratura del cerchio quando si tratta di stendere nuovi cavi tra i diversi locali dell’edificio.
Da questo punto di vista, le Powerline offrono una semplicità di installazione estrema: nella maggior parte dei casi è sufficiente collegare due o più adattatori Plc alla rete elettrica e agganciarvi quindi i computer o gli altri dispositivi di rete tramite il tradizionale cavo Utp. Non serve altro: la connessione è subito disponibile, con trasmissioni cifrate e un firewall naturale costituito dal contatore elettrico che impedisce ai vicini di intercettare le comunicazioni.
C’è chi pensa che l’alternativa migliore al cablaggio tradizionale è rappresentata dal Wi-Fi. Nella maggior parte delle situazioni le reti Wlan (Wireless Local Area Network) costituiscono in effetti una soluzione ideale per chi non vuole o non può stendere i cavi. Vi sono però delle problematiche non indifferenti legate alle trasmissioni radio: innanzitutto, il segnale può essere bloccato o disturbato, impedendo l’accesso alla rete Wi-Fi da determinati locali o zone della casa o dell’ufficio. Un esempio classico è la taverna o lo scantinato, ma non sono infrequenti delle “zone morte” anche negli appartamenti che si sviluppano su un singolo piano. Inoltre, le reti wireless offrono generalmente un canale meno stabile, con cali di prestazioni subitanei, ad esempio dovuti alle già citate interferenze. Si tratta spesso di episodi sporadici e di breve durata, ma che possono essere particolarmente fastidiosi se state guardando un film in streaming o conversando con qualcuno su una linea VoIP. Le Powerline forniscono tipicamente un canale più stabile, con un throughput a varianza minima e quindi particolarmente adatto allo streaming. Inoltre, non subiscono attenuazioni improvvise in base alla conformazione dell’unità abitativa, presentando semmai un calo progressivo delle prestazioni all’aumentare della distanza tra gli apparati.
Le Powerline sono insomma un’alternativa alle tradizionali Ethernet e alle sempre più diffuse reti locali senza fili, ma spesso sono utilizzate fianco a fianco alle tecnologie concorrenti per creare una struttura più versatile ed efficiente: cavo, Wi-Fi e rete elettrica insieme costituiscono una terna in grado di soddisfare le esigenze della maggior parte degli utenti, anche le più particolari. (…)
Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 250 – gennaio 2012
Devolo dLAN 500 AVplus
D-Link DHP-P501AV
Netgear XAVB5001
Sitecom LN-507
Sitecom LN-509
Per valutare le prestazioni delle soluzioni forniteci abbiamo predisposto un ambiente di test domestico che prevede la comunicazione tra due personal computer (entrambi basati su sistema operativo Microsoft Windows 7) in collegamento diretto tramite una coppia di adattatori Powerline.
Le misure sono eseguite con IPERF ( http://ast.nlanr.net/ Projects/Iperf/ ), lo stesso strumento che adottiamo per i test di dispositivi wireless; si tratta di un software client/server in grado di registrare il throughput su connessioni Tcp e Udp e quindi disponibile alle applicazioni reali. Tutti i test sono stati eseguiti in configurazione standard dei dispositivi, senza impostare cioè alcuna regola particolare in termini di Quality Of Service, ma con la cifratura Aes attiva. Per ciascuna coppia di prodotti il test è stato ripetuto differenti configurazioni topologiche, lasciando cioè fisso uno dei due adattatori e variando la posizione del secondo apparato.
