Security

Petya, l’attacco ransomware che cifra la MFT

Michele Braga | 31 Marzo 2016

Sicurezza Software

Petya è uno dei recenti e pericolosi ransomware che sono stati rilevati e che si stanno diffondendo anche adesso attraverso Internet. […]

Petya è uno dei recenti e pericolosi ransomware che sono stati rilevati e che si stanno diffondendo anche adesso attraverso Internet. Tuttavia in queste ultime ore sono emerse informazioni molto interessanti riguardo a Petya: Fabian Scherschel della Heise Security ha redatto un’analisila trovate a questo link, ma è disponibile solo in tedesco – di questo malware riportando che la prima cifratura utilizzata da Petya sul Master Boot Record sfrutta una semplice operazione XOR. Se si interviene in questa prima fase, Fabian Scherschel sostiene che è possibile recuperare i dati eseguendo il boot da un altro disco ed eseguendo il backup dei dati. Sui sistemi che utilizzano partizioni Uefi, sembrerebbe che Petya danneggi le informazioni di boot del disco – rendendolo non avverabile – senza però cifrarne il contenuto.

Petya

Il mese di marzo ha visto l’esplosione di numerosi focolai di ransomware che hanno colpito attraverso le metodologie più disparate, ma sempre con un unico scopo: estorcere denaro per rientrare in possesso dei propri dati.

A questo link potete leggere la notizia riguardante il rapporto di F-Secure sulle minacce informatiche degli ultimi dodici mesi.

Conosciamo meglio Petya
A differenza delle più diffuse varianti di ransomware in circolazione, Petya non esegue la cifratura di dati in modo selettivo e lasciando che il computer della vittima resti operativo per facilitare il tentativo di estorcere denaro in cambio della chiave necessaria decifrare i dati cifrati. Già , perché Petya va oltre e di molto in quanto esegue la cifratura della Master File Table (MFT).
La Master File Table è il luogo in cui sono registrate tutte le informazioni su ogni file e directory di un volume formattato come NTFS. La MFT è, in sostanza, un database relazionale, contenente gli attributi relativi ai file presenti sul disco. Agisce come “punto di partenza” e funziona come il gestore centrale di un volume NTFS, una sorta di “tavola dei contenuti” per il volume.

Petya è veicolato attraverso link legittimi a file presenti su cartelle Dropbox e i primi obiettivi sono stati i responsabili dei dipartimenti IT di alcune società  con sede in Germania. Lanciando il file legato al link arrivato via mail, l’utente riceve un avviso di sicurezza da parte di Windows; se l’utente clicca su continua, Petya viene inserito nel Master Boot Record (MBR) del disco e il computer della vittima viene riavviato. Al riavvio del sistema, il malware – mascherato da finto controllo CHKDSK su presunti errori nei dati del disco – lavora sulla MFT e poi mostra una schermata con un teschio rosso e ossa incrociate in codice Ascii e avverte l’utente che è una vittima del ransomware Petya. A questo punto, alla pressione di un qualunque tasto, la schermata del teschio è sostituita con quella dove all’utente vengono fornite le indicazioni per pagare il riscatto e ottenere così le istruzioni e la chiave per decifrare la Master File Table e rientrare in possesso del controllo del Pc e di tutti i propri dati.

Ecco un video che mostra come agisce Petya


Fino a poche ore fa, prima dell’analisi redatta da Fabian Scherschel, l’unico modo per recuperare i dati dopo essere stati infettati da Petya era quello di pagare il riscatto.
Attenzione: non riparate il Master Boot Record del disco infettato da Petya, a meno che non siate interessati a recuperare i file presenti sul disco. Questa operazione rimuove la schermata di blocco, ma non permette di decifrare la Master File Table e di recuperare quindi la struttura delle directory del disco e la locazione dei file.

Windows 10 bug errori disastro

Security

Windows 10, la falla 0-day ha bisogno di una nuova patch

Alfonso Maruccia | 24 Dicembre 2020

Sicurezza Windows

I ricercatori di Google pubblicano un nuovo exploit per una vulnerabilità di Windows 10 nota da mesi. La patch precedente non funziona, la prossima arriverà solo a gennaio.

Microsoft non è più in grado di garantire la sicurezza nemmeno per i tool basilari di Windows 10, e anche le patch rilasciate per le falle già note da tempo a volte riescono col buco. Una di queste patch è disponibile da mesi, ma stando ai ricercatori non è sufficiente a mitigare il pericolo di una vulnerabilità già sfruttata dai cyber-criminali.

La falla in questione (CVE-2020-0986) è stata scoperta dai ricercatori di Project Zero (Google) e permette a un malintenzionato di aumentare i privilegi di accesso a livello di kernel. Microsoft ha distribuito una patch correttiva a giugno, ma stando ai ricercatori di Google il problema persiste ancora oggi.

Il nuovo rapporto di Project Zero evidenzia come la falla, ora classificata come CVE-2020-17008, possa essere ancora sfruttata tramite un nuovo codice proof-of-concept (POC) adattato da quello originale sviluppato da Kaspersky. I criminali avranno gioco facile a sfruttare ancora il problema, avvertono gli esperti, poiché hanno già una certa familiarità con il bug.

Microsoft ha riconosciuto l’esistenza del problema (e quindi l’inconsistenza della sua patch) con il tracciamento del bug (CVE-2020-17008), e un nuovo fix era già in programma per novembre. I problemi identificate in fase di test hanno costretto la corporation a rimandare l’update al 12 gennaio 2021, quando si spera che verrà distribuita una correzione definitiva al problema.

