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Archiviazione fotografica

Nicola Martello | 5 Ottobre 2016

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Viviamo letteralmente circondati dalle foto e dai video. Smartphone, tablet, fotocamere compatte e reflex digitali sono dispositivi diffusissimi; il desiderio […]

Viviamo letteralmente circondati dalle foto e dai video. Smartphone, tablet, fotocamere compatte e reflex digitali sono dispositivi diffusissimi; il desiderio di immortalare – e di condividere – ogni istante della nostra vita è fortissimo, irresistibile. Ma la gestione di una simile quantità  di immagini non è uno scherzo e non va sottovalutata, per non ritrovarsi con file sparpagliati un po’ ovunque nei dispositivi elettronici in nostro possesso, privi di parole chiave e indici, fondamentali per ritrovarli in tempi ragionevoli anche a distanza di tempo. Lo scatto compulsivo è inoltre foriero di difetti grossolani, come inquadrature approssimative, orizzonti storti, esposizioni sbagliate. Molti di questi problemi possono essere corretti, con un software adatto.

di Nicola Martello

ICON_EDICOLAPer riuscire a sopravvivere a questa marea montante di immagini, l’unica soluzione è dotarsi di un software adeguato alle nostre esigenze e capacità , in grado di aiutarci a catalogare le foto e correggerne i difetti, così da avere immagini belle da vedere, facili da trovare e pronte da condividere. Per dare un ordine di base al proprio archivio basta non mettere tutte le foto alla rinfusa in un’unica cartella, bensì strutturarlo in più cartelle, nominate con la data (anno e, se servono, anche mese e giorno) e magari con il nome dell’evento immortalato nelle immagini, come vacanze, feste e ricorrenze varie.

Ma se questa organizzazione manuale di base non basta, bisogna passare a un software dedicato; oggi è non è difficile trovare applicativi validi, capaci di soddisfare le esigenze sia dell’appassionato sia del professionista. Se anni fa esisteva un confine netto tra i programmi per il ritocco fotografico di tipo amatoriale e quelli di livello professionale, oggi non è quasi più così: molti software di alto livello hanno interfacce, strumenti e prezzi alla portata dell’appassionato. Questa “democratizzazione” è importante perché la fotografia digitale moderna ha alzato l’asticella della qualità  visiva richiesta. Se una volta, con la pellicola, si tolleravano per esempio vignettature e aberrazioni cromatiche ai margini dell’inquadratura, oggi questi difetti sono sempre meno sopportati dagli appassionati, e sono giudicati inaccettabili dai professionisti. Un altro esempio di quanto sia sempre più sfumato il confine tra amatoriale e professionale è la presenza quasi universale dello strumento per correggere gli occhi rossi, un difetto che appare quando si usa una fotocamera con il flash vicino alla lente frontale (come nel caso di smartphone o compatte) per riprendere una persona che guarda verso l’obiettivo. Un professionista, abituato a impiegare reflex con flash ben distanti dalla lente, non sa cosa farsene di uno strumento per eliminare gli occhi rossi, eppure oggi è incluso anche nei programmi più blasonati.

Il software ideale per la catalogazione e il ritocco delle fotografie digitali deve possedere robusti algoritmi per la gestione di un database con migliaia di immagini, spesso memorizzate in archivi non interni al computer (Nas, dischi esterni). Il programma dovrebbe permettere la creazione di album (virtuali o reali) in cui raccogliere le immagini e soprattutto l’assegnazione di un indice di gradimento (implementato in genere come numero di stellette) e di chiavi o etichette, indispensabili per le ricerche. Utile è anche l’assegnazione dei nomi delle persone ritratte, che il software riconosce in maniera più o meno automatica, e delle coordinate geografiche del luogo dove è stata fatta la fotografia.

Quest’ultima informazione è già  registrata nella sezione dei dati Exif (Exchangeable Image File Format) al momento dello scatto quando si usa una fotocamera o uno smartphone dotato di ricevitore Gps; ma comunque rimangono tutte le vecchie foto digitali da localizzare. Poiché spesso bisogna trattare molte foto (decine, se non centinaia) in una sola sessione, è importante che la sezione di fotoritocco sia agile e veloce, cioè consenta all’utente di apportare facilmente e in poco tempo tutte le correzioni necessarie. è quindi indispensabile una modalità  di lavoro batch, ovvero la capacità  di trattare in automatico tutte le foto selezionate.