La posizione A prevede che entrambi gli adattatori siano collegati a due prese dello stesso frutto elettrico, quindi a distanza praticamente nulla. Un secondo test (posizione B) è invece effettuato utilizzando due prese poste ai capi opposti della stessa stanza, con una distanza il linea d’aria complessiva di 7 metri circa. La terza posizione (C) prevede invece che il secondo dispositivo sia collocato in una stanza attigua, con le prese coinvolte distanti circa 15 metri). Da ultimo, la posizione D porta gli adattatori a una distanza in linea d’aria di poco meno di 25 metri. Per ogni postazione abbiamo effettuato due test: nel primo caso abbiamo avviato una trasmissione di dati in una singola direzione (single-duplex); nel secondo, la comunicazione simulata è bidirezionale (full-duplex), sfruttando quindi il canale Tcp/IP in entrambe le direzioni. Al di là dei risultati dei singoli prodotti, i test evidenziano come la tecnologia a 500 Mbps offre un effettivo vantaggio rispetto allo standard HomePlug AV a 200 Mbps. Quest’ultimo registra tipicamente velocità reali nell’ordine dei 60-70 megabit al secondo, mentre la nuova architettura Qualcomm permette di superare tranquillamente i 100 Mbps a corto raggio. Quando la distanza tra i terminali aumenta la differenze si fa meno significativa, con i prodotti a 500 Mbps che si ri-attestano su throughput di poco superiori alle soluzioni HomePlug AV. Da questo punto di vista l’investimento in prodotti di ultima generazione va valutato attentamente: la tecnologia Qualcomm è totalmente retro-compatibile con HomePlug AV, ma il prezzo dei nuovi modelli è superiore a quello dei dispositivi a 200 Mbps che che offrono comunque velocità reali e stabilità quasi analoghe a medio e lungo raggio. Altra interessante considerazione riguarda le due modalità di test: tutti i prodotti hanno evidenziato prestazioni superiori nella comunicazione aggregata full-duplex; questo significa che le trasmissioni uni-direzionali non sfruttano appieno le potenzialità delle Powerline anche se, soprattutto in ambito domestico, sono certo le più frequenti.
Per quanto concerne poi la stabilità del segnale, salvo rare eccezioni (i dispositivi Sitecom a corto raggio, che comunque offrono velocità medie molto elevate) si può notare come le oscillazioni di banda siano molto limitate rispetto al classico comportamento delle reti Wi-Fi. Da questo punto di vista le Powerline si confermano come la soluzione ideale in alternativa al cablaggio tradizionale quando si tratta di trasportare streaming in tempo reale, ad esempio per la fruizione di video e musica. Non è un caso che molti produttori spingano la tecnologia proprio in ambito Home Theater, dove i cali sporadici di segnale wireless possono rendere la riproduzione di audio e video in rete poco confortevole.
Nel corso delle prove abbiamo cercato di riprodurre fonti di interferenza che potessero attenuare il segnale Plc: in realtà lavastoviglie, lavatrici, asciugacapelli e televisori al plasma non hanno recato alcun disturbo (chiaramente non collegati alle medesime prese degli adattatori). L’unico calo di prestazioni su tutti i prodotti si è verificato quando abbiamo intenzionalmente collegato alla medesima ciabatta un dispositivo Plc e un alimentatore per telefoni cellulari. In questo caso le prestazioni sono calate del 30% circa. È stato sufficiente utilizzare due prese a muro separate per risolvere il problema. Ricordiamo infine che dispositivi Ups o taglia-frequenza o semplici ciabatte filtrate possono ridurre le prestazioni delle Plc o bloccarle del tutto. Come regola generale è opportuno collegare gli adattatori a una presa a muro, sfruttando eventualmente la presa passante del dispositivo per l’aggancio in cascata di una ciabatta con altri dispositivi elettrici collegati.
I pannelli Lcd Ips sono belli, ma costosi e riservati ai grafici professionisti. È ora di sfatare questo luogo comune, grazie ai nuovi modelli consumer dalle buone prestazioni cromatiche e dal prezzo finalmente accessibile.
La maggior parte dei monitor Lcd installati nelle case e negli ambienti di lavoro impiega pannelli a cristalli liquidi di tipo Tn (Twisted Nematic), relativamente economici e veloci nel rappresentare le immagini in rapido movimento. La tecnologia Tn ha però due gravi difetti, che anni di miglioramenti tecnologici non sono riusciti a eliminare: la scarsa fedeltà cromatica e la variazione nei colori e nella luminosità quando si sposta il punto di osservazione. Mentre per verificare il primo problema serve un occhio attento e una sonda colorimetrica, constatare il secondo è facilissimo. Stando davanti a un display Lcd di tipo Tn, che mostra un’immagine con un buon numero di colori (la foto di un paesaggio o un ritratto va benissimo), ci si sposta lentamente di lato e in direzione verticale, tenendo lo sguardo fisso sullo schermo.
