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Netflix: arriva l’algoritmo per valutare la qualità  video

Davide Micheli | 7 Giugno 2016

Servizi Web SmartTV

Disporre di una banda sufficientemente larga per garantire una qualità  impeccabile dei contenuti, è da sempre uno dei crucci dello streaming online: Netflix, a questo proposito, ha introdotto un algoritmo per analizzare la qualità  video con capacità  pari a quelle dell’occhio umano.

Quante volte vi è capitato di ragionare della qualità  delle reti mobili durante la visualizzazione di un contenuto video attraverso i vostri tablet o smartphone, magari mentre lo stesso veniva riprodotto a scatti? La pubblicità  di Vodafone in cui un Bruce Willis spazientito osservava il display del suo device incantarsi durante la riproduzione streaming è sufficientemente eloquente circa il livello di frustrazione degli utenti?

Scherzi a parte, in casa Netflix hanno preso sul serio questo tipo di problematica, perché offrire contenuti video in streaming on demand che non siano soddisfacenti in termini di qualità , significa perdere clienti. L’azienda statunitense ha quindi deciso di investire in una tecnologia capace di analizzare come le variazioni di bitrate possano riflettersi sulla qualità  video e, quindi, sull’esperienza dell’utente finale.

Considerando l’incredibile archivio di contenuti di Netflix, non è poi così difficile comprendere le ragioni per le quali la stessa società  abbia deciso di sviluppare l’algoritmo VMAF – Video Multi Method Assessment Fusion – progettato per fornire una valutazione della qualità  video dal punto di vista della percezione sensoriale (usando quindi la vista), piuttosto che in funzione di un’analisi di natura matematica.

Questo potente algoritmo, che funziona basandosi su quanto sperimenta l’essere umano attraverso gli occhi, dovrebbe permettere di ottenere dei risultati più accurati nello stabilire quanto si possa intervenire, a livello di bitrate, per assicurare un’esperienza video sempre ottimale a seconda del contesto, senza perdere per esempio la qualità  dei dettagli presente in una produzione documentaristica a causa di una compressione troppo elevata.