DHS Cina USA

Security

Il DHS alle aziende USA: l’hi-tech cinese pericoloso per business e dati

Alfonso Maruccia | 24 Dicembre 2020

Donald Trump Privacy Sicurezza

Le autorità statunitensi del DHS lanciano l’allarme nei confronti delle aziende a stelle e strisce. L’uso dei prodotti hi-tech cinesi è pericoloso, ed è meglio informarsi per contrastare i rischi.

L’attacco contro SolarWinds evidenzia l’estrema pericolosità dei cyber-guastatori russi, ma finché Donald Trump resterà alla Casa Bianca l’“amico Putin” ha ben poco di cui preoccuparsi. I cinesi, invece, continuano a essere il bersaglio prediletto dell’Amministrazione Trumpiana, e un nuovo rapporto del DHS vuole evidenziare i rischi connessi all’uso dei dispositivi realizzati nel paese asiatico da parte delle aziende USA.

L’allarme del Department of Homeland Security (DHS), dipartimento federale equivalente del Ministero dell’Interno italiano, è indirizzato specificatamente ai business statunitensi che usano (o vorrebbero usare) prodotti hi-tech realizzati da aziende collegate al governo cinese. La Repubblica Popolare Cinese rappresenta un grave rischio alla sicurezza dei dati per il governo e i business USA, dice il DHS, perché Pechino ha “sia l’intento che l’abilità” di accedere direttamente alle informazioni grazie a framework legali vecchi e nuovi oltre che alla collaborazione diretta dei marchi cinesi.

USA vs Cina

Il rapporto del DHS cita in particolare la legge cinese sull’intelligence nazionale in vigore dal 2017, norma che obbliga tutte le aziende cinesi a supportare, assistere e cooperare con i servizi di intelligence di Pechino. Una nuova legge sulla sicurezza dei dati, la cui entrata in vigore è prevista per il 2021, rende ancora più grave la situazione fornendo alla dittatura comunista nuovi strumenti di sorveglianza e controllo sui business stranieri.

Usando dispositivi e soluzioni tecnologiche progettati e venduti da aziende cinesi, avverte il DHS, le attività imprenditoriali statunitensi espongono se stesse e i loro clienti al furto di segreti industriali, violazione delle leggi USA sull’esportazione e la privacy, rottura dei termini contrattuali, sorveglianza, tracciamento dei critici del regime, pericoli per la reputazione aziendale.

Persino l’utilizzo delle app mobile e dei braccialetti per il fitness, avverte il DHS, rappresenta un grave rischio alla sicurezza e alla privacy visto che dà al Partito Comunista Cinese l’opportunità di raccogliere i dati geolocalizzati, incrociare i dati con i registri contabili sulle proprietà e infine identificare i nomi e le famiglie dei cittadini americani. E lo spionaggio russo? E la sorveglianza ben documentata a opera della NSA statunitense? Niente, sarà per la prossima volta.

SolarWinds

Security

SolarWinds, l’attacco contro gli USA è sempre più grave

Alfonso Maruccia | 23 Dicembre 2020

Donald Trump Sicurezza SolarWinds

I contorni della breccia di sicurezza contro il software di SolarWinds si estendono, coinvolgendo sempre più vittime istituzionali e private. Gli USA sono sul piede di guerra, ma a Donald Trump non interessa granché.

I dettagli sulla breccia di sicurezza nei sistemi di SolarWinds, attacco APT di presunta origine russa che sta scatenando il panico negli USA, si fanno ogni giorno più gravi e inquietanti. Inizialmente classificato come un assalto contro le sole organizzazioni e amministrazioni del governo federale, l’attacco sembra ora aver preso di mira molti tra i grandi nomi dell’hi-tech a stelle e strisce.

Oltre a Microsoft e FireEye, dalle cui indagini è emersa l’esistenza dell’intera operazione a base di DLL malevole, almeno due dozzine di aziende hanno installato il medesimo aggiornamento alla piattaforma Orion contenente il componente infetto. Organizzazioni del calibro di Intel, NVIDIA, VMware e Belkin, che al momento sono impegnate in indagini interne ma tendono a escludere la compromissione o il furto di informazioni riservate.

Breccia di Sicurezza

Il potenziale di vittime dell’operazione contro SolarWinds è di quasi 20.000 organizzazioni, ma tutto lascia intendere che il vero obiettivo degli hacker fossero le autorità statunitensi. I criminali al soldo del Cremlino hanno compromesso anche dozzine di caselle di posta elettronica del Dipartimento del Tesoro USA, e anche in questo caso è in corso un’indagine per stabilire i contorni precisi della violazione e l’eventuale furto di dati riservati.

Il problema principale dell’intera faccenda SolarWinds sembra al momento essere lo scarso interesse del presidente uscente Donald Trump, che ha fin da subito minimizzato il presunto coinvolgimento dell’amico Putin. Un comportamento criticato dal presidente eletto Joe Biden, che ha richiamato Trump al suo dovere di preservare la sicurezza degli USA anche nelle sue ultime settimane di presidenza. Lamentandosi infine del fatto che il Pentagono Trumpiano si rifiuta di fornire informazioni precise sull’attacco come dovrebbe essere normale in una fase di transizione tra una presidenza e l’altra.

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