ra osservare un’inversione dei colori. Se invece lo spostamento è orizzontale si può osservare che le tinte variano, tendendo in genere al giallo. Questa alterazione cromatica generalmente non dà fastidio a chi usa applicativi di tipo Office, dove le tinte non sono molto importanti, ma crea seri problemi a tutti quelli che, per lavoro o divertimento, devono visualizzare e elaborare foto o video. A seconda di come ci si siede davanti al monitor, infatti, si vedono a schermo colori diversi e, per esempio, una foto calibrata correttamente può apparire troppo chiara o troppo scura oppure con dominanti inaspettate. È evidente che una situazione di questo tipo è inaccettabile per i professionisti che lavorano con i colori e non è un caso che i grafici siano rimasti a lungo fedeli ai vecchi Crt, per abbandonarli con riluttanza solo quando sono apparsi i primi display Lcd liberi da questi difetti.
La tecnologia che ha permesso di produrre pannelli Lcd cromaticamente accurati si chiama Ips (In-Plane Switching) ed è stata sviluppata da Hitachi nel 1996. Un monitor Ips mostra tinte che variano molto poco al cambiare dell’angolo di visione, inoltre la fedeltà cromatica è elevata. Di contro la velocità di risposta dei cristalli liquidi non è il massimo e soprattutto con i primi pannelli il contrasto e la luminosità erano piuttosto bassi. Miglioramenti tecnologici successivi hanno permesso di superare quasi completamente questi limiti, ma i pannelli Ips sono sempre stati nettamente più cari delle controparti Tn e il prezzo elevato ha limitato al settore professionale la diffusione della tecnologia Ips. Recentemente però anche questo ostacolo si è ridotto, a tal punto da consentire ai produttori di proporre display Ips a prezzi accessibili, non molto superiori a quelli di schermi Lcd Tn di pari dimensione. Il costo della tecnologia Ips è sceso grazie a nuovi processi produttivi e all’impiego di pannelli di questo tipo in dispositivi elettronici di grande diffusione, come Tv, smart phone e tablet. Si è creato così un circolo virtuoso che ha permesso di abbassare i costi grazie alle economie dovute alla produzione su larga scala.
Uguale fortuna non ha avuto l’altra principale tecnologia degli Lcd, la Va (Vertical Alignment), implementata nelle versioni Mva (Multi-domain Vertical Alignment) e Pva (Patterned Vertical Alignment). Pannelli di questo tipo sono usati in alcuni monitor professionali e televisori ma il loro numero è oggi molto ridotto rispetto agli apparecchi Ips. Le prestazioni degli Lcd Va sono complessivamente migliori dei Tn ma il prezzo è comunque elevato e non è mai partita una produzione su larga scala come con gli Ips. (…)
Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 250 – gennaio 2012
AOC i2353Fh
Asus ML229H
Dell U2312HM
Lenovo ThinkVision LT2452pwC
LG IPS 225V
Philips 237E3QPH
Per le prove di laboratorio abbiamo impiegato un desktop con Windows 7 Professional a 32 bit e con una scheda video AMD FirePro V8750, impostata in modo da produrre segnali video alla risoluzione nativa del monitor e con 32 bit di profondità colore.
Tutti i monitor sono stati lasciati accesi per almeno 30 minuti prima di cominciare i test e le calibrazioni. Per le valutazioni cromatiche abbiamo usato diverse immagini campione, le schermate generate dai programmi DisplayMate www.displaymate.com) e Monitors Matter (www.benchmarkhq.ru/english.html), film in Dvd e in Full HD da Blu-ray, e il gioco World of Warcraft. Abbiamo anche adoperato un media extender Syabas Popcorn Hour A-200 e una PlayStation PS3 di Sony, entrambi collegati via Hdmi. Nel caso il monitor non disponesse di una porta di questo tipo, siamo ricorsi a un adattatore Dvi-Hdmi. Queste periferiche ci hanno consentito di verificare la compatibilità dei display con la cifratura Hdcp e con le varie risoluzioni video e le diverse cadenze previste per l’Alta Definizione. Dopo una prima taratura manuale, eseguita con le regolazioni disponibili nei menu Osd, e una conseguente valutazione, abbiamo impiegato il sistema di calibrazione LaCie blue eye pro Proof Edition per ottenere un profilo colore Icc. I valori di calibrazione sono stati: gamma 2,2, temperatura colore 6.500K e luminosità 120 cd/m2. Una volta attivato profilo Icc abbiamo ripetuto tutti i test con le schermate, per giudicare i miglioramenti ottenuti.
