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Microsoft compra DNA per archiviare dati

Michele Braga | 28 Aprile 2016

Microsoft

In un futuro non troppo lontano i dati digitali potrebbero essere immagazzinati in speciali catene di DNA (acido deossiribonucleico) create in laboratorio. Twist […]

In un futuro non troppo lontano i dati digitali potrebbero essere immagazzinati in speciali catene di DNA (acido deossiribonucleico) create in laboratorio. Twist Bioscience, una startup con sede a San Francisco e specializzata nella sintesi e nella manipolazione genetica, ha annunciato che Microsoft ha acquistato i diritti per dieci milioni di catene di DNA di sintesi per studiare e valutare la possibilità  di archiviare le informazioni digitali nel materiale genetico. In pratica Microsoft fornirà  a Twist Bioscience le sequenze da trascrivere all’interno delle catene di DNA e poi le prenderà  in carico per verificare l’affidabilità  dei dati immagazzinati nel corso del tempo.

L’idea di utilizzare il DNA come supporto di archiviazione dati è tutt’altro che una novità , in effetti la Natura utilizza questo stesso sistema da miliardi di anni sulla Terra; gli scienziati studiano questo campo già  da diversi anni, ma solo grazie al crollo dei costi legati alle tecnologie genetiche la possibilità  di creare DNA sulla base di informazioni esterne sembra assumere concretezza. Di recente un gruppo di scienziati dell’Università  di Washington ha mostrato di essere riuscito a immagazzinare immagini all’interno delle catene di DNA per poi estrarle senza errori.

La densità  di informazioni che possono essere archiviate con le catene di acido deossiribonucleico è estremamente più alta di qualunque supporto digitale utilizzato oggi: un solo grammo di DNA è in grado di contenere fino a un miliardo di Tbyte e a rendere ancora più interessante questo sistema di archiviazione è anche la resistenza al tempo di questo supporto (l’idea alla base del romanzo Jurassic Park che prevedeva l’utilizzo di DNA estratto da fossili preistorici vi dice qualcosa?).

Le basi per l’archiviazione dati nel DNA

Il DNA è un lungo polimero costituito da unità  ripetute di nucleotidi che sono unità  ripetitive degli acidi nucleici costituite da tre gruppi: una base azotata (purina o pirimidina), uno zucchero a cinque atomi di carbonio (zucchero pentoso che insieme alla base azotata costituisce un nucleoside) e un gruppo fosfato che insieme al nucleoside costituisce un nucleotide.
La catena del DNA è larga tra i 22 ed i 26 Angstrom (da 2,2 a 2,6 nanometri) ed ogni unità  nucleotidica è lunga 3,3 Angstrom (0,33 nanometri). Sebbene ogni unità  occupi uno spazio decisamente ridotto, la lunghezza dei polimeri di DNA può essere sorprendentemente elevata, dal momento che ogni filamento può contenere diversi milioni di nucleotidi: il più grande cromosoma umano (il cromosoma 1), ad esempio, contiene quasi 250 milioni di paia di basi.
Negli organismi viventi, il DNA non è quasi mai presente sotto forma di singolo filamento, ma come una coppia di filamenti saldamente associati tra loro in una struttura definita a doppia elica che conferisce maggiore stabilità  alla struttura e alle informazioni in essa contenute.
La metodologia più semplice, attraverso la quale gli scienziati sono in grado già  da anni di memorizzare dati sul DNA, prevede di sostituire i valori 0 e 1 del sistema binario usato dai computer con le quattro basi azotate alla base della chimica del DNA; questi elementi sono identificati con quattro lettere: A (adenina), T (timina), C (citosina) e G (guanina).