Anche gli automatismi per il bilanciamento della luminosità , del contrasto, dei colori e per la correzione della dominante cromatica sono oggi il minimo indispensabile per un software che si rispetti. A queste funzioni aggiungiamo l’algoritmo per la riduzione della grana, un problema che affligge da sempre la fotografia e che ancora oggi dà  parecchio filo da torcere. Per ridurre il rumore senza fare danni, cioè senza cancellare anche i dettagli più fini, il metodo più sicuro e migliore è impiegare un filtro specializzato, che consenta la calibrazione su zone di colore uniforme evidenziate nella foto. Ma oggi è possibile ottenere risultati discreti e perfino buoni anche con gli algoritmi privi di calibrazione, come abbiamo avuto modo di verificare con alcuni dei software in prova. Come abbiamo accennato, le aberrazioni ottiche e soprattutto cromatiche sono un altro punto dolente della fotografia, esasperato dalle lenti grandangolari e dalla facilità  con cui si può ingrandire una foto digitale fino a vederne i singoli pixel. Per correggere questi difetti, il software ideale deve disporre di una libreria di profili di compensazione, ognuno specifico per un determinato obiettivo. Visto l’elevato numero di lenti presenti sul mercato, va da sé che questa libreria deve essere molto estesa e aggiornata spesso. L’algoritmo incaricato di applicare il profilo correttivo deve lavorare in automatico per liberare l’utente dalla necessità  di trovare i valori giusti per annullare le distorsioni, un compito manuale laborioso che può anche portare a un risultato insoddisfacente.

Altri difetti frequenti nelle foto sono l’orizzonte storto e l’inquadratura imprecisa. Da tempo i software per il ritocco fotografico consentono il raddrizzamento con una linea di riferimento, che va tracciata sull’orizzonte o su uno spigolo che deve diventare orizzontale.

Compiuta questa operazione il programma ruota l’immagine di conseguenza e la rifila per eliminare gli angoli vuoti. Per correggere l’inquadratura si ritaglia la foto con una cornice che va posizionata in modo da ottenere una composizione gradevole, magari conforme alla regola dei terzi.
Utili sono poi le funzioni per creare immagini ad alta dinamica Hdr (High Dynamic Range) e panoramiche. Le prime si ottengono dall’unione di più scatti con la stessa inquadratura ma con valori di esposizione diversi: così anche le zone che risulterebbero sovra o sotto esposte (un cielo coperto da nuvole bianche, un terreno molto scuro e in ombra) sono catturate con tutti i loro dettagli, che diventano visibili nel montaggio Hdr. Il tone mapping successivo, l’operazione necessaria per ridurre la dinamica e portarla a quella tipica di un’immagine classica, consente di ottenere scene dai colori vivaci e dai dettagli esasperati oppure inquadrature con un bilanciamento cromatico normale ma senza zone troppo chiare né troppo scure. Molte fotocamere moderne sono in grado di creare foto Hdr subito dopo gli scatti, in totale autonomia, ma un software per il fotoritocco dotato di questi algoritmi di solito produce risultati migliori. Un discorso simile si può fare per le panoramiche: questi scatti sono ottenuti dall’unione di più immagini, catturate spostando la fotocamera per far sì che le inquadrature si sovrappongano parzialmente. Anche in questo caso, un programma lavora meglio della funzione automatica integrata nelle macchine fotografiche. Infine, in un applicativo moderno non possono mancare le funzioni di stampa (anche di più foto su un singolo foglio), la creazione di slide show accompagnati da una colonna sonora, e il caricamento delle foto sui siti social, come Facebook e Flickr. Utili e comode sono anche le funzioni per caricare le foto in un archivio Web (come Google Photos e Apple Photos), che permette di accedere agli scatti ovunque e qualsiasi dispositivo collegato a Internet.

