La censura di Google sulle parole chiave “pirata”

Il motore di ricerca da oggi non supporta più le funzioni di autocompletamento e ricerca istantanea per i termini correlati ai siti pirata. Nell’elenco ci sono BitTorrent, uTorrent, RapidShare, mentre a sorpresa manca The Pirate Bay. La notizia per la verità  non ha avuto una rilevanza ufficiale da parte di Google, ma il blog TorrentFreak oggi ne riporta fedelmente la genesi. Tutto è iniziato alla fine del 2010 quando le associazioni dei discografici RIAA e MPAA hanno puntato il dito contro i motori di ricerca, colpevoli, a loro parere, di correità  nella pirateria grazie al fatto che chiunque, impostando una ricerca per parola chiave — fosse questa anche solo “download” o “Mp3” — può facilmente trovare nei risultati siti di file sharing illegali.
Inutile ricordare all’industria discografica che i motori di ricerca, e Google in primis, basano su algoritmi che elaborano il ranking dei siti sulla base di quante persone si collegano a quelle destinazioni e quindi gli indirizzi che compaiono in testa alla classifica dei risultati sono anche quelli più popolari. Ma è proprio qui che si è inserita la proposta fatta a suo tempo dalla British Phonographic Industry: togliere dai risultati di ricerca i siti che puntano a servizi di file sharing illegali, mettendo ai primi posti quelli che puntano a servizi legali. Così Google ha accettato di modificare i due servizi Autocomplete e Instant che aiutano gli utenti nella fase di input dei termini di ricerca, suggerendo il completamento delle parole chiave. Da oggi tutte le combinazioni di parole basate su “torrent” non compariranno più nell’elenco dei suggerimenti automatici, a cominciare dal più conosciuto protocollo di file transfer BitTorrent per continuare con RapidShare, Megaupload mentre non sono inclusi altri servizi che pur sfruttano il protocollo di file transfer BitTorrent come BitComet, BitLord o la stessa The Pirate bay. Ma al di là  di chi è filtrato e chi no, resta il precedente che Google ha creato e che come fanno notare i rappresentanti di questi servizi, un domani potrebbe consentire ad altre industrie dell’intrattenimento digitale di “battere cassa” costringendo il motore a ulteriori modifiche. Ne perderemmo tutti, Internet per prima, e i pirati non hanno certo bisogno dei suggerimenti di Google per trovare i siti da cui scaricare illegalmente. saranno

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