Hardware

Alfa 900 la prova della stabilizzata full-frame di Sony

Redazione | 19 Marzo 2009

Fotografia

Progettata per i fotografi professionisti, l’ammiraglia Sony sfoggia una notevole reattività  complessiva e può vantare la risoluzione record di ben 25 Mpixel.

L’eredità  che Sony ha ricevuto da Konica-Minolta non è andata dispersa: dal 2006 a oggi il marchio giapponese ha ulteriormente valorizzato l’esperienza dei due storici produttori, arrivando in tempi recenti a competere con i nomi più illustri del settore, su tutti Canon e Nikon.

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L’offerta del colosso nipponico dentro al mondo D-slr è tra le più esaustive e lo rileviamo non solo a livello di corpi macchina disponibili (serie Alfa), ma anche in virtù dell’ottimo corredo di accessori, il cui fiore all’occhiello è rappresentato dall’offerta di ottiche di pregio a marchio Carl Zeiss. In ambito reflex la gamma spazia dal segmento entry fino al professionale dove troviamo la protagonista di questo test, ovvero la full-frame Alfa 900.
Proprio sullo scorso numero abbiamo avuto modo di illustrarvi le due proposte full-frame di Nikon e Canon per il segmento prosumer: la proposta di Sony qui presente si discosta un poco da quest’ambito, in quanto trattasi di fotocamera pensata espressamente per il professionista, sebbene il suo prezzo d’acquisto la renda allineata al segmento semi-professionale. La prima impressione impugnando l’Alfa 900 non lascia alcun dubbio in tal senso: la macchina è assemblata attorno a uno chassis in lega di magnesio e presenta un corpo possente, robusto e ben rifinito, dove ogni particolare è studiato pensando all’affidabilità  assoluta di cui necessita il professionista. In presenza di ghiere o pulsanti si sono installate delle guarnizioni per migliorare la resistenza ad avverse condizioni ambientali, mentre i raffinati materiali dedicati alla meccanica dell’otturatore (fibra di carbonio) garantiscono un ciclo di vita da oltre 100.000 scatti.

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I volumi sono caratterizzati dalle dimensioni del pentaprisma che cela un mirino in grado di restituire il 100% del campo inquadrato con un fattore d’ingrandimento da 0,74X e offre nel contempo la possibilità  di sostituire lo schermo di messa a fuoco. Le uniche pecche in questo ambito riguardano le informazioni veicolate nel mirino che sono scarne in rapporto alla classe della fotocamera, nonché la dimensione del display a cristalli liquidi sul top dell’apparecchio che è risultato di non facile lettura. Di contro, il pannello Lcd sul dorso offre caratteristiche di alto livello in virtù della diagonale da 3″ ma soprattutto per la risoluzione da quasi 1 megapixel, quote che garantiscono un grado di dettaglio davvero apprezzabile. L’eredità  tecnologica ricevuta da Konica-Minolta è palese osservando il layout di questa reflex: oltre ai caratteristici deviatori a scorrimento preposti all’accensione ed allo stabilizzatore, sono presenti un ampio numero di comandi esterni dedicati alle funzioni fotografiche più importanti. A proposito dello stabilizzatore evidenziamo che si tratta di uno degli aspetti più seducenti, trattandosi di un dispositivo implementato nel corpo macchina e che pertanto non richiede l’acquisto di ottiche dedicate.
Nel caso dell’Alfa 900 siamo di fronte all’unica full-frame con corpo stabilizzato, caratteristica che da sola pone questa fotocamera in una categoria esclusiva, anche alla luce dell’ampia superficie del Cmos rapportata alla capacità  d’intervento che raggiunge i 4 Ev.
Vi ricordiamo che ai fini di questa funzionalità  è necessario installare il sensore su degli attuatori, in modo che la compensazione di moto operi sull’elemento sensibile e non sulle lenti come nel caso di obiettivi stabilizzati. Questa implementazione condivide le risorse hardware con il sistema dedicato alla rimozione dello sporco volatile, dove il filtro posto a protezione del Cmos vibra ad alta frequenza al fine di rimuovere lo sporco per caduta.