In queste pagine abbiamo esaminato le caratteristiche e le funzioni di nove programmi, che vanno dall’amatoriale Adobe Photoshop Elements 14 al professionale Phase One Capture One Pro 9. L’impressione generale che ne abbiamo ricavato è positiva: ormai questo settore ha raggiunto la maturità  e tutti gli applicativi provati hanno dimostrato di possedere interfacce intuitive e strumenti di base efficaci. La competizione si è spostata sulle funzioni più sofisticate e di introduzione recente, come il riconoscimento dei volti, la correzione automatica delle aberrazioni cromatiche, la creazione di maschere, la gestione dei filtri su livelli: qui è ancora possibile trovare carenze e algoritmi deludenti, a seconda del software preso in considerazione. Di conseguenza, per individuare il programma più adatto alle proprie esigenze, è importante esaminare con attenzione le sue caratteristiche e le sue prestazioni, che descriviamo in dettaglio nelle prossime pagine. (…)

Trovi l’articolo completo sul numero di ottobre 2016 di PC Professionale

Stampa 3D service online

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Stampare in 3D, senza stampante. La prova di 11 service online

Nicola Martello | 4 Ottobre 2018

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Per stampare bene in 3D serve tanta esperienza, che si ottiene solo dopo ore di pratica. L’alternativa? Affidarsi ai service […]

Per stampare bene in 3D serve tanta esperienza, che si ottiene solo dopo ore di pratica. L’alternativa? Affidarsi ai service online per realizzare in 3D i propri progetti. La prova di 11 service.

Il mondo della stampa 3D è affascinante. L’idea di poter creare da sé oggetti di ogni tipo, magari anche personalizzati e unici, solletica l’immaginazione di un numero sempre maggiore di persone, che si avventurano in questo settore armati di curiosità ed entusiasmo. Ma l’impatto con la stampa 3D non è sempre dei più piacevoli, anzi – diciamolo chiaramente – spesso è problematico, tale da smorzare anche brutalmente il fervore del novizio.

Le difficoltà di stampare in casa

Sì perché le stampanti 3D non sono facili da usare con profitto. Siamo infatti ancora molto lontani dalla semplicità di impiego e dalla affidabilità delle stampanti 2D a getto di inchiostro e laser. Dispositivi in cui basta inserire le cartucce con l’inchiostro o con il toner, mettere il foglio di carta e premere un paio di pulsanti. Per avere in poco tempo una stampa nitida e ben fatta non c’è nulla da calibrare e niente da regolare. Le poche impostazioni sono semplici e spesso opzionali, dato che è la macchina stessa ad adeguarsi in automatico al tipo di dati in ingresso.

Chi ha a che fare con una stampante 3D fa in fretta ad accorgersi che – almeno per i modelli consumer – siamo ancora in una fase iniziale dello sviluppo di questi dispositivi. Sono infatti necessarie una sorveglianza costante soprattutto all’inizio e una buona dose di esperienza, esperienza che si acquisisce con molta pratica, ovvero con molte ore di prove e tentativi. La generazione e l’ottimizzazione dei supporti, le operazioni necessarie per assicurare l’adesione del pezzo al piano di lavoro (taratura e impiego di adesivi speciali in primis) sono fasi del processo di stampa 3D molto importanti e delicate.

Stampanti 3D, il costo non è solo quello d’acquisto

Un altro aspetto delle stampanti 3D di cui bisogna tenere conto è il loro costo. Possedere una macchina di questo tipo ha un prezzo, non solo di acquisto iniziale, ma anche di materiale (filo e adesivo per il piatto di lavoro). E anche di manutenzione (pezzi di ricambio per sostituire le parti usurate o rotte come l’estrusore e il piano di lavoro). È ovvio che meno si usa la stampante più è elevato il costo totale di ogni singolo pezzo creato e degli scarti prodotti.

In pratica, i costi e il carico di lavoro per far funzionare la stampante 3D sono accettabili solo per gli appassionati del fai-da-te (i maker), per chi deve stampare molto e vuole avere il completo controllo del processo. Per tutti gli altri, ovvero per quelli che stampano solo saltuariamente, che non hanno esperienza e che non vogliono brigare per acquisirla, conviene rivolgersi a un servizio (service) di stampa 3D.

Questi service sono l’esatto equivalente dei negozi di stampa che mettono su carta i nostri scatti fatti con la fotocamera digitale. Si consegna il file e si ritira (o più comodamente si riceve direttamente al proprio domicilio) l’oggetto stampato, già ripulito da eventuali basi, supporti e sbavature.

