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Dischi volanti: le unità  SSD, magnetiche e ibride più veloci

Redazione | 5 Marzo 2015

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La ricetta, la scelta degli ingredienti e del loro bilanciamento sono elementi fondamentali per ottenere un buon risultato in cucina; […]

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La ricetta, la scelta degli ingredienti e del loro bilanciamento sono elementi fondamentali per ottenere un buon risultato in cucina; se si eccede o si è troppo avari con un ingrediente l’intero piatto risulterà  sbilanciato. In modo analogo, i componenti hardware e le loro prestazioni concorrono a definire le caratteristiche di un Pc in relazione a un specifica configurazione che si intende realizzare; anche in questo caso il risultato potrebbe essere ben bilanciato, oppure mostrare lacune che nel contesto informatico possono essere identificate come limitazioni o veri e propri colli di bottiglia: un componente scarso o non adatto può vanificare le eccezionali caratteristiche degli altri.

di Michele Braga

ICON_EDICOLANel corso degli ultimi cinque anni, la crescita delle prestazioni offerte dalle Cpu, dalle Gpu e dalle memorie ha fatto emergere in modo sempre più evidente quello che anche oggi possiamo considerare come il più probabile anello debole nella catena di componenti che determinano le prestazioni di un computer. Ciò non significa che il disco sia sempre il principale collo di bottiglia, ma molto spesso si rischia di focalizzare l’attenzione sui altri componenti ignorando l’importanza che riveste il sistema di archiviazione. L’esplosione di contenuti digitali e la crescita delle loro dimensioni hanno modificato le esigenze in termini di spazio e prestazioni delle unità  di archiviazione che devono gestire e movimentare grandi quantità  di informazioni in modo rapido da e verso le unità  deputate alla loro elaborazione e fruizione. Anche nel settore dell’archiviazione dati abbiamo assistito a una evoluzione che ha portato sul mercato, prima business e poi consumer, soluzioni diversificate per soddisfare le esigenze di capacità  e di prestazioni.

Le risposte coinvolgono tecnologie differenti: quella magnetica domina nei campi della capacità  di archiviazione e dei costi per unità  di spazio, mentre quella delle memorie flash non ha rivali sul fronte delle prestazioni, ma comporta un costo per unità  di spazio di circa sei volte superiore a quella tipica dei dischi magnetici. Esistono poi tecnologie ibride, nate con l’obiettivo di prendere il meglio dei due mondi per offrire una soluzione intermedia. La maggior parte di voi è con molta probabilità  a conoscenza delle differenze tra un disco HDD, uno SSD e uno SSHD, ma alcuni potrebbero non conoscere cosa si cela dietro a questi acronimi. Ecco perché prima di addentrarci nel vivo di questo articolo preferiamo fugare ogni dubbio – soprattutto per i meno esperti – e passare in rassegna le tre categorie che nascono dall’utilizzo di differenti tecnologie per l’archiviazione delle informazioni. In questo modo sarà  più semplice comprendere quali sono i punti di forza e i punti deboli delle linee di prodotto che intendiamo mettere a confronto. Non si tratta di paragonare soluzioni di fascia economica con prodotti top di gamma, così come non vogliamo mettere a confronto un disco magnetico di qualche anno fa con una moderna unità  allo stato solido.

I produttori hanno sviluppato soluzioni di alto livello grazie alla continua evoluzione di entrambe le tecnologie che però vantano punti di forza molti diversi tra loro. Per questo motivo scegliere bene significa individuare quale tipo di tecnologia o combinazione di esse è in grado di rispondere meglio alle caratteristiche della configurazione hardware e alle proprie esigenze. Alla luce di quanto abbiamo detto risulta abbastanza evidente che la soluzione ideale, quando possibile, è quella di affiancare le tecnologie SSD e HDD per sfruttarne le caratteristiche migliori in ciascun campo. Utilizzando un SSD veloce e un HDD molto capiente si può ottenere un sistema molto reattivo nel caricamento delle applicazioni o nell’elaborazione delle informazioni, e altrettanto conveniente sul fronte dell’archiviazione per quelle grandi quantità  di informazioni alle quali non abbiamo bisogno di accedere in modo frequente.