Per misurare i consumi abbiamo collegato il cavo elettrico dei monitor a un wattmetro, rilevando il carico in watt quando i display mostravano una tipica schermata di Windows, un’immagine completamente nera e una completamente bianca. Abbiamo anche verificato i consumi con i monitor in standby e spenti.
La calibrazione
Il sistema di taratura semiautomatica blue eye pro Proof Edition di LaCie ( www.lacie.com 449,00 euro Iva inclusa) è pensato per i professionisti che devono calibrare i propri monitor al fine di ottenere un profilo Icc (International Color Consortium), che consente una rappresentazione dei colori costante nel tempo e rispettosa degli standard cromatici internazionali. Il sistema è semplice da usare grazie a un’interfaccia di tipo wizard, che richiede poche ed elementari operazioni.
La confezione include un Cd-Rom con la sezione software, un sintetico manuale cartaceo e il sensore Usb, che ha l’aspetto di un mouse e che va appoggiato alla superficie frontale del monitor. Per farlo stare in posizione, la superficie di contatto del sensore è ricoperta da ventose, inoltre un contrappeso è attaccato al cavo Usb che dal sensore passa dietro il monitor per poi arrivare al computer.
Il sistema funziona in maniera totalmente automatica con il monitor LaCie 324i, mentre con i display di altre marche – sia Crt sia Lcd – è necessario compiere alcune operazioni manuali preliminari. L’interfaccia consente di impostare i parametri di riferimento, che il sistema cercherà di far raggiungere al monitor tramite il profilo Icc. Questi parametri sono il gamma (da 1 a 3, con incrementi di 0,1), la temperatura colore (da 5.000K a 9.500K con passi di 500K) e infine la luminosità in candele al metro quadrato (cd/m2). Per calibrare i monitor di questa rassegna abbiamo selezionato i valori 2,2 per il gamma, 6.500K per la temperatura colore e 120 cd/m2 per la luminosità.
Il sistema di LaCie effettua verifiche cromatiche anche in base a un processo sviluppato con Ugra, un’associazione per la ricerca e lo sviluppo in campo grafico con sede in Svizzera, ed è in grado di usare un profilo Icc come riferimento per calibrare altri monitor affinché abbiano la medesima resa cromatica. Sono poi disponibili le funzioni per verificare la costanza nel tempo delle prestazioni del display tramite un veloce test e per misurare intensità e colore della luce ambiente. Per questo si applica la conchiglia di protezione traslucida alla base del sensore, lo si appoggia a rovescio sullo schermo e si lancia il software.
LaCie ha in catalogo altri due colorimetri: blue eye pro (389,00 euro Iva inclusa) e blue eye 2 (249,00 euro Iva inclusa). Il primo è uguale alla versione più costosa ma è privo della sezione Ugra. Il modello più economico richiede invece un intervento manuale più esteso durante il processo di calibrazione e di creazione del profilo Icc.
L’ultima versione del sistema operativo per smartphone permette alla casa di Redmond di competere ad armi pari con i leader di mercato iOS e Android. Scopriamo le novità introdotte e i primi telefoni disponibili in Italia.
La prima versione di Windows Phone 7, annunciata a febbraio 2010, non ha avuto esattamente il successo sperato. Questo nonostante gli sforzi di Microsoft per realizzare un sistema operativo mobile completamente nuovo, finalmente in grado di fornire un’esperienza touch degna di questo nome. Molte le mancanze, un marketplace ancora povero, telefoni che si potevano contare sulle dita di una mano. A poco è servito l’aggiornamento denominato NoDo, apparso all’inizio del 2011, che ha introdotto alcune funzioni ma che ha presentato parecchi problemi di natura tecnica durante l’installazione su diversi smartphone.