La scrittura di DNA di sintesi ha oggi un costo pari a circa 10 centesimi di dollaro per base azotata, ma Twist Bioscience stima di poter portare il costo di produzione a 2 centesimi di dollaro nel prossimo futuro. Per la lettura del DNA si utilizzano invece le tecniche di sequenziazione genetica; il costo per sequenziare il DNA è sceso in modo vertiginoso negli ultimi 20 anni: basti pensare che il progetto Genoma Umano è costato circa 3 miliardi di dollari tra il 1990 e il 2003. Oggi un simile progetto avrebbe un costo di circa 1.000 dollari. Sebbene i costi siano decisamente inferiori, oggi questa soluzione di archiviazione è ancora troppo costosa per essere utilizzata in qualunque ambito. Tuttavia, viste le potenzialità  di questa ipotesi, vista la crescente quantità  di informazioni che generiamo a livello globale e vista la necessità  di archiviarne la maggior parte, l’idea di raccogliere in pochi grammi di materia miliardi di Tbyte di dati è estremamente allettante in prospettiva futura.

Restano ovviamente da valutare gli effetti derivati da mutazione dovute all’intervento di agenti esterni, anche se gli scienziati sono da tempo al lavoro su algoritmi in grado di integrare nelle sequenze di DNA codici per la correzione degli errori, in modo simile a quanto già  si fa con i dati archiviati nei datacenter di tipo standard.

Windows 10 bug errori disastro

Windows

Bug Chkdsk, Microsoft ci mette una pezza a tempo di record

Alfonso Maruccia | 22 Dicembre 2020

Microsoft Software Windows

A breve distanza dalla rivelazione pubblica, il bug che coinvolge le ultime versioni di Windows 10 e l’utility Chkdsk viene corretto con un nuovo aggiornamento ufficiale. La solita patch per la patch, in attesa delle nuove patch.

Nella nuova era di Windows 10 e della QA amatoriale del programma Insider, persino l’uso di un’utility basilare ed essenziale come Chkdsk può portare alla compromissione dei dati degli utenti. Il caso è l’ennesimo, imbarazzante promemoria dell’instabilità della piattaforma Windows sotto la gestione di Satya Nadella, e questa volta anche Microsoft dev’essersi accorta del disagio – di principio prima ancora che concreto – vista la velocità con cui ha reagito al problema.

Il bug può portare alla compromissione del file system quando si usa il tool Chkdsk /f dalla riga di comando, con conseguente impossibilità di effettuare il boot di Windows come al solito. Microsoft ha ufficialmente ammesso l’esistenza del baco, aggiornando le pagine di supporto per i pacchetti di patch distribuiti a novembre (KB4586853) e dicembre (KB4592438) per Windows 10 2004 e 20H2.

Windows 10 rotto

Stando a quanto sostiene Redmond, un “numero ridotto di sistemi” ha sperimentato l’impossibilità di avviare i dischi dopo l’installazione dei suddetti pacchetti di aggiornamento. Ora la corporation ha distribuito l’ennesima patch correttiva per le patch bacate, un aggiornamento che dovrebbe augurabilmente risolvere il problema su tutti i sistemi configurati per l’uso automatico di Windows Update.

Nel caso in cui il danno fosse già stato fatto e il disco di sistema risultasse inaccessibile, Microsoft fornisce altresì le istruzioni necessarie a ripristinare il boot di Windows. La procedura descritta prevede l’avvio della console di ripristino di Windows 10, l’esecuzione di chkdsk /f nell’ambiente protetto e il riavvio (possibilmente senza BSOD o errori di sorta) dell’ambiente normale dell’OS-come-disastro.

Microsoft

News

Microsoft appoggia Facebook contro NSO Group

Luca Colantuoni | 22 Dicembre 2020

Facebook Microsoft WhatsApp

Microsoft e altre aziende hanno deciso di appoggiare Facebook nella causa contro NSO Group, la software house che ha creato Pegasus, noto tool di sorveglianza.

Microsoft, Google, Cisco, VMware e Internet Association hanno deciso di appoggiare Facebook nella battaglia legale contro NSO Group, l’azienda israeliana che sviluppa il famigerato Pegasus, utilizzato da alcuni governi come strumento di spionaggio. Secondo Facebook, NSO Group è corresponsabile dell’attacco effettuato l’anno scorso contro migliaia di persone, sfruttando una vulnerabilità di WhatsApp.

In base a quanto dichiarato da NSO Group, Pegasus viene utilizzato solo per combattere il crimine. In realtà alcuni governi autoritari usano il tool per spiare dissidenti politici, difensori dei diritti umani e giornalisti. Lo spyware è stato installato lo sorso anno su oltre 1.400 smartphone, sfruttando una vulnerabilità presente in WhatsApp.

