Security

Milioni di cittadini intercettati a loro insaputa negli Usa

Redazione | 7 Giugno 2013

Sicurezza

L’America è sotto choc dopo l’importante rivelazione pubblicata ieri dal quotidiano britannico The Guardian e dal Washington Post dell’esistenza di […]

ICON_WEB01L’America è sotto choc dopo l’importante rivelazione pubblicata ieri dal quotidiano britannico The Guardian e dal Washington Post dell’esistenza di un programma segreto di intercettazione delle conversazioni telefoniche, delle mail e del traffico Internet dei cittadini americani a opera della National Security Agency. Il programma, conosciuto come Prism (per associazione con il prisma di luce delle comunicazioni in fibra ottica) e avvallato dall’amministrazione Obama, è un’eredità  della presidenza Bush, ed esiste dal 2007. Esso prevede la raccolta dei dati direttamente dai server di aziende come Apple, Google, Facebook, Microsoft, Yahoo! e altre Internet companies quali Skype e YouTube; dal 2007 a oggi avrebbero aderito a Prism almeno nove società , l’ultima delle quali in ordine di tempo, è stata Apple nell’ottobre 2012. Il costo annuale di Prism per lo Stato Americano è di 20 milioni di dollari.

Oltre a questo, in un secondo articolo The Guardian ha anche rivelato che sia l’Fbi sia la Nasa hanno fatto leva sul Patriot Act (il provvedimento anti-terrorismo varato negli Stati Uniti nel 2001) per ottenere da Verizon i record di tutto il traffico telefonico dei clienti. Verizon conta quasi 100 milioni di clienti wireless e 22 milioni di abbonati a linee fisse negli Stati Uniti e con At&t eSprint è uno dei tre principali operatori telefonici. Anche At&T e Sprint sarebbero coinvolte (la prima con più 100 milioni di clienti wireless e 32 milioni di abbonati al telefono fisso, la seconda con 55 milioni di clienti in tutto). Il che significa che ogni volta che un cittadino americano fa una telefonata, la National Security Agency sa quale numero sta chiamando, da dove parte la telefonata a che ora viene fatta e quanto tempo dura.

Naturalmente tutte le società  interessate hanno negato un coinvolgimento diretto nell’operazione: Google per esempio ha detto testualmente di non aver mai avuto una backdoor per dare accesso alle autorità  governative ai dati privati dei suoi utenti e Microsoft ha ribadito di aver fornito informazioni in passato solo a fronte di richieste ufficiali pervenute dall’autorità  giudiziaria.

La National Security Agency ha precisato che il programma era rivolto solo ai cittadini non americani e al di fuori degli Stati Uniti ed era finalizzato a garantire la sicurezza di tutta l’America, senza però raccogliere informazioni sulle persone residenti stabilmente negli Stati Uniti, inoltre le informazioni sulle chiamate telefoniche venivano raccolte in maniera anonima. Di certo però la giustificazione non regge e la sensazione stando al di qua dell’oceano è quella di un enorme frullatore di bit dove le vite delle persone vengono analizzate, spezzettate e date in pasto alle Internet companies e alle autorità , in nome della sicurezza nazionale.

Anche la difesa di Google non convince, soprattutto alla luce dei precedenti (la causa ancora in corso per la violazione delle reti Wi-Fi di milioni di cittadini americani durante le riprese delle Google Car).

In realtà  il problema di fondo è sempre uno, la scarsa tutela della privacy in terra americana, un difetto che l’Europa non ha, anche se ormai nella società  globale dell’informazione digitale è difficile parlare di confini geografici. I pacchetti dati sulla rete Internet vengono instradati non sempre prendendo il percorso fisicamente più breve, ma quello meno costoso. C’è da pensare che anche le nostre mail, le foto inviate on line, gli update di status sui social network, i video e le conversazioni in chat possano finire in questo super frullatore che il è programma Prism. C’è da sperare che restino almeno le leggi nazionali e sovranazionali a ricordarci quali sono i confini.

Windows 10 bug errori disastro

Security

Windows 10, la falla 0-day ha bisogno di una nuova patch

Alfonso Maruccia | 24 Dicembre 2020

Sicurezza Windows

I ricercatori di Google pubblicano un nuovo exploit per una vulnerabilità di Windows 10 nota da mesi. La patch precedente non funziona, la prossima arriverà solo a gennaio.

Microsoft non è più in grado di garantire la sicurezza nemmeno per i tool basilari di Windows 10, e anche le patch rilasciate per le falle già note da tempo a volte riescono col buco. Una di queste patch è disponibile da mesi, ma stando ai ricercatori non è sufficiente a mitigare il pericolo di una vulnerabilità già sfruttata dai cyber-criminali.

La falla in questione (CVE-2020-0986) è stata scoperta dai ricercatori di Project Zero (Google) e permette a un malintenzionato di aumentare i privilegi di accesso a livello di kernel. Microsoft ha distribuito una patch correttiva a giugno, ma stando ai ricercatori di Google il problema persiste ancora oggi.

Il nuovo rapporto di Project Zero evidenzia come la falla, ora classificata come CVE-2020-17008, possa essere ancora sfruttata tramite un nuovo codice proof-of-concept (POC) adattato da quello originale sviluppato da Kaspersky. I criminali avranno gioco facile a sfruttare ancora il problema, avvertono gli esperti, poiché hanno già una certa familiarità con il bug.