Windows Phone 7.5 è la nuova versione su cui Microsoft ripone la massima fiducia e con cui spera di recuperare il terreno perduto rispetto agli altri concorrenti, Apple con il suo iOS e Google con Android. Annunciato a maggio di quest’anno e noto con il nome in codice Mango, Windows Phone 7.5 è un sistema operativo profondamente rivisto su tutti i livelli, dal kernel alle funzionalità cloud, con ottimizzazioni tali da velocizzare al massimo l’interfaccia utente e con oltre 500 funzioni in più.
L’introduzione di nuove funzionalità è proprio il punto cruciale della nuova versione, su cui Microsoft pone particolare accento. Ricordiamo che la prima versione di Windows Phone 7 era priva di multitasking, di possibilità basilari come il copia e incolla del testo, di una decente integrazione con i social network come Facebook.
Ciò che non è cambiata è l’interfaccia grafica, del tutto simile al passato; un fatto che rischia di non rendere subito visibile il lavoro che è stato fatto in profondità e che rappresenta anche il cruccio principale di Microsoft. Proprio per sottolineare la differenza col passato, la nuova versione ha il nome commerciale di 7.5, mentre presso gli sviluppatori è conosciuta come 7.1.
Per risalire la china, Microsoft dovrà convincere bene i mercati e gli utenti: secondo gli ultimi dati di Gartner relativi al terzo trimestre 2011, la quota di mercato degli smartphone con sistema operativo Windows Phone è pari a un risicato 1,5%, contro il 2,7% relativo allo stesso trimestre dell’anno scorso.
Un terreno vincente può essere il mercato professionale, anni fa zoccolo duro dei prodotti con Windows Pocket PC, in seguito dominato da RIM con i suoi Blackberry e oggi colonizzato anche da iPhone e telefoni Android. La piattaforma Microsoft ha tanti vantaggi in questo senso, come la presenza nativa della suite Office, il supporto ai server di posta Exchange, a Sharepoint e ora anche ai servizi basati su cloud di Office 365.
Nel frattempo è cresciuto anche il numero di applicazioni disponibili: il marketplace di Microsoft a novembre contava più di 40.000 titoli, contro i circa 10.000 di febbraio 2011. La disponibilità di app di valore è uno dei punti chiave per il successo di una piattaforma, come Apple ha insegnato; è altresì importante un marketplace funzionale e semplice da usare, con una politica di pagamento alla portata di tutti. Anche da questo punto di vista Microsoft ha lavorato molto e i risultati iniziano a farsi vedere. (…)
Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 250 – gennaio 2012
La prova di tredici modelli di fascia media e alta: come mettere il turbo al vostro desktop o notebook, anche spendendo meno di 200 euro.
Per la prima volta nella storia dell’informatica siamo di fronte a un punto di rottura netto con il passato prestazionale dei dispositivi di archiviazione. I dischi allo stato solido rappresentano ormai il futuro del settore permettendo entro qualche anno di avere a disposizione capacità notevoli in grado di ospitare grandi moli di dati e trasferirli a velocità impossibili per i dischi magnetici. Il punto di rottura deriva proprio dalla grandissima differenza prestazionale tra questi due “mondi” tecnologici, con i dischi allo stato solido in grado di offrire velocità di trasferimento in molti ambiti superiori di oltre cento volte rispetto ai vecchi modelli. I dati reali sono impietosi per i “vecchi” dischi meccanici, nei trasferimenti di dati non sequenziali i migliori Ssd offrono tra 200 e 500 Mbyte/s, mentre un disco notebook classico tra 0,6 e 40 Mbyte/s. Il numero di operazioni al secondo effettuabili in lettura casuale offre un dato ancora più impressionante: 56.000 per i migliori Ssd e solo 150 per un disco tradizionale. Nei test che approfondiremo nel seguito un altro dato mostra come passare da un disco meccanico a uno allo stato solido cambi il modo di lavorare: sul nostro sistema di test l’avvio del sistema operativo richiede 58 secondi con un disco tradizionale, e solo 8 con un Ssd di ultima generazione.
