Bendgate Apple sapeva

Bendgate: Apple sapeva

A quattro anni di distanza il caso “bendgate” torna alla ribalta. Nelle aule di un tribunale.

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Settembre 2014, Apple mette sul mercato due nuovi smartphone: l’iPhone 6 (da 4,7”) e l’iPhone 6 Plus (da 5,5”), il suo primo phablet. Ma, pochi giorni dopo il lancio, scoppia il caso “bendgate”. Il nuovo formato, ultra-sottile e ben più grande dei precedenti iPhone (da 4”), solleva dubbi sulla solidità del progetto. Secondo alcuni utenti il loro iPhone 6 Plus si sarebbe piegato, semplicemente tenendolo in tasca. 

La presunta causa? Un telaio troppo sottile che poteva cedere, soprattutto in corrispondenza dei tasti del volume. Apple ha sempre negato il problema, sostenendo che gli iPhone 6 e 6 Plus avevano superato tutti i test interni e che erano robusti almeno quanto gli smartphone della concorrenza. Ed effettivamente, al netto di una decina di casi accertati, il caso “bendgate” è stato archiviato più come un difetto limitato a un piccolo lotto che come un errore progettuale. Il danno, per Apple, è stato più d’immagine, visto che la concorrenza ha colto (e cavalcato) ampiamente questa presunta débâcle. Dalle generazioni successive (iPhone 6s e 6s Plus), la casa di Cupertino ha risolto il problema alla radice, sostituendo il materiale con cui è realizzato lo chassis e passando da una lega di alluminio del gruppo 6000 a una più resistente del gruppo 7000.

Archiviato il “bendgate”, un altro problema – ben più serio e diffuso – ha colpito gli iPhone 6 Plus a distanza di un anno e mezzo dal lancio: il cosiddetto “touch disease”. Molti utenti lamentavano problemi con lo schermo che, di colpo, smetteva di rispondere al tocco. Apple, anche in questo caso, ha sempre negato che si trattasse di un errore progettuale, ma a novembre 2016 ha attivato un programma di riparazione del multi touch. Non gratuito, ma al costo “scontato” di 149 dollari (contro il prezzo di listino di 349 dollari). È ovviamente attivo anche per gli utenti italiani (ma in questo caso si spendono 181,20 euro).

Secondo molti centri di riparazione indipendenti, la causa sarebbe imputabile alla saldatura superficiale del chip Touch IC che, sottoposto alle flessioni, potrebbe distaccarsi. Ed è con questa accusa che alcuni utenti statunitensi hanno intentato una class action contro Apple. Sebbene il 25 maggio il giudice abbia rigettato la possibilità di una class action (semplicemente perché l’accusa non aveva dettagliato come i risarcimenti sarebbero stati pagati in caso di vittoria) ha reso pubblica parte della documentazione richiesta (e fornita) da Apple.

Dai documenti ufficiali è emerso che gli ingegneri Apple non solo erano a conoscenza dell’eccessiva flessibilità, ma avevano calcolato che l’iPhone 6 aveva 3,3 volte più possibilità di flettersi rispetto all’iPhone 5s, mentre per l’iPhone 6 Plus questa possibilità era di 7,2 volte. Inoltre è venuto a galla che dal maggio 2016 Apple ha introdotto sugli iPhone 6 e 6 Plus una “piccola” miglioria costruttiva. Per ancorare meglio proprio il chip Touch IC alla scheda logica ha incominciato a utilizzare una resina epossidica (con una tecnica detta underfill). Pura casualità o forse dettata dal caso “touch disease”?

Insomma, mai come in questo caso, Apple sembra aver fatto proprio il motto latino frangar, non flectar: mi spezzerò, non mi piegherò (alle richieste degli utenti). Bisognerà capire se il giudice sarà dello stesso parere, visto che gli avvocati dell’accusa hanno dichiarato che presenteranno presto una nuova mozione.

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