I servizi di stampa 3D possono essere negozi o aziende situati in Italia o anche all’estero. La posizione della loro sede non è un fattore importante, dato che l’invio del modello tridimensionale va fatto via Internet e la consegna del materiale finito è effettuata di solito tramite corriere.

I vantaggi dei service online

Il grande vantaggio di questi servizi è che sono specializzati nella stampa 3D, quindi sono dotati di macchine in genere molto più sofisticate, precise e costose di quelle accessibili al singolo appassionato. Inoltre il personale è esperto, e non solo eseguirà al meglio il lavoro ma di solito è disponibile per consigli e consulenze su come progettare in 3D in maniera che la stampa non riservi brutte sorprese. In più, la qualità e la precisione degli oggetti prodotti sono spesso più elevate di quelle ottenibili in proprio.

Perché stampare con un service costa di più

Di contro, il costo di stampa del singolo pezzo è maggiore della spesa del solo materiale usato. A questo costo bisogna in realtà aggiungere parte del prezzo di acquisto della stampante, l’elettricità consumata, i pezzi di ricambio necessari con il passare del tempo. Inoltre, e questo per molti è il fattore più importante, tutti i problemi di stampa come la preparazione della macchina, la sua pulizia, la generazione di una base e dei supporti sono a carico del service. Quindi l’utente si limita a progettare il pezzo, non deve occuparsi di tutte le problematiche legate al processo di stampa vero e proprio.

Un altro vantaggio di questi servizi è la possibilità di far realizzare il pezzo anche con altre tecnologie oltre a quella del filo fuso (Fdm), la più diffusa tra i maker e gli utenti generici per via dei costi relativamente contenuti. Molti service offrono infatti macchine di tipo stereolitografico che creano oggetti in resina solidificata con il laser, molto più precisi di quelli ottenibili con la tecnica Fdm, o anche per la prototipazione rapida che fondono polvere metallica sempre grazie a un laser. Gli oggetti che è possibile realizzare sono quindi in metallo, molto più resistenti e duraturi di quelli in plastica o in resina. Se la geometria del pezzo 3D lo permette, i servizi più attrezzati consentono persino di usare frese a controllo numerico (Cnc), per lavorare metallo e legno.

L’offerta dei service di stampa

I service più grandi lavorano non solo con gli appassionati, i maker, ma anche (e soprattutto) con progettisti professionali e con piccole aziende manifatturiere, che hanno bisogno di realizzare in tempi rapidi e a costi contenuti prototipi e parti meccaniche a tiratura limitata. Anche chi possiede una stampante 3D può quindi trovare vantaggioso ricorrere ai service, per diversi motivi. Magari per stampare oggetti più grandi di quelli che la propria macchina permette di fare. Oppure per avere pezzi più precisi e di una migliore qualità. O anche per usare materiali particolari anche solo per un singolo oggetto, senza dover acquistare una bobina intera.

L’offerta di servizi di stampa 3D è già oggi piuttosto ricca e variegata, non è affatto difficile trovare nel Web un service in grado di stampare l’oggetto desiderato. In Italia sono disponibili diversi negozi e aziende che operano in questo campo e l’offerta si amplia se estendiamo la ricerca in Europa e nel mondo, grazie a Internet e alle spedizioni internazionali che consentono di annullare o quasi le distanze e i confini nazionali.

Servizi, non solo aziende ma anche hub

È interessante notare che non esistono solo negozi e aziende dotati di macchine per la stampa 3D, ma anche servizi basati su associazioni collaborative (hub). In pratica comunità di maker che si offrono di stampare i modelli 3D di chi ne fa richiesta. 

Questi siti regolano la domanda e l’offerta, le transazioni economiche e il corretto svolgimento delle attività inerenti gli ordini. Gli hub spesso offrono quindi un numero molto elevato di tecnologie di stampa 3D, di materiali e di rifiniture superficiali, poiché si appoggiano a numerosi fornitori. Ancora, alcuni service e hub mettono a disposizione negozi virtuali, in cui i clienti possono caricare i propri modelli e ottenere un ritorno economico se altri maker li fanno stampare.