Nel momento in cui si dovesse lavorare a lungo su dati salvati sull’unità  HDD sarà  possibile spostare le informazioni sull’unità  SDD, svolgere quanto serve con il massimo delle prestazioni per poi trasferire il risultato sul disco magnetico. Detto ciò i dati relativi al mercato globale mostrano che le unità  magnetiche sviluppano ancora oggi un volume di vendite più che doppio rispetto a quello delle soluzioni flash che però negli ultimi anni hanno fatto registrare una crescita costante e molto probabilmente irreversibile. La tenuta nelle vendite delle unità  magnetiche è da ricercare principalmente nel loro utilizzo all’interno dei datacenter e nelle strutture cloud dove lo spazio complessivo e il costo al Gbyte sono i principali vincoli di scelta. Nelle strutture complesse si utilizzano unità  molto veloci come parcheggio momentaneo per i dati in elaborazione, mentre la maggior parte delle informazioni e lo storico è mantenuto su batterie di unità  con dischi magnetici.

Come abbiamo già  accennato, anche a fronte del consistente e continuo calo dei prezzi delle unità  flash, il costo al Gbyte di queste ultime è circa sei volte superiore a quello tipico dei dischi magnetici. Per dare una dimensione del fenomeno e delle dinamiche che guidano lo sviluppo delle tecnologie di storage prendiamo a titolo l’onnipresente e conosciutissimo Facebook. Gli ultimi dati relativi al mese di dicembre 2014 individuano circa 1,39 miliardi di utenti attivi al mese e circa 890 milioni di accessi unici al giorno. La quantità  di dati memorizzate nei cinque datacenter di Facebook supera i 100 Pbyte tra foto e video e l’azienda stanzia costantemente nuovi fondi per aggiornare le proprie infrastrutture di rete e di archiviazione. Gran parte della struttura di Facebook si appoggia a unità  rack (1U) nella quali sono presenti quindici dischi magnetici da 3,5 pollici. Ciò però non significa che nel settore dei servizi Internet e cloud i dischi magnetici continueranno a dominare anche nei prossimi anni. Una delle previsioni indicate proprio per il 2015 dai principali analisti di settore è quella di un cambio di strategia che potrebbe portare all’utilizzo di sole unità  flash con una progressiva dismissione della tecnologia meccanica in campo enterprise.

Lo sviluppo di algoritmi per la compressione efficiente delle informazioni e di sistemi di affidabilità  per prevenire la perdita di dati sono i principali fattori che spingono il settore a favorire la velocità  e il minor consumo delle moderne unità  flash. Lasciamo da parte gli scenari delle installazioni enterprise e cloud per concentrarci su come cambia l’esperienza di utilizzo del singolo utente, perché come vedremo l’impatto sulle prestazioni, sulla capacità  e sui costi di acquisto cambia in modo sensibile in funzione della tecnologia che si adotta.

Chi non ha mai provato un SSD potrebbe non essere in grado di immaginare la differenza di prestazioni che si sperimenta rispetto a un HDD classico, soprattutto in termini di reattività  del sistema durante le più banali operazioni: sfogliare cartelle e documenti, avvio di applicazioni e giochi. Questo aspetto diventa tanto più evidente quanto maggiore è la potenza delle unità  di calcolo (Cpu e Gpu) e quanta più memoria è presente nel sistema. (…)

Trovate l’articolo completo su PC Professionale di marzo 2015

Stampa 3D service online

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Stampare in 3D, senza stampante. La prova di 11 service online

Nicola Martello | 4 Ottobre 2018

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Per stampare bene in 3D serve tanta esperienza, che si ottiene solo dopo ore di pratica. L’alternativa? Affidarsi ai service […]

Per stampare bene in 3D serve tanta esperienza, che si ottiene solo dopo ore di pratica. L’alternativa? Affidarsi ai service online per realizzare in 3D i propri progetti. La prova di 11 service.

