L’accusa proviene dal New York Times, secondo cui nel corso dell’ultima decade, Facebook avrebbe condiviso con almeno 60 produttori (tra cui Apple, Amazon, Samsung, BlackBerry, etc…) i dati degli utenti, degli amici e dei loro amici, senza l’esplicito consenso.

A pochi mesi di distanza Facebook torna a doversi difendere su un tema scottante quale la condivisione di dati personali, ma questa volta attraverso un post sul blog ufficiale, si difende… Confermando le accuse.

I reporter del New York Times sono giunti a questa nuova accusa a Facebook effettuando l’accesso all’applicazione Hub App installata su un vecchio BlackBerry Z10, tramite l’account di uno dei cronisti. Da lì a poco è stato possibile accedere ai dati di centinaia e centinaia di amici del giornalista e anche dei loro amici; è stato possibile risalire a relazioni, eventi a cui parteciperanno (o hanno partecipato) e via dicendo, segnalando un’evidente problema di privacy. La mole di dati a cui il reporter è riuscito ad accedere coinvolgono oltre 200.000 persone. Un numero impressionante e che espande a macchia d’olio il problema di privacy del social network.

Le differenze: stessa esperienza ma su piattaforme diverse.

La replica ufficiale di Facebookche ovviamente smonta le accuse del quotidiano americano, spiega come il problema derivi dal fatto che in origine Facebook era una realtà giovane e non aveva i mezzi per produrre applicazioni compatibili con sistemi operativi diversi. Anni fa ancora non vi era ancora la diarchia iOS/Android, per cui Facebook si trovava costretta a rilasciare le proprie Api ai produttori (diventati partner), in modo da permettere l’utilizzo del social network su qualsiasi piattaforma.

Facebook prosegue rivelando che lo scopo della condivisione di questi dati era dovuta esclusivamente per ricreare l’esperienza Facebook anche su altre piattaforme, e che nessun dato è stato ceduto a terze parti o per scopi illeciti. Conclude inoltre informando che 22 di queste 60 partnership sono state concluse ad Aprile e che molte altre ancora verranno interrotte prossimamente.

La linea difensiva del social network è a tratti comprensibile, ma la condivisione delle Api con gli altri produttori non è stata supervisionata a dovere, come del resto ogni meccanismo che ha portato a Cambridge Analytica. Che sia per inesperienza o per accordi commerciali, Facebook si riconferma goffa nel tutelare la privacy dei propri utenti.

Le conseguenze dell’inchiesta del New York Times sono difficili da ipotizzare, oltre ad arrecare un ulteriore danno all’immagine, che appare ora come quella di un social in balia della mole di dati incapace di gestire e tutelare.
In seguito ai recenti fatti di Cambridge Analytica Facebook ha privato l’accesso alle Api a società di terze parti, ma i produttori (in questo caso Blackberry) non sono considetati come “terze parti” ma, come già detto, partner. Inoltre, un accordo con F.T.C. (Federal Trade Commission) siglato dal social di Zuckerberg nel 2011, imponeva a Facebook di non condividere i dati con nessuna azienda senza l’esplicito consenso dell’utente finale e, in teoria, gli utenti hanno sempre consentito l’accesso ai propri dati, sebbene non consapevolmente.

In Europa, in seguito all’entrata in vigore del Gdpr una situazione simile potrebbe costare caro a Facebook, che, nonostante la determinata linea difensiva, ora deve comprendere come risolvere questa ennesima grana che riguarda potenzialmente oltre 2 miliardi di utenti iscritti.

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Classe '87, amante della tecnologia e della fotografia.