L’esilio virtuale di WikiLeaks

Non c’è pace per WikiLeaks, il sito al centro di una fuga di notizie diplomatiche che sta accendendo le discussioni di mezzo mondo. Mentre il suo capo carismatico, Julian Assange è ricercato in 180 diversi Stati, oggi le pagine di WikiLeaks erano nuovamente irraggiungibili e non per un attacco DDoS (Denial of Service) ma perché Amazon ha chiuso al sito i suoi servizi di hosting. Nei giorni scorsi infatti WikiLeaks dopo gli attacchi subiti nelle prime ore successive alla pubblicazione delle notizie, aveva spostato i server dalla Svezia all’offerta di hosting self-service che Amazon rende disponibile sul proprio sito (Amazon Web Services) in cui l’acquisto di spazio è automatico. Oggi la decisione di Amazon.com di non dare più asilo a WikiLeaks sui propri server in nome di una presunta violazione dei termini del servizio (là  dove Amazon chiede che i suoi server non vengano utilizzati per violare la sicurezza o l’integrità  di altri network e sistemi di comunicazione, o per veicolare contenuti offensivi). Un palliativo dietro cui c’è la richiesta esplicita del senatore Lieberman di chiarimenti sui rapporti tra le due web company. E infatti il senatore americano ha subito accolto con favore la decisione del gruppo di interrompere ogni servizio a WikiLeaks, dichiarando Amazon come esempio da seguire da parte di altre società  disposte a ospitare il sito di Assange sui propri server.
Ha apprezzato un po’ meno WikiLeaks che accusa il big dell’ecommerce mondiale di aver rinunciato al Primo Emandamento della Costituzione Americana che difende la libertà  di espressione e di stampa. Il sito  è comunque tornato di nuovo on line.

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