Se i dischi magnetici, per via delle latenze meccaniche che li contraddistinguono, hanno sempre rappresentato un grande collo di bottiglia per il restante hardware elettronico; tanto da rendere d’obbligo l’adozione di architetture Raid nei sistemi più potenti come server e workstation, gli Ssd di ultima generazione risolvono completamente il problema, essendo in alcuni casi addirittura frenati dai restanti componenti installati su un comune Pc.
Le caratteristiche chiave degli Ssd sono la rapidità di accesso ai dati e la capacità di gestire senza intoppi anche file suddivisi in porzioni non fisicamente vicine, cosa che per un disco tradizionale risulta difficile per via della latenza nel movimento dei suoi elementi. Dal punto di vista pratico l’esperienza d’uso offerta da un sistema dotato di Ssd o disco tradizionale è molto diversa; un Ssd è in grado di accedere a dati paralleli molto più velocemente, tanto da permettere l’apertura di più programmi insieme senza rallentamenti. Spesso i tentennamenti di un personal computer, che incrementa il proprio tempo di risposta dopo alcuni comandi (come aprire un software, una cartella o salvare un documento) non sono dovuti come si tende a credere alla poca potenza resa disponibile dal processore, ma alle difficoltà di un disco tradizionale.
Utilizzando un Ssd è tutto più fluido, più veloce e con una risposta immediata ai comandi, tanto da far supporre ai più di trovarsi di fronte a un sistema dotato di una potenza elaborativa molto superiore a quella reale. Difficilmente dopo aver provato un sistema dotato di Ssd l’utente sceglierà qualcos’altro in futuro, la percezione di velocità e fluidità è tale da iniziare spesso a chiedersi come si riuscisse a lavorare “prima”.
In queste pagine ci concentreremo sull’analisi dei dischi Ssd di ultima generazione, la prima ad adottare lo standard di connessione Sata 3 da 6 Gbit/s e in grado di spingersi spesso ben oltre i 500 Mbyte/s effettivi. Abbiamo voluto porre l’attenzione su modelli da 120 Gbyte, un taglio sufficiente per la maggior parte degli utilizzi e con costi ormai accessibili. (…)
Anno nuovo, tecnologia nuova. Cosa ci dobbiamo attendere dal 2012 che inizia in questi giorni?
Il nuovo anno si apre, tecnologicamente, con ottime prospettive. Ci sono all’orizzonte molti cambiamenti, innovazioni hardware e software che popoleranno le nostre scrivanie. Facciamo il punto.
C’è molta aspettativa per il nuovo sistema operativo di Microsoft (non è detto che si chiamerà Windows 8), il primo la cui interfaccia concettualmente parte da uno sviluppo pensato per tablet e smartphone, anche se Microsoft dichiara che funzionerà altrettanto bene sui Pc tradizionali. È una bella prova di coraggio da parte della multinazionale di Redmond, ma è anche una mossa obbligata per poter recuperare il terreno perduto in questi ultimi due anni nei quali Google Android e Apple iOs l’hanno fatta da padrone relegando il sistema operativo di Microsoft per tablet e smartphone (Windows Phone 7.5) a una quota di mercato quasi trascurabile. Avrà successo? Lo vedremo nei prossimi mesi. Intanto abbiamo preparato un approfondimento tecnologico sulle potenzialità di Windows Phone 7.5 con le prove dei nuovi smartphone di Nokia e HTC, a pagina 87.
Da Apple invece ci aspettiamo l’iPhone 5 e l’iPad 3. Quest’ultimo con una risoluzione da record visto che, probabilmente, adotterà la tecnologia retina display dell’iPhone. Ma non è finita qui: i bene informati sostengono che Apple annuncerà anche la iTv, una vera e propria televisione Led/Lcd marchiata mela morsicata. E che dire del MacBook Air da 15 pollici? Tutti ne parlano anche se non c’è nessun annuncio ufficiale: sarà un MacBook Pro leggerissimo ma potente e con schermo di grande dimensione. Sarà anche costoso, nella tradizione di Apple?