Stampa 3D online, la prova di 11 service

Qui di seguito trovate una selezione di 11 service – sia italiani sia stranieri – che consegnano nel nostro paese i pezzi creati. Abbiamo privilegiato i servizi che offrono la stampa 3D con filamento fuso e che consentono di ottenere direttamente nel loro sito Web un preventivo in tempo reale. In questo modo è possibile avere subito un’informazione precisa dei costi – talvolta anche dei tempi – necessari per la realizzazione. Molti di questi dispongono anche di macchine 3D che lavorano con tecnologie diverse e di frese Cnc. Una dotazione che permette di ampliare di molto i tipi di materiale e di lavorazione offerti.

Ovviamente i prezzi variano in funzione delle dimensioni, del materiale, della tecnica utilizzata per la realizzazione e del livello di finitura richiesto. Anche i costi di spedizione possono incidere parecchio, soprattutto nel caso di stampe di pochi e piccoli oggetti. Quando possibile abbiamo sempre chiesto un preventivo, e per ottenere cifre paragonabili tra loro abbiamo usato come modello 3DBenchy.

È un modello liberamente scaricabile dal sito www.3dbenchy.com e noto tra i maker come un buon test per verificare le prestazioni delle stampanti 3D. Si tratta del modellino di una barca, grande 6 x 4,8 x 3,1 centimetri. Come impostazioni abbiamo sempre lasciato la scala al 100%, scelto il materiale più economico (in genere Pla) ed evitato colori particolari e lavorazioni extra. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

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Stampa 3D, dal modello all’oggetto stampato

Software per le stampanti 3D

AMD Ryzen Threadripper 2 gen

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AMD Ryzen Threadripper, la seconda generazione

Michele Braga | 4 Ottobre 2018

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I nuovi processori AMD per il segmento HEDT sono basati sulla microarchitettura Zen+ e offrono fino a un massimo di […]

I nuovi processori AMD per il segmento HEDT sono basati sulla microarchitettura Zen+ e offrono fino a un massimo di 32 core di calcolo. La prova dei Ryzen Threadripper 2990WX e 2950X.

Lo scorso anno e dopo un lungo periodo di letargo, AMD ha riacceso la competizione con Intel sul terreno dei processori desktop grazie alla microarchitettura Zen. Se il ritorno di AMD era atteso per quanto riguarda i processori Ryzen per i computer di fascia media, non possiamo dire altrettanto per quanto è avvenuto nel segmento HEDT di fascia più alta. L’arrivo dei processori Ryzen Threadripper è stato dirompente e ha sorpreso un po’ tutti. Da un lato ha rimescolato le carte sul tavolo del confronto con Intel e dall’altro ha riaperto il dibattito generale sul numero di core che può essere considerato “giusto” per un processore. La risposta a questa domanda è tutt’altro che unica e in effetti dipende interamente dal tipo di elaborazioni svolte.

Il lancio dei processori Ryzen Threadripper ha reso accessibile a un’ampia platea di utenti una piattaforma con caratteristiche che prima di quel momento potevano essere ritrovate solo nel mercato enterprise. Grazie ai 16 core fisici presenti nel modello 1950X, AMD è entrata nel segmento HEDT (High End Desktop) dalla porta principale. E si è messa in competizione diretta con il Core i9 7900K a 10 core fisici che Intel proponeva per la fascia più alta del mercato non professionale e con il Core i9 7980XE a 18 core fisici che sarebbe arrivato sul mercato solo alla fine del 2017.

La seconda generazione di Ryzen Threadripper

A un anno di distanza dal debutto della prima generazione di Ryzen Threadripper, AMD ha rinnovato la propria offerta aumentando la posta in gioco. I nuovi modelli aggrediscono il mercato su due fronti. Da un lato, grazie all’impiego della rinnovata microarchitettura Zen+ realizzata con tecnologia produttiva a 12 nanometri, sono cresciute le prestazioni dei singoli core (circa il 3% di IPC in più), sono aumentate le frequenze operative e sono calati i consumi. Dall’altro è stata ampliata l’offerta, ora composta da quattro modelli: le versioni 2920X e 2950X sono un’evoluzione di quelle precedenti, aggiornate alla nuova microarchitettura.

Le versioni 2970WX e 2990WX – dove l’aggiunta della W indica prodotti di classe workstation – incrementano il numero delle unità di calcolo, rispettivamente 24 e 32 core fisici, e sono indirizzate agli utenti di fascia più alta e ai professionisti. Il mercato delle workstation si confronta con un’ampia varietà di esigenze e sebbene tutti gli utenti che si identificano in questo settore possono essere considerati “power user” non esiste una singola configurazione capace di rispondere in modo adeguato alle esigenze di tutti.

