Quando una realtà  non basta

reale“Più vero del reale”: con questo – provocatorio – titolo questo mese facciamo il punto sui visori per realtà  aumentata e virtuale. E come avete letto (o leggerete), l’Head Mounted Display è una soluzione tutt’altro che innovativa, tanto che concettualmente risale addirittura alla fine degli anni sessanta. Dopo quasi cinquant’anni, periodo in cui queste tecnologie sono state confinate tra le mura di università  e centri di ricerca o nei laboratori militari, alcune piccole e lungimiranti start-up, seguite a ruota dai colossi dell’It, hanno portato alla ribalta visori per la realtà  virtuale e smart glass. L’obiettivo è quello di proiettarci in un’altra dimensione, che sia alternativa (come nel caso della realtà  virtuale) o parallela (nel caso della realtà  aumentata) alla nostra. Sebbene gli Hmd abbiano fatto passi da gigante, resta ancora molta strada da fare per rendere “naturale” un’esperienza che è assolutamente artificiale.

Per esempio la risoluzione delle immagini va ancora migliorata, così come deve essere perfezionato il sistema di tracking (per evitare quel fastidioso sfasamento tra movimento reale della testa e spostamento virtuale della visuale). Ma questi sono dettagli, affinamenti tecnologici di un dispositivo che ha cinquant’anni di vita. Il vero punto cruciale, un territorio ancora completamente inesplorato, è quello legato ai contenuti: senza di essi l’hardware è solo un inutile – e costoso – “pezzo di ferro”.

È vero, il software è ancora un’incognita, ma le premesse sono più che incoraggianti. Sony, Microsoft e Valve stanno lavorando per portare la realtà  virtuale nel mondo gaming sia su console che su Pc, mentre l’acquisizione di Oculus Rift da parte di Facebook lascia intravedere anche un eventuale sviluppo social. Google, dal canto suo, scommette sui Glass e sulla realtà  aumentata per darci una vita più ricca di informazioni. Se (o meglio quando) tutte queste promesse si concretizzeranno, avremo un dispositivo che ci consentirà  davvero di “sognare a occhi aperti”.

 Eugenio Moschini

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