E poi c’è Google. Anche se per ora ha risposto ad Apple tramite Samsung (con il Galaxy Nexus) il prossimo anno la multinazionale di Mountain View spingerà sull’acceleratore Motorola. Ricordiamo che Google ha acquistato la divisione mobile di Motorola per qualcosa come 12,5 miliardi di dollari, dimostrando di non avere problemi di liquidità. Ci aspettiamo quindi nuovi e potentissimi googlephonini (magari si chiameranno GoogleMotor o MotorGoogle), ma anche tablet e molte novità sulla GoogleTV. Telefoni con risoluzioni sempre maggiori e schermi perfettamente leggibili anche in piena luce.
E il 3D? Già nel 2011 abbiamo potuto provare due smartphone con schermo in grado di visualizzare il 3D senza occhialini. Bei prodotti ma che hanno avuto uno scarso riscontro di mercato, a causa dell’elevato prezzo di vendita e soprattutto perché il 3D, con o senza occhiali, affatica la vista. Il 2012 sarà l’anno decisivo per il 3D? Dipenderà molto dal software che sarà reso disponibile: film per le televisioni e giochi per i terminali.
Nel settore della mobilità la morte dei netbook ha aperto la strada ai tablet (o meglio, la crescita del mercato dei tablet ha ammazzato i netbook). Pur essendoci moltissimi modelli con Android e uno solo con iOs, per ora la domanda rimane a favore del prodotto Apple, che continua a dominare il mercato. Ma, come per gli smartphone, le cose potrebbero cambiare. Dipenderà molto dall’offerta dei vari produttori, dai prezzi dei terminali, dall’usabilità delle nuove versioni di Android e, soprattutto, dalla qualità delle applicazioni.
Sempre nel settore della mobilità ci sarà una crescita dell’offerta di ultrabook, i notebook già annunciati a fine 2011 con processori mobile di Intel (ma sempre dual o quad core i5 o i7 in architettura Sandy Bridge) e dischi fissi ibridi o allo stato solido. Notebook non economicissimi ma leggeri e potenti, e con grande autonomia. Perfetti per la mobilità.
Poche novità nel comparto grafico (anche perché Windows 8, o come si chiamerà, per ora pare non richiederà una nuova versione delle DirectX). Ma la rivoluzione nel settore hardware arriverà con l’offerta a prezzi contenuti di dischi fissi allo stato solido. Proponiamo su questo numero la prova approfondita di 13 Ssd da 128 Gbyte, abbastanza economici pur essendo veloci (a pagina 72). Una volta per potenziare il vostro computer, notebook o desktop, vi consigliavamo più memoria, una nuova scheda grafica o magari di cambiare il processore. Oggi basta sostituire il disco fisso con un Ssd, o aggiungerne uno come unità principale per il sistema operativo e i programmi, e il gioco è fatto. Le prestazioni volano e, con la maggior offerta, i prezzi calano. Un bel mix a favore dell’utilizzatore. Insomma, se la crisi ci farà respirare e se il mondo non finirà (come sostengono senza prove scientifiche alcune cassandre rifacendosi alla fine del calendario Maya) il 2012 sarà un anno con grandi evoluzioni, ma non rivoluzioni, tecnologiche. Dodici mesi tutti da scoprire su PC Professionale. Buon anno da me e dalla redazione. Buona lettura a tutti. •
Dopo musica e video, la transizione al digitale ha toccato anche i libri. Il mercato italiano è ancora in fase di sviluppo, ma il percorso è tracciato.

Il mercato italiano dell’eBook ha compiuto un anno. Nato nell’ultimo trimestre del 2010 con il progressivo ingresso nel settore di tutti i principali gruppi editoriali e l’allestimento delle piattaforme di distribuzione e di vendita on-line, il fenomeno del libro elettronico, declinato nella nostra lingua, è cresciuto sotto la costante attenzione dei media tra i sentimenti contrastanti degli editori e degli addetti ai lavori – da un lato preoccupati di tutelare il libro stampato e tutta la sua filiera produttiva, dall’altro desiderosi di sfruttare le nuove opportunità offerte dal digitale – e quelli degli stessi lettori, divisi anch’essi tra tradizione e modernità, tra carta e bit.