AMD Ryzen Threadripper: le origini

Ryzen Threadripper discende in modo diretto dalla piattaforma enterprise che AMD commercializza con il brand EPYC. Questi processori integrano quattro die, ciascuno dei quali ospita 8 core per un totale di 32 core. Ciascun die dispone di due canali di memoria e di un controller Pci Express a 32 linee, così che nel complesso un processore EPYC dispone di 8 canali di memoria e un totale di 128 linee Pci Express. La prima generazione Ryzen Threadripper è stata ottenuta disattivando due dei quattro die così da ottenere un processore dotato di un massimo di 16 core, quattro canali di memoria e 64 linee Pci Express.

La seconda generazione di processori utilizza la stessa soluzione impiegata per i prodotti EPYC con die aggiornati alla microarchitettura Zen+ a 12 nanometri per ottenere prestazioni maggiori e consumi inferiori. Tuttavia, per rendere questi processori compatibili con il socket sTR4 – quello impiegato per le piattaforme desktop – è stato necessario tagliare alcune caratteristiche: i canali di memoria sono quattro e le linee Pci Express sono 64. Come vedremo nella sezione dedicata all’architettura, infatti, i Ryzen Threadripper a 24 e 32 utilizzano quattro die, ma due di questi operano solo da unità computazionali in quanto il loro controller di memoria e quello Pci Express sono disattivati. AMD vuole che questi processori siano visti come una evoluzione di quelli di prima generazione piuttosto che come modelli enterprise depotenziati, ma è difficile evitare il confronto con EPYC.

Threadripper, la gamma di prodotti

Grazie all’impiego del socket sTR4 sul mercato dallo scorso anno, gli utenti che dispongono di una piattaforma con chipset X399 possono adottare i nuovi modelli 2920X e 2950X una volta aggiornato il bios. Nel caso dei modelli 2970WX e 2990WX è necessario verificare che il produttore abbia certificato la compatibilità del circuito di alimentazione con i modelli a 24 e 32, perché questi hanno un consumo energetico superiore a quello delle versioni di fascia inferiore. Dopo l’introduzione dei nuovi modelli AMD ha ritoccato verso il basso il prezzo di quelli di prima generazione e questo potrebbe essere un buon momento per acquistarli se siete alla ricerca di una piattaforma multi core spinta per eseguire elaborazioni complesse o per eseguire più applicazioni in simultanea tanto in ambiente professionale così come in quello amatoriale o ludico.

Il prezzo dei nuovi 2920X e 2950X è inferiore ai 1.000 euro e ciò li rende molto appetibili per quanto riguarda il rapporto tra costo e prestazioni. Il modello top di gamma si avvicina alla soglia dei 2.000 euro, ma sebbene questo valore possa sembrare molto alto, dobbiamo anche ricordare che a questa cifra non troverete nessun altra soluzione con un numero di core così elevato. Va anche ricordato che il processore 2990WX non è un prodotto per tutti: in questo caso non ci riferiamo al costo, bensì alle caratteristiche hardware che possono essere sfruttate con profitto solo con applicazioni ottimizzate per il multi threading avanzato. 

Più core = più prestazioni?

Più core non corrispondono in modo diretto a più prestazioni perché la frequenza operativa generale è inferiore per restare entro i parametri operativi a livello energetico e termico e perché la complessità del processore introduce latenze aggiuntive che risultano trascurabili sono quando si riesce a sfruttare le potenzialità di tutti i core. Se siete un utente evoluto, ma che non necessità di così tanti core è meglio valutare il modello 2950X. Quest’ultimo con carichi di lavoro generici si comporta meglio del fratello maggiore, lasciandogli il passo solo in situazioni come il rendering con applicazioni di modellazione e algoritmi di calcolo scientifici. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

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Android 9 Pie sistema operativo Google

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Android 9 Pie, lo smartphone su misura

Roberto Cosentino | 4 Ottobre 2018

Android Preview

La nona edizione del sistema operativo di Google ora studia il comportamento dell’utente grazie all’intelligenza artificiale. Lo slogan? “Su misura […]

La nona edizione del sistema operativo di Google ora studia il comportamento dell’utente grazie all’intelligenza artificiale. Lo slogan? “Su misura per te”.

