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Tutti possono sbagliare: i dolori del giovane Sandy Bridge

Giorgio Panzeri | 25 Febbraio 2011

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Con la nuova piattaforma tecnologica, Intel avrebbe potuto avvantaggiarsi nel settore dei desktop e dei notebook. Ma non ha fatto […]

Con la nuova piattaforma tecnologica, Intel avrebbe potuto avvantaggiarsi nel settore dei desktop e dei notebook. Ma non ha fatto i conti con l’errata progettazione del chipset.

Su questo numero proponiamo un interessante articolo con le prime prove dei notebook nati attorno all’emergente tecnologia Sandy Bridge di Intel. Un’architettura in grado di determinare un vero e proprio salto di qualità  e potenza rispetto al passato recente. Ma non son tutte rose e fiori, perché il gigante statunitense della microelettronica si è trovato a dover far i conti con una progettazione non corretta del proprio chipset. E questo bug è imbarazzante per Intel quanto lo fu nel 1994 quello del Pentium. In quel caso la parte incriminata era la Fpu del processore (floating-point unit, ovvero l’unità  dedicata al calcolo in virgola mobile): un elaboratore che aveva nella precisione del calcolo matematico il suo punto di forza poteva sbagliare proprio a far di conto. Oggi, invece, un transistor mal progettato del chipset potrebbe far si che, in modo erratico, quello che si registra sui dischi fissi non sia sempre corretto. Il computer registra quello che vuole lui, non quello che hai deciso tu. Non male.

Riporto quello che abbiamo scritto sul sito: “Il problema risiede nella parte del controller Sata II del chipset, controller che, con il tempo, può presentare malfunzionamenti, errori di trasmissione dei dati e in genere un progressivo deterioramento della pulizia dei segnali sul canale e la riduzione delle prestazioni. Il problema risiede nella progettazione e realizzazione in fonderia del chipset stesso: in pratica il generatore di clock che controlla la frequenza di trasmissione dei dati è gestito da un transistor che è alimentato a una tensione troppo elevata per le proprie caratteristiche. Di conseguenza le correnti parassite (di leakage, correnti che fluiscono nel transistor in maniera non voluta) sono superiori a quanto previsto nel progetto e portano a una progressiva usura del componente”.

È un po’ tecnico, ma in sostanza significa che è un problema di progettazione del chipset (e non del processore) che ha determinato il terremoto in casa Intel. E a ben guardare, se fosse stato un problema del processore forse sarebbe stato meglio. Sì, perché il chipset è sempre saldato sulla scheda madre mentre il processore spesso trova alloggiamento nel suo zoccolo. Il problema al chipset ha significato per Intel dover recuperare tutte le schede madri realizzate dai vari produttori (per desktop ma anche per notebook) e gettarle alle ortiche. Infatti, a causa dei processi di saldatura sulle moderne schede madri multi-layer, è più costoso dissaldare un componente e saldarne uno nuovo che non produrre una nuova scheda madre. Secondo alcuni analisti statunitensi questo scherzetto costerà  a Intel circa un miliardo di dollari. Oltre 700 milioni di dollari saranno spesi solo per recuperare (e risarcire) ciò che era già  stato distribuito e i pezzi che erano già  stati venduti. Nel miliardo sono poi previsti circa 300 milioni di dollari per il mancato introito, ma non sono tenuti in conto il danno d’immagine (calerà  la fiducia dei consumatori?) e soprattutto il mancato vantaggio competitivo. Già , perché AMD era in ritardo con lo sviluppo della sua architettura concettualmente simile a Sandy Bridge ma grazie al bug del chipset Intel guadagna circa due mesi di progettazione e produzione.

Comunque, non possiamo che lodare l’approccio del gigante di Santa Clara (California) che non ha nascosto la testa sotto la sabbia ma ha affrontato di petto il problema per risolverlo (mettendo sul piatto un bel miliardo di dollari). E pensate che la stessa Intel stima che gli errori potrebbero presentarsi solo dopo un periodo di circa tre anni, e solo sul 5-15% dei chipset finora prodotti. Quindi una percentuale minima anche se non trascurabile. Ma, pur con pochi prodotti non funzionanti il danno d’immagine sarebbe stato travolgente e non oso pensare alle cause a cui Intel avrebbe dovuto far fronte.

La morale di tutto ciò è comunque interessante: tutti possono sbagliare, l’importante è capire l’errore e cercare di riparare il prima possibile. Come ha fatto Intel, con classe e senza nascondersi dietro inutili giustificazioni. •