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La baionetta porta ottiche, di tipo Sony Alfa, è compatibile con il vecchio attacco Minolta A ma non solo: qui è previsto anche il riconoscimento automatico di lenti APS-C (cerchio immagine ridotto), per cui la fotocamera adegua l’area del sensore operando a 11 Mpixel, ma permettendo l’utilizzo di ottiche già  acquistate per altri modelli della casa. Il circuito autofocus consta di 9 punti e prevede un elemento centrale cross-type per lenti luminose (f2.8), mentre altri 10 punti non visibili operano nel caso si opti per la lettura ad area allargata. In generale la reattività  dell’A900 è davvero buona, soprattutto considerando le dimensioni del formato: senz’altro notevoli le prestazioni dello scatto a raffica che raggiungono i 5 fps per 105 ftg.
Trattandosi di file da oltre 24 Mpixel, capite che siamo su livelli davvero elevati. Buona parte del merito va imputata sia alla nuova progettazione della scatola dello specchio sia al core proprietario Bionz che per l’occasione è stato raddoppiato (Dual Bionz Image Processors) a causa dell’altissima mole di dati trasmessi dal nuovo Cmos. Con oltre 24 Mpixel infatti, quest’elemento sensibile offre la più elevata risoluzione della sua classe, spostando ulteriormente in avanti le frontiere in ambito D-slr. Come le altre unità  della casa, anche questo sensore integra on-die sia i circuiti A/D che quelli per la riduzione del rumore.
Naturalmente sul campo ha offerto risultati da primato in termini di pura definizione, anche se a parità  di categoria, l’Alfa 900 ha palesato un livello di rumore più alto rispetto alle concorrenti.

Sony Alfa A900 (solo corpo)

Euro 2.900,00 Iva incl.

Pro

• Risoluzione da primato
• Unica proposta di corpo full-frame stabilizzato
• Realizzazione robusta e curata
• Qualità  file eccellente a bassi e medi valori Iso
• Rapporto prezzo-prestazioni vantaggioso

Contro

• Informazioni nel mirino migliorabili
• Rumore sopra la media oltre gli 800 Iso

Produttore: Sony.

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Ottimo come livello di dettaglio, ma con qualche incertezza agli alti Iso: questo in sintesi il giudizio sul Cmos di Sony. Ma purtroppo è il prezzo da pagare per la risoluzione record di 24,6 Mpixel. La densità  di questo sensore (28.000 pixel/mm2) è infatti molto vicina a quelle tipiche delle reflex APS-C.

Google Pixel 5 e Pixel 4a 5G

Smartphone

Pixel 5, astrofotografia solo con la fotocamera principale

Luca Colantuoni | 29 Dicembre 2020

Fotografia Google Smartphone

Google ha eliminato la funzionalità astrofotografia per la fotocamera ultra grandangolare dei Pixel 4a 5G e 5, in quanto gli scatti risultano di bassa qualità.

Una delle applicazioni pratiche della fotografia computazionale è la funzionalità che permette di scattare foto delle stelle con i Pixel 4/4 XL, 4a/4a 5G e 5. La cosiddetta astrofotografia era possibile con entrambe le fotocamere posteriori dei Pixel 4a 5G e 5, ma un recente aggiornamento dell’app Fotocamera ha rimosso la modalità per la fotocamera ultra grandangolare. La novità è menzionata nella pagina di supporto.

L’astrofotografia è praticamente una versione potenziata della modalità Foto notturna (Night Sight in inglese). Quando lo smartphone viene utilizzato di notte e posizionato su una superficie stabile o fissato ad un treppiede, l’app Fotocamera mostra il messaggio “Astrofotografia attiva“.

Questa funzionalità permette di scattare una foto del cielo stellato, grazie alla fotografia computazionale. Lo smartphone scatta una serie di foto in successione con diversi valori di esposizione e quindi combina gli scatti nella foto finale. Con i Pixel 4/4 XL si possono utilizzare entrambe le fotocamere posteriori (standard e teleobiettivo). Lo stesso era possibile con i Pixel 4a 5G e 5 che hanno una fotocamera ultra grandangolare invece del teleobiettivo.

Alcuni utenti hanno notato che l’astrofotografia con la fotocamera ultra grandangolare non permette di ottenere scatti di buona qualità (il colore tende al verde).

Pixel 5 astrofotografia

Astrofotografia con fotocamera ultra grandangolare (sopra) e fotocamera principale (sotto) del Pixel 5.

Per questo motivo, Google ha rimosso la funzionalità per la fotocamera ultra grandangolare. Se l’utente sceglie la fotocamera sbagliata viene mostrato l’avviso “Zoom a 1x per l’astrofotografia” (lo zoom della fotocamera ultra grandangolare è 0.6x).

Nella pagina di supporto è infatti scritto che su Pixel 4a 5G e 5 la funzionalità astrofotografia funziona solo con zoom uguale o superiore a 1x. Chi vuole utilizzare entrambe le fotocamere, rinunciando alla qualità degli scatti, può installare una versione precedente dell’app Google Camera.