Sotto quest’aspetto, si parte da un dato di fatto: gli italiani non sono un popolo di lettori accaniti. Secondo i dati forniti a metà ottobre dall’Aie (Associazione Italiana Editori) nel corso della 63ma edizione della Fiera internazionale del Libro di Francoforte, solo il 46,8% degli individui di età superiore a 6 anni (26,6 milioni di persone) ha letto almeno un libro non scolastico nei 12 mesi precedenti, dato in crescita del 3,5% rispetto al 2009. Sono esclusi dal computo sia la lettura professionale sia la cosiddetta “lettura morbida”, che secondo l’Istat include narrativa gialla, fantascienza, fantasy, libri rosa, guide, libri di cucina e simili. Leggono almeno un libro l’anno il 65,4% dei ragazzi di età compresa tra 11 e 14 anni e il 59,1% dei giovani tra 15 e 19 anni, contro il 22,9% degli over 75. Sarebbero, però, solo 10,8 milioni (il 19% della popolazione) coloro che leggono da 4 a 11 libri l’anno e poco più di 4 milioni (il 7,1%) i lettori forti da almeno un libro al mese. Per questo bacino d’utenza, nel 2010 le 2.500 case editrici attive nel nostro Paese hanno pubblicato 57.000 titoli, di cui 37.000 novità che si sono accumulate in un’offerta complessiva di 690.000 titoli commercialmente vivi, esclusi quelli del settore educativo.
Solo 6.950 di questi (poco più di 1 su 100) componevano a fine 2010 il catalogo eBook, che nel primo anno di esistenza ha generato un fatturato di 1,5 milioni di euro, appena lo 0,04% dell’intero mercato. Dimensioni ben lontane – anche per il diverso peso specifico della lingua italiana rispetto all’inglese – dagli oltre 500mila titoli in vendita nel Regno Unito e oltre il milione di eBook disponibili negli Stati Uniti, dove il libro elettronico vale circa il 10% del mercato librario totale.
In Italia, in attesa dei dati ufficiali, le previsioni di crescita per il 2011 sono positive, sulla scorta dei 390.000 eReader consegnati a tutto giugno 2011: lo scorso settembre, il numero di libri elettronici sotto diritti in vendita era salito a 18.000 e a fine anno dovrebbe toccare quota 20-21.000, con un incremento del fatturato a 4-5 milioni di euro. Ancora poco per far tremare le librerie, ma comunque un progresso lento e inesorabile. Per gli editori, la transizione al digitale non è un processo né facoltativo né procrastinabile: la parola d’ordine – secondo Riccardo Cavallero, Direttore Generale Libri Trade del Gruppo Mondadori – è “pubblicare tutto, pubblicare subito e pubblicare economico”. Non basta, infatti, che le novità escano contemporaneamente su carta e in elettronico, è anche necessario recuperare e convertire in digitale il catalogo dei volumi commercialmente vivi per creare una massa critica – stimabile attorno a 50.000 titoli – che muova il mercato attraendo sempre più lettori, grazie anche a una politica di pricing oculata e al calo dei prezzi degli eReader. Oggi, in Italia, i titoli elettronici costano in media il 45% in meno dell’edizione cartacea con copertina rigida (hardcover), al netto dell’Iva.
Ma mentre i libri a stampa beneficiano di un’aliquota dell’imposta sul valore aggiunto del 4%, come quotidiani e periodici, l’eBook è soggetto all’aliquota ordinaria del 21%, come il software. Per questo, alla fine, il risparmio medio si riduce al 36%, ancora un po’ lontano dalla percezione di prezzo equo del cliente. In questo senso, un contributo decisivo spetta all’Unione Europea: sono promettenti le parole di Neelie Kroes, commissario per l’agenda digitale, che nel corso dell’ultima Buchmesse di Francoforte ha affermato l’intenzione di superare la discriminazione fiscale che penalizza l’eBook rispetto al libro stampato nella maggioranza degli Stati membri. Fare diversamente frenerebbe lo sviluppo di un mercato che genera crescita e che contribuisce a far circolare le idee e la cultura nel nostro continente. (…)
Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 249 – dicembre 2011
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