Microsoft ha riconosciuto l’esistenza del problema (e quindi l’inconsistenza della sua patch) con il tracciamento del bug (CVE-2020-17008), e un nuovo fix era già in programma per novembre. I problemi identificate in fase di test hanno costretto la corporation a rimandare l’update al 12 gennaio 2021, quando si spera che verrà distribuita una correzione definitiva al problema.

DHS Cina USA

Security

Il DHS alle aziende USA: l’hi-tech cinese pericoloso per business e dati

Alfonso Maruccia | 24 Dicembre 2020

Donald Trump Privacy Sicurezza

Le autorità statunitensi del DHS lanciano l’allarme nei confronti delle aziende a stelle e strisce. L’uso dei prodotti hi-tech cinesi è pericoloso, ed è meglio informarsi per contrastare i rischi.

L’attacco contro SolarWinds evidenzia l’estrema pericolosità dei cyber-guastatori russi, ma finché Donald Trump resterà alla Casa Bianca l’“amico Putin” ha ben poco di cui preoccuparsi. I cinesi, invece, continuano a essere il bersaglio prediletto dell’Amministrazione Trumpiana, e un nuovo rapporto del DHS vuole evidenziare i rischi connessi all’uso dei dispositivi realizzati nel paese asiatico da parte delle aziende USA.

L’allarme del Department of Homeland Security (DHS), dipartimento federale equivalente del Ministero dell’Interno italiano, è indirizzato specificatamente ai business statunitensi che usano (o vorrebbero usare) prodotti hi-tech realizzati da aziende collegate al governo cinese. La Repubblica Popolare Cinese rappresenta un grave rischio alla sicurezza dei dati per il governo e i business USA, dice il DHS, perché Pechino ha “sia l’intento che l’abilità” di accedere direttamente alle informazioni grazie a framework legali vecchi e nuovi oltre che alla collaborazione diretta dei marchi cinesi.

USA vs Cina

Il rapporto del DHS cita in particolare la legge cinese sull’intelligence nazionale in vigore dal 2017, norma che obbliga tutte le aziende cinesi a supportare, assistere e cooperare con i servizi di intelligence di Pechino. Una nuova legge sulla sicurezza dei dati, la cui entrata in vigore è prevista per il 2021, rende ancora più grave la situazione fornendo alla dittatura comunista nuovi strumenti di sorveglianza e controllo sui business stranieri.

Usando dispositivi e soluzioni tecnologiche progettati e venduti da aziende cinesi, avverte il DHS, le attività imprenditoriali statunitensi espongono se stesse e i loro clienti al furto di segreti industriali, violazione delle leggi USA sull’esportazione e la privacy, rottura dei termini contrattuali, sorveglianza, tracciamento dei critici del regime, pericoli per la reputazione aziendale.

Persino l’utilizzo delle app mobile e dei braccialetti per il fitness, avverte il DHS, rappresenta un grave rischio alla sicurezza e alla privacy visto che dà al Partito Comunista Cinese l’opportunità di raccogliere i dati geolocalizzati, incrociare i dati con i registri contabili sulle proprietà e infine identificare i nomi e le famiglie dei cittadini americani. E lo spionaggio russo? E la sorveglianza ben documentata a opera della NSA statunitense? Niente, sarà per la prossima volta.

SolarWinds

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SolarWinds, l’attacco contro gli USA è sempre più grave

Alfonso Maruccia | 23 Dicembre 2020

Donald Trump Sicurezza SolarWinds

I contorni della breccia di sicurezza contro il software di SolarWinds si estendono, coinvolgendo sempre più vittime istituzionali e private. Gli USA sono sul piede di guerra, ma a Donald Trump non interessa granché.

I dettagli sulla breccia di sicurezza nei sistemi di SolarWinds, attacco APT di presunta origine russa che sta scatenando il panico negli USA, si fanno ogni giorno più gravi e inquietanti. Inizialmente classificato come un assalto contro le sole organizzazioni e amministrazioni del governo federale, l’attacco sembra ora aver preso di mira molti tra i grandi nomi dell’hi-tech a stelle e strisce.

Oltre a Microsoft e FireEye, dalle cui indagini è emersa l’esistenza dell’intera operazione a base di DLL malevole, almeno due dozzine di aziende hanno installato il medesimo aggiornamento alla piattaforma Orion contenente il componente infetto. Organizzazioni del calibro di Intel, NVIDIA, VMware e Belkin, che al momento sono impegnate in indagini interne ma tendono a escludere la compromissione o il furto di informazioni riservate.

Breccia di Sicurezza

Il potenziale di vittime dell’operazione contro SolarWinds è di quasi 20.000 organizzazioni, ma tutto lascia intendere che il vero obiettivo degli hacker fossero le autorità statunitensi. I criminali al soldo del Cremlino hanno compromesso anche dozzine di caselle di posta elettronica del Dipartimento del Tesoro USA, e anche in questo caso è in corso un’indagine per stabilire i contorni precisi della violazione e l’eventuale furto di dati riservati.

Il problema principale dell’intera faccenda SolarWinds sembra al momento essere lo scarso interesse del presidente uscente Donald Trump, che ha fin da subito minimizzato il presunto coinvolgimento dell’amico Putin. Un comportamento criticato dal presidente eletto Joe Biden, che ha richiamato Trump al suo dovere di preservare la sicurezza degli USA anche nelle sue ultime settimane di presidenza. Lamentandosi infine del fatto che il Pentagono Trumpiano si rifiuta di fornire informazioni precise sull’attacco come dovrebbe essere normale in una fase di transizione tra una presidenza e l’altra.

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