Uso Equo del Servizio Internet in Mobilità. Così Vodafone ha descritto il provvedimento annunciato ieri sul suo sito e che prevede per l’utenza business una limitazione all’uso delle applicazioni p2p e quindi anche al file sharing, allo scopo di salvaguardare la qualità del servizio Internet.
Dalle 7.00 alle 22.00, avverte Vodafone, la velocità massima di connessione alle applicazioni p2p potrà essere limitata. Inoltre nelle offerte dati in mobilità (cioé l’accesso a Internet tramite Iphone, BlackBerry) saranno introdotte limitazioni e nuove condizioni per il traffico effettuato con applicazioni Voip.
Insomma i tagli colpiscono anche il traffico telefonico via Internet (cioé Skype) e questo, sinceramente convince meno, visto che il “peso” di una chiamata Skype in termini di kilobyte è infinitamente inferiore a quello di un video inviato su YouTube o un film scaricato in p2p.
L’annuncio di Vodafone di per sé non è una novità, altri provider praticano il cosiddetto “traffic shaping” (vedi, Tele2, Wind e Tiscali) e in questo almeno Vodafone è stata trasparente nel comunicarlo ufficialmente ai propri utenti. Ma, come hanno sottolineato alcuni blogger l’aver esteso il provvedimento anche al Voip sa tanto di protezionismo ad oltranza.
Emergono i primi dettagli su come la nuova proprietà, Global Gaming Factory, intende gestire nei prossimi mesi e rendere remunerativo The Pirate Bay.
In un’intervista esclusiva a Business Week, il Ceo di GGF, Hans Pandeya, ha detto di voler innanzitutto pagare i diritti d’autore ai principali fornitori di contenuti (Warner Brothers, Sony BMG, Vivendi Universal) ma soprattutto di voler utilizzare il modello del p2p come messa in comune delle risorse di banda da parte degli utenti della Baia, al fine di rivendere la banda stessa a Internet service provider come ComCast e At&T. 
I proventi dovrebbero poi essere condivisi tra gli utenti stessi che verrebbero così risarciti per aver messo a disposizione le proprie risorse di banda e che potrebbero utilizzare i soldi guadagnati ad esempio per acquistare file musicali o altri servizi resi disponibili sul sito.
Il modello richiama alla mente un altro progetto decennale di condivisione delle risorse, a scopi però filantropici, che è il progetto SETi@Home dell’Università di Berkeley in California, in cui i partecipanti consentivano l’accesso tramite Internet alla risorse dei loro computer, quando questi non erano in uso, per sfruttare la potenza di calcolo dei singoli PC e dar vita a un supercomputer virtuale che, tra le altre cose, doveva analizzare i segnali provenienti dallo spazio, alla ricerca di eventuali forme di vita extra-terrestri.
In tempi più recenti, il modello della raccolta e condivisione delle risorse elaborative e di rete è stato utilizzato anche da Skype.
Nel caso di Pirate Bay però, commenta Business Week, risulta difficile pensare che provider come ComCast e AT&T acquistino banda (se pur a basso costo) dal network p2p del sito, sia perché hanno già in essere accordi di rivendita reciproca tra loro, sia perché la community della Baia dei Pirati dovrebbe essere molto più ampia, per garantire un eccesso di banda tale da motivarne la rivendita (oggi sul sito gli ultimi dati ComScore parlano di 16 milioni di utenti mensili a maggio). Inoltre insorgerebbe anche un problema di violazione nei rapporti contrattuali tra gli Internet service provider e gli utenti finali che si troverebbero a essere in qualche modo rivenditori del servizio acquistato.
Accanto a questa strategia c’è poi il modello pubblicitario: The Pirate Bay fino a oggi non ha attirato l’attenzione dei grandi investitori pubblicitari in quanto sito illegale per eccellenza, sostiene la Global Gaming Factory, ma una volta reso a pagamento il servizio, l’obiettivo della nuova proprietà è realizzare 40 milioni di euro in fatturato pubblicitario al mese. Una cifra più che ragguardevole, che si basa sui dati di accesso al sito attuali. Ma c’è il rischio che gli utenti disertino il sito, un volta diventato a pagamento. Tutte le iniziative Internet “free” da Napster a KaZaA, che sono state trasformate in un modello a pagamento infatti non sono riuscite a replicare il medesimo successo in termini di utenti paganti e fatturato. E c’è il rischio che Pirate Bay faccia la stessa fine.
L’acquisizione sarà portata a termine entro fine agosto, vedremo quindi nei prossimi mesi quali altri dettagli fornirà la Global Gaming Factory.
Una rete Peer-to-Peer (detta anche peer2peer o p2p) risulta molto utile per condividere i propri documenti senza consentire l’accesso diretto al proprio PC, oppure per scaricare l’ultima versione di una distribuzione Linux sfruttando la banda di altri utenti che la stanno scaricando nello stesso momento. Read more
Fidarsi è bene, sapere come stanno le cose è meglio. La Electronic Frontier Foundation, da sempre paladina della libertà della rete e del software, ha realizzato uno strumento automatico per certificare che il fornitore di accesso a Internet non sia parziale verso certi tipi di pacchetti, per esempio quelli scambiati dalle applicazioni P2P come BitTorrent.
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Ha suscitato scalpore la proposta dell’International Federation of the Phonographic Industry (IFPI) danese di rendere legale lo scambio di file musicali protetti da copiright attraverso il peer-to-peer.
La legalità delle operazioni sarebbe garantita da una piccola tassa fissa mensile di circa 100 corone danesi (13,5 € al cambio attuale). Il pagamento di questa cifra permetterebbe di condividere e scaricare anche materiale protetto da copyright, i cui diritti d’autore verrebbero ripagati dagli introiti ottenuti.
La proposta, molto interessante, non è però ancora definitiva, molti sono infatti i punti che dovranno essere discussi e affinati.
Non è però necessario spingersi fino in Danimarca per trovare iniziative del genere. Per la serie “Non tutti sanno che…” bisogna dire che anche in Italia è stato proposto un DDL simile.
Il senatore Pecoraro Scanio, il 2 agosto 2007, ha presentato questo Disegno Di Legge, che si trova attualmente fermo al Senato.
Che anche in Italia si possa giungere a un download libero?
In grado di togliere il velo di illegalità che sovrasta il mondo di internet, permettere a chiunque di ottenere musica e software a prezzi accessibili e nello stesso tempo riconoscere economicamente il diritto d’autore ai produttori?
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