Google vince su Oracle per le API Java

Dopo il processo durato due settimana che ha visto Google e Oracle confrontarsi faccia a faccia in merito all’utilizzo di 37 API (Application Programming Interface) relative al linguaggio Java, il giudice della corte federale – dopo tre giorni di in camera di delibera – ha dato ragione a Google.
Secondo la sentenza, il sistema operativo Android di Google non infrange i diritti detenuti da Oracle in quanto vale la regola del “giusto uso” di codice protetto da diritto intellettuale. A questo punto, Google è stata liberata da ogni responsabilità  nel caso. Decade così anche la richiesta di pagamento di un massimo di 9 miliardi di dollari che Oracle aveva avanzato a lato della richiesta di verifica sulla violazione dei diritti da lei detenuti.

Alla base di tutto, infatti, c’è l’utilizzo di API Java – proprietà  di Oracle – che consentono a programmi esterni di interagire in modo semplificato con il software Java. Il sistema operativo Android di Google utilizza da tempo questa API e già  nel 2014 una corte d’appello federale aveva stabilito che il reclamo sul diritto d’autore di Oracle sul codice specifico fosse del tutto valido. Da quel momento Google ha rischiato di pagare a carissimo prezzo l’utilizzo dell’API di Oracle, in quanto una possibile multa avrebbe tenuto conto dei volumi di vendita raggiunti da Android nel corso degli anni.

Google si è appellata al “fair use”, ovvero a una disposizione legislativa dell’ordinamento giuridico degli Stati Uniti e che stabilisce la liceità  della citazione non autorizzata, o l’incorporazione non autorizzata, di materiale protetto da copyright nell’opera di un altro autore.
I risultati delle sentenze sul “fair use” rimangono confinati all’interno del singolo caso esaminato e quindi non fissino un precedente legale al quale altri soggetti potrebbero appellarsi per cause future. La disputa tra Google e Oracle resta comunque un caso storico per l’importanza e la dimensione dei due contendenti e sebbene la vittoria di Google per “fair use” non costituisca un precedente, sono molti i giuristi americani che ritengono che tale verdetto possa avere ripercussioni sugli sviluppatori di software. Già  perché con la leva del “fair use” potrebbe diventare molto difficile far valere i diritti su codice proprietario nel momento in cui una azienda decidesse di integrarlo all’interno di un proprio prodotto.

Nessun Articolo da visualizzare