I ricercatori di Citizen Lab hanno confermato il coinvolgimento di NSO Group, mentre Facebook ha denunciato l’azienda israeliana per aver violato il Computer Fraud and Abuse Act e altri leggi che vietano l’accesso non autorizzato ai dispositivi elettronici.

In sua difesa, NSO Group ha affermato di avere l’immunità sovrana, in quanto vende il software a governi stranieri. Secondo Microsoft e altre aziende, l’eventuale concessione dell’immunità sovrana porterebbe ad una proliferazione di tool per la sorveglianza che violano le leggi statunitensi.

Microsoft crede che i “mercenari del 21esimo secolo“, come NSO Group, non dovrebbero nascondersi dietro l’immunità dei loro clienti per evitare le responsabilità conseguenti all’uso dei software che loro stessi hanno creato. Queste “armi digitali” possono finire nelle mani sbagliate in seguito ad attacchi informatici, come accaduto all’italiana Hacking Team. Inoltre aziende private come NSO Group non comunicano la scoperta delle vulnerabilità, in quanto ne traggono un profitto. Microsoft afferma infine che questi tool di spionaggio vengono utilizzati per violare i diritti umani.

Microsoft e altre aziende ritengono che il business model di NSO Group è pericoloso e tale immunità consentirebbe di continuare la loro attività pericolosa senza regole legali, responsabilità o ripercussioni.

Microsoft

CPU

ARM, un SoC custom anche per Microsoft?

Alfonso Maruccia | 21 Dicembre 2020

ARM Intel Microsoft x86

Dopo Apple, anche Microsoft sarebbe interessata a farsi il suo chip ARM personale per applicazioni server e consumer della linea Surface. La minaccia a Intel si fa seria?

Microsoft intenderebbe seguire Apple sulla strada dei chip custom basati su architettura ARM, una mossa che permetterebbe alla corporation di Redmond di avere, come la suddetta Apple, maggiore controllo sul proprio destino tecnologico. Il rischio, ovviamente, è tutto per Intel e per il business fin qui fiorente delle CPU x86 per server.

Apple ha svelato l’esistenza del suo primo SoC ARM (M1) nelle ultime settimane, dopo un lavoro di design in cantiere da anni. Nel caso di Microsoft al momento si parla ancora di indiscrezioni, sebbene il portavoce Frank Shaw abbia parlato di “investimenti” nelle capacità interne dell’azienda di progettare, produrre e sviluppare nuove soluzioni nell’ambito dei componenti al silicio.

ARM

Secondo i rumor, Microsoft potrebbe sfruttare il suo chip ARM fatto in casa prima di tutto per i server del cloud di Azure, e in seconda istanza per i sistemi custom della linea Surface. Già in passato l’azienda aveva sviluppato SoC personalizzati in collaborazione con Qualcomm (Snapdragon SQ1, ARM) e AMD (Ryzen 3 custom, x86), ma questa volta l’indipendenza sarebbe quasi totale alla stregua di quanto fatto da Apple.

Diversamente dalla casa di Cupertino, se confermata la mossa di Microsoft potrebbe avere conseguenze decisamente più massicce per l’intero settore delle CPU. M1 non è destinato a rivoluzionare alcunché a eccezione del “giardino recintato” dei contenuti e dei servizi di Apple, mentre la storica partnership tra Microsoft e Intel per l’uso e il supporto dei processori x86 renderebbe la posizione di quest’ultima azienda a dir poco difficile.

Un ipotetico chip ARM custom in ambito server sarebbe forse meno potente, in quanto a capacità di calcolo, rispetto alle CPU x86 più recenti. Ma come il caso di Apple M1 sta a dimostrare, i vantaggi di una soluzione fatta in casa (per di più basata su un’architettura molto efficiente dal punto di vista energetico come ARM) sono la stretta integrazione dei diversi componenti “saldati” nel SoC (cache, memoria RAM, chipset ecc.) e la possibilità di “accelerare” i calcoli necessari a specifici task operativi.

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