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Il sequestro dei siti di streaming, una cattiva abitudine italiana

| 16 Aprile 2013

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Il provvedimento del Gip di Roma che ha ordinato il sequestro preventivo di 27 siti di streaming e download “rei” […]

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Il provvedimento del Gip di Roma che ha ordinato il sequestro preventivo di 27 siti di streaming e download “rei” di aver consentito la circolazione abusiva di un film protetto da copyright, imponendo ai provider italiani di bloccare le query sui loro DNS, è l’ennesimo abuso giudiziario perpetrato in nome della “tutela del diritto d’autore”.

Ovviamente nessuno discute il diritto dell’industria audiovisiva di chiedere e ottenere tutela dei propri interessi economici contro chi usa abusivamente le opere dell’ingegno.

Ma in nome della tutela di un diritto non può passare sotto silenzio il macroscopico errore tecnico e il conseguente errore giuridico, che si è purtroppo ormai radicato nella giurisprudenza italiana per colpa del caso “The Pirate Bay” ( il primo a partire dal quale si è diffuso in Italia il concetto di “sequestro per oscuramento”.

L’unico modo per sequestrare è prendere una cosa e portarla via, rendendola nin disponibile all’avente diritto. Così nel caso dei file per sequestrarli bisogna spostarli su un’altra risorsa di rete, o quanto meno cambiare i loro privilegi di lettura. Intervenire sui Dns invece, non “sequestra” un bel nulla, ma rende solo parzialmente inaccessibili dei contenuti ai coloro che sono meno esperti tecnicamente,lasciandoli invece  pienamente disponibili  a quanti sanno come raggiungerli. Inoltre tutto ciò si traduce in un’inaccettabile attività  di monitoraggio generalizzato delle query eseguite dagli utenti sui vari Dns degli operatori italiani.

Benché “giustificata” dalla giurisprudenza e oramai trasformata in prassi operativa, questa forzatura di equiparare il sequestro preventivo penale al blocco dei Dns è, prima di tutto, una violazione dei diritti degli utenti onesti le cui query sui Dns sono sistematicamente oggetto di controllo da parte degli operatori che non possono fare altro che obbedire a un ordine sbagliato. Che fine fanno tutti questi dati? E che ne pensa il Garante dei dati personali, solitamente molto attivo nell’occuparsi delle attività  di aziende private di settore, ma evidentemente, non altrettanto reattivo in casi del genere?

Resta il fatto che in nome della tutela di interessi privati (quelli delle lobby degli audiovisivi) gli Internet provider continuano ad essere costretti a fare gli “sceriffi della rete” anche se non è un compito che spetta a loro ma a chi, invece fa di tutto per imporglielo.

di Andrea Monti