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Facebook perde il 6,8% in borsa in seguito allo scandalo Cambridge Analytica

Roberto Cosentino | 20 Marzo 2018

Facebook

Nello scandalo che investe Facebook c’è di tutto: presunte spie russe, manipolazioni di massa, ricerche psicologiche etc. Il titolo intanto perde il 7% in borsa e si attende una dichiarazione di Mark Zuckerberg.

Sembrerebbe quasi la trama di un film di spionaggio, se non fosse tutto inquietante e incredibilmente vero.

Il terremoto che ha investito il social network di Mark Zuckerberg è iniziato quando il New York Times e il Guardian hanno pubblicato sulle proprie pagine le inchieste riguardo una società, Cambridge Analytica, che attraverso un utilizzo improprio di un’app su Facebook, ha raccolto illecitamente i dati di 50 milioni di utenti americani, usati per influenzare l’elettorato americano sulle elezioni che portarono alla Presidenza Donald Trump.

Mark Zuckerberg si sta facendo desiderare: è nel centro dello scandalo più grande che Facebook potesse subire.

L’app “thisisyourdigitallife” sviluppata da Cambridge Analytica che all’epoca dei fatti nelle file del personale vi erano membri ora presenti nell’entourage di Donald Trump, era stata presentata a Facebook come uno strumento per le ricerche psicologiche e le cui raccolte sarebbero state sfruttate solo per fini accademici. Venne scaricata da oltre 270mila persone, tuttavia l’app è stata in grado di prelevare i dati personali di 50 milioni di americani e grazie alla profilazione proporre contenuti che, secondo i quotidiani oltreoceano, sono riusciti nell’intento di influenzare l’elettorato statunitense, il cui risultato è noto a tutti.
Non solo Trump: si parla anche di Brexit e altri eventi di importanza mondiale avvenuti prima.

Facebook, che nel mentre ha sospeso l’account di Cambridge Analytica, è ora nell’occhio del ciclone perché accusata di non essere in grado di controllare i propri contenuti e l’utilizzo che le società possono fare grazie alla non preparazione del social network nel prevenire e impedire comportamenti simili.
Le conseguenze non si sono fatte attendere. Mentre il titolo perde quasi il 7% in borsa, il New York Times rivela che Alex Stamos, il capo per la sicurezza dei dati di Facebook, ha lasciato l’incarico in seguito a dissapori con i vertici dell’azienda circa l’immobilismo tenuto dal social network per la circolazione delle fake news e delle notizie.

Parlare di privacy nell’epoca dei social network ha poco senso. Sulla sicurezza dei dati, gli stessi social dovrebbero garantire maggiore sicurezza.

Le accuse colpiscono anche Aleksandr Kogan, colui che attraverso “thisisyoirdigitallife” ha raccolto i dati di 50 milioni di americani. Kogan è accusato di essere una spia russa, ma il diretto interessato respinge le accuse e si dice pronto di sostenerlo anche in tribunale. Lo stesso Kogan inoltre smentisce Facebook circa la raccolta dei dati per scopi accademici; secondo Aleksandar Kogan infatti, la società non avrebbe mai riferito di raccogliere dati per fini universitari.

Non solo il titolo precipita in borsa, ma lo scandalo ha fatto sì che le varie istituzioni europee e statunitensi interpellassero Mark Zuckerberg, la cui dichiarazione è attesa ora più che mai.

Chissà se nel 2004 quel giovane che realizzò “thefacebook” avrebbe mai pensato che 14 anni dopo la sua creatura sarebbe divenuta così importante da essere sfruttata (se a sua insaputa o meno non lo sapremo probabilmente mai) per veicolare gli equilibri mondiali, attraverso pratiche tanto inquietanti quanto efficaci.

Di questo scandalo ne sentiremo parlare a lungo e sarà interessante verificarne le ripercussioni.
Certo è che lo scarso controllo che la società ha della sua creatura, gli utenti sprovveduti e la bassa moralità di società senza scrupoli, sono ingredienti perfetti per un thriller politico/tecnologico. Thriller che potrebbe essere anche affascinante quanto un film di spionaggio, se non che nel caso in cui tutto questo venisse davvero confermato, fa riflettere come una smisurata parte della popolazione possa essere manovrata come un burattino alla mercé del miglior offerente, per decidere gli equilibri mondiali attraverso l’utilizzo di un social network.