Ello contro Facebook: una partita persa in partenza

Alla fine dell’estate, in Rete è scoppiata la ricerca spasmodica di inviti per ottenere la registrazione di un account sul social network Ello (www.ello.co). Fondato nel 2013 da Paul Budnitz, ha raccolto finanziamenti pari a 435.000 dollari e dopo un anno di sviluppo da parte di sette designer e programmatori ne è stata rilasciata una beta pubblica, accessibile dallo scorso aprile tramite invito.

Dopo una lenta crescita, passata pressoché sotto silenzio, Ello “esplode” intorno al 25 settembre, registrando circa 30.000 richieste di iscrizione all’ora nel suo picco massimo di popolarità .

L’attenzione verso Ello si può ricondurre principalmente a due fattori. Il primo è un caso inerente a Facebook e alle sue politiche sull’identità : all’inizio di settembre, diverse Drag Queen, artiste attive sul social network blu sotto pseudonimo, si sono viste sospendere l’account per violazione dei termini d’uso, che prevedono l’obbligo all’utilizzo dell’identità  anagrafica; le performer hanno protestato tramite Twitter, sostenendo il proprio diritto a mantenere identità  separate per la vita privata e l’attività  artistica. La protesta ha coinvolto anche gli attivisti LGBT, convinti che l’uso di uno pseudonimo su Facebook possa mettere al riparo in alcuni casi da possibili atti di cyberbullismo.

Il dialogo pubblico ha generato la pianificazione di un’azione di protesta davanti agli uffici di Menlo Park. Facebook ha risposto invitando le Drag Queen e alcuni attivisti a un incontro, tenutosi il 17 settembre. Facebook ha però difeso le proprie scelte affermando che l’utilizzo dei nomi reali spinge le persone ad agire in modo più responsabile, non potendosi nascondere dietro a un nickname. La comunità  LGBT è rimasta insoddisfatta e ha iniziato un’opera di migrazione, abbandonando Facebook in favore di un social network che permetta l’uso di pseudonimi: ed è qui che entra in scena Ello.

Il secondo fattore ad aver determinato la temporanea fortuna di Ello è il passaparola: gli utenti hanno cominciato a pubblicizzare la creazione del proprio account su Twitter, creando un effetto a catena capace di generare curiosità  e aspettative sugli altri.

Ello si è proposto sotto due slogan: “semplice, bello e ad-free” e “tu non sei un prodotto”; il social network infatti, oltre a non creare vincoli nominativi, punta i riflettori sulla mancanza di pubblicità  all’interno dei propri spazi e promette di non trattarci come merce appetibile per gli inserzionisti.
Non è difficile immaginare quanto, dall’esterno, l’idea sia risultata interessante per gli utenti già  stanchi dell’invasione pubblicitaria di Facebook, ma anche per tutte le persone in cerca di maggiore tutela dei propri dati.

L’improvvisa e probabilmente inaspettata richiesta di iscrizioni ha obbligato Ello a limitare gli inviti disponibili per singolo utente, che al momento sono solo cinque. La carenza di possibilità  d’iscrizione ha generato fenomeni discutibili, come la mercificazione degli inviti su eBay, un fenomeno già  visto nel 2009 con il fallimentare Google Wave; ma se Wave rappresentava un prodotto chiacchierato, inedito e innovativo di Big G (anche se la sua storia non è stata delle più felici) Ello rappresenta invece un chiaro buco nell’acqua.

Al momento in cui scriviamo, Ello assomiglia a una versione Alpha più che a una Beta. Più che semplice, è spartano: mancano alcune funzionalità  fondamentali, come una ricerca efficiente degli altri utenti, fondamentale per un network basato proprio sull’interscambio tra amici e conoscenti. I menu di navigazione non sono di decifrazione immediata, le immagini caricate subiscono a volte delle auto-rotazioni insensate, la gestione dei blocchi di testo è poco funzionale, la gestione dei commenti insufficiente.

Più che bello, è minimale. Ma se il minimale non è anche semplice e intuitivo, rischia di diventare solo brutto.

È sicuramente ad-free, ma attenzione: le policy del social network, malgrado dichiarino di non voler basare il servizio sulle inserzioni, si riservano il diritto di utilizzare i nostri dati con società  che gestiscono le carte di credito nel caso si effettui un acquisto, o di condividerli in futuro con nuovi soci. I server su cui poggia il servizio sono inoltre di proprietà  di terze parti e i backup dei nostri dati verranno conservati anche nel caso dovessimo cancellare i nostri account.

Ello sventola apparentemente la bandiera della trasparenza e della libertà , quasi fosse un’isola felice e beffeggiando Facebook: ci permette di usare un nickname, ma al momento non si avvale di strumenti capaci di limitare i fenomeni di furto d’identità  (qualcuno ha già  registrato un account finto di Mark Zuckerberg), non integra strumenti capaci di segnalare abusi o pubblicazioni di materiale pericoloso, non può limitare il cyberbullismo.

Ello è un prodotto acerbo e per ora poco interessante: solo il 20% degli utenti continua a utilizzarlo a una settimana dalla registrazione.
Il suo piano-business è nebuloso: si parla di versioni gratuite e funzioni premium, ma chi al giorno d’oggi sarebbe disposto a pagare per fruire di un social network?
La sua improvvisa popolarità  potrebbe rivelarsi controproducente, il servizio è povero e poco soddisfacente per gli utenti: se non ce l’hanno fatta Diaspora e Google+, come può proporsi seriamente come alternativa a Facebook?

Ma la partita potrebbe rivelarsi persa in partenza, anche ipotizzando un serrato lavoro sulle implementazioni di nuove funzionalità : abbiamo davvero bisogno di un nuovo social network che replichi le dinamiche sociali di Facebook?
Barbara Ripepi

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