Huawei Mate 40 Pro+

Smartphone

Huawei Mate 40 Pro+, re dei camera phone

Luca Colantuoni | 22 Dicembre 2020

Fotografia Huawei Smartphone

Secondo gli esperti di DxOMark, il nuovo Huawei Mate 40 Pro+ (non disponibile in Italia) è attualmente il migliore camera phone in assoluto.

Ancora una volta Huawei riesce a posizionare un suo smartphone in vetta alla classifica di DxOMark. Dopo i numerosi test effettuati, gli esperti francesi hanno decretato che il Mate 40 Pro+ è attualmente il re dei camera phone. Questo modello, non venduto in Italia, è il migliore della serie annunciata dal produttore cinese a fine ottobre.

Il Mate 40 Pro+ possiede quattro fotocamere posteriori e un sensore ToF 3D. Huawei ha scelto un sensore principale da 50 megapixel, abbinato ad un obiettivo con apertura f/1.9 con stabilizzazione otica delle immagini (OIS). La fotocamera ultra grandangolare ha un sensore da 20 megapixel e un obiettivo con apertura f/2.4. Ci sono inoltre un teleobiettivo con zoom 3x e apertura f/2.4, abbinato ad un sensore da 12 megapixel, e un teleobiettivo con zoom 10x e apertura f/4.4, abbinato ad un sensore da 8 megapixel. Per entrambi è presente la stabilizzazione ottica delle immagini.

Il punteggio di 144 relativo alla qualità delle foto è il più alto raggiunto finora. Secondo DxOMark, gli scatti sono quasi perfetti in ogni condizione di illuminazione. Ciò è merito dell’ampio range dinamico, del bilanciamento del bianco e della fedeltà cromatica. Tra buoni ed eccellenti i dettagli delle foto ottenute con la fotocamera ultra grandangolare e i due teleobiettivi, grazie anche al basso livello di rumore.

Huawei Mate 40 Pro+

Huawei Mate 40 Pro+

L’autofocus è veloce e preciso in quasi tutte le condizioni. Buona anche la qualità delle registrazioni video che sfruttano il sistema di stabilizzazione. Tra i pochi difetti ci sono gli artefatti (aliasing e ghosting) e differenze tra l’anteprima delle immagini mostrate sullo schermo e quelle catturate. Con il punteggio complessivo di 139, il Mate 40 Pro+ si posiziona davanti al “fratello minore” Mate 40 Pro.

Lo smartphone è dunque un ottimo acquisto, ma il prezzo è piuttosto elevato. Inoltre, come è noto, mancano i servizi Google. Gli utenti troveranno però molte app popolari sullo store AppGallery.

Google Foto

App

Google Foto, ricordi con foto cinematiche

Luca Colantuoni | 17 Dicembre 2020

Fotografia Google

Google Foto utilizza il machine learning per creare foto cinematiche con effetto panning da mostrare nei Ricordi o condividere come un video.

Una delle funzionalità più utilizzate in Google Foto è Ricordi, una serie di immagini e video del passato che vengono mostrati nella parte superiore della schermata. Dal prossimo mese verranno aggiunte animazioni che permettono di ottenere foto cinematiche e quindi ricordi più realistici. Android Police ha scoperto inoltre l’integrazione con Google Maps che consente di vedere dove sono state scattate le foto.

Per creare le foto cinematiche, Google usa il machine learning per aggiungere la profondità all’immagine e produrre una rappresentazione 3D della scena. L’immagine viene quindi animata tramite una fotocamera virtuale per creare un effetto panning. La foto cinematica può essere salvata (ma attenzione allo spazio occupato) e condivisa come un video.

Google Foto - Effetto cinematico

Google ha inoltre incluso nuovi temi per i ricordi, ad esempio per mostrare foto con le persone più care o in base alle attività. Ovviamente è sempre possibile nascondere immagini di persone o scattate in date specifiche. In Google Foto sono stati infine aggiunti nuovi layout per i collage che usano l’intelligenza artificiale per trovare foto con colori simili.

L’ultima funzionalità, presente nella versione 5.23 dell’app, sfrutta la timeline di Google Maps. L’utente può visualizzare sulla mappa i luoghi in cui sono state scattate le foto e il percorso seguito. Ovviamente deve essere attivata la cronologia delle posizioni in Google Maps e il salvataggio dell’informazione nelle foto. Se la foto non è “geotaggata”, l’app stima la posizione in base al contenuto dell’immagine. L’integrazione con Google Maps può essere disattivata in qualsiasi momento.

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