Sono passati dieci anni esatti dalla prima versione ufficiale di Android, avvenuta tre anni dopo l’acquisizione da parte di Google del sistema operativo con il robottino verde come mascotte. Com’è noto, nel corso degli anni le versioni sono state battezzate in ordine alfabetico prendendo spunto dai nomi di dolci. Il “totodolce” anche questa volta ha partorito i nomi più fantasiosi, tra cui addirittura “Pistacchio”, ma alla fine, dopo Nougat e Oreo, ha vinto qualcosa di molto più semplice e generico: Android 9 Pie (torta). 

Annunciato a marzo, Android 9 Pie è stato rilasciato la prima settimana di agosto. Attraverso un post sul blog ufficiale, lo staff ha diffuso un dato interessante: sono state circa 140.000 le persone che hanno accettato di provare la prima versione beta di Android 9. Lo slogan con cui è stata accompagnata è “Tailored to you” ovvero “Su misura per te”. Infatti nella nuova versione troviamo una serie di funzioni personalizzabili (che verranno arricchite ed espanse in seguito), tra cui Batteria Adattiva, Luminosità Adattiva, le Slices e le App Actions, che vedremo meglio nelle prossime pagine.

Android 9 Pie, la struttura rimane quella di Oreo

Le novità apportate non stravolgono la struttura di Oreo, che anzi viene perfezionato, anche se l’interfaccia subisce qualche evidente modifica. Su Android 9 Pie troviamo delle funzioni già viste su prodotti di Samsung e Huawei, come ad esempio la possibilità di gestire due fotocamere contemporaneamente (qui Multi Camera) o attivare la modalità Non Disturbare. Quest’ultima in particolare fa parte del programma Digital Wellbeing ovvero “benessere digitale” che vede in Apple il brand aprifila tra le case che intendono assistere l’utente nel responsabilizzare e contenere l’utilizzo dei dispositivi elettronici, che spesso sfocia in un vero e proprio abuso. 

Se la parola chiave che verte attorno al nuovo Android è “adattabilità”, l’artefice di tutto è l’IA, intelligenza artificiale. Abbiamo visto come negli ultimi tempi siano stati prodotti processori modellati apposta per sostenere questa tecnologia, che le case costruttrici di smartphone hanno cominciato a sfruttare nelle operazioni fotografiche. Su Android 9 Pie, l’IA dovrà anche migliorare e ottimizzare le funzioni, i consumi e le performance, dopo aver studiato il comportamento e le abitudini dell’utente. Si tratterà di uno studio particolarmente approfondito e possibile attraverso il machine learning (apprendimento automatico); lo si noterà dalle stesse App Actions. Android 9 Pie infatti sarà in grado di consigliare e anzi, predire, la prossima attività che si è soliti lanciare dopo averne impiegata un’altra precedentemente. Il machine learning sarà sempre più efficiente grazie al miglioramento delle Api Neural Networks che sono state introdotte da Google su Android 8.1.

Gesture a tutto campo

Ampio raggio d’azione è stato dato alle gesture, sempre più presenti e che in un prossimo futuro potrebbero diventare fondamentali per un utilizzo più immediato del dispositivo. Potenzialmente, l’intero telefono diventa sensibile quasi come fosse un sensore o, perché no, una vera e propria pelle. Basti pensare che stringendo il telefono (in questo caso il Pixel 2 XL), si attiva Google Assistant e sfiorando il sensore d’impronte verso il basso, si attiverà il pannello delle notifiche; al contrario, verso l’alto, si può richiudere. 

Android 9 Pie è già presente su Google Pixel, Pixel XL e la seconda generazione di entrambi i modelli e su Essential Phone. Tutti gli altri dispositivi i cui brand hanno partecipato al programma Beta, vedranno arrivare gli aggiornamenti entro la fine dell’autunno. Insieme ad Android 9 Pie è stata rilasciata anche la nuova versione “Go” destinata agli smartphone e tablet entry level con specifiche tecniche modeste. Per testare la prima versione di Android 9 Pie, tuttora in aggiornamento, abbiamo utilizzato un Google Pixel 2 XL; la nostra prova è quindi “su misura” per questo dispositivo. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

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