Il mondo della stampa 3D è affascinante. L’idea di poter creare da sé oggetti di ogni tipo, magari anche personalizzati e unici, solletica l’immaginazione di un numero sempre maggiore di persone, che si avventurano in questo settore armati di curiosità ed entusiasmo. Ma l’impatto con la stampa 3D non è sempre dei più piacevoli, anzi – diciamolo chiaramente – spesso è problematico, tale da smorzare anche brutalmente il fervore del novizio.

Le difficoltà di stampare in casa

Sì perché le stampanti 3D non sono facili da usare con profitto. Siamo infatti ancora molto lontani dalla semplicità di impiego e dalla affidabilità delle stampanti 2D a getto di inchiostro e laser. Dispositivi in cui basta inserire le cartucce con l’inchiostro o con il toner, mettere il foglio di carta e premere un paio di pulsanti. Per avere in poco tempo una stampa nitida e ben fatta non c’è nulla da calibrare e niente da regolare. Le poche impostazioni sono semplici e spesso opzionali, dato che è la macchina stessa ad adeguarsi in automatico al tipo di dati in ingresso.

Chi ha a che fare con una stampante 3D fa in fretta ad accorgersi che – almeno per i modelli consumer – siamo ancora in una fase iniziale dello sviluppo di questi dispositivi. Sono infatti necessarie una sorveglianza costante soprattutto all’inizio e una buona dose di esperienza, esperienza che si acquisisce con molta pratica, ovvero con molte ore di prove e tentativi. La generazione e l’ottimizzazione dei supporti, le operazioni necessarie per assicurare l’adesione del pezzo al piano di lavoro (taratura e impiego di adesivi speciali in primis) sono fasi del processo di stampa 3D molto importanti e delicate.

Stampanti 3D, il costo non è solo quello d’acquisto

Un altro aspetto delle stampanti 3D di cui bisogna tenere conto è il loro costo. Possedere una macchina di questo tipo ha un prezzo, non solo di acquisto iniziale, ma anche di materiale (filo e adesivo per il piatto di lavoro). E anche di manutenzione (pezzi di ricambio per sostituire le parti usurate o rotte come l’estrusore e il piano di lavoro). È ovvio che meno si usa la stampante più è elevato il costo totale di ogni singolo pezzo creato e degli scarti prodotti.

In pratica, i costi e il carico di lavoro per far funzionare la stampante 3D sono accettabili solo per gli appassionati del fai-da-te (i maker), per chi deve stampare molto e vuole avere il completo controllo del processo. Per tutti gli altri, ovvero per quelli che stampano solo saltuariamente, che non hanno esperienza e che non vogliono brigare per acquisirla, conviene rivolgersi a un servizio (service) di stampa 3D.

Questi service sono l’esatto equivalente dei negozi di stampa che mettono su carta i nostri scatti fatti con la fotocamera digitale. Si consegna il file e si ritira (o più comodamente si riceve direttamente al proprio domicilio) l’oggetto stampato, già ripulito da eventuali basi, supporti e sbavature.

I servizi di stampa 3D possono essere negozi o aziende situati in Italia o anche all’estero. La posizione della loro sede non è un fattore importante, dato che l’invio del modello tridimensionale va fatto via Internet e la consegna del materiale finito è effettuata di solito tramite corriere.

I vantaggi dei service online

Il grande vantaggio di questi servizi è che sono specializzati nella stampa 3D, quindi sono dotati di macchine in genere molto più sofisticate, precise e costose di quelle accessibili al singolo appassionato. Inoltre il personale è esperto, e non solo eseguirà al meglio il lavoro ma di solito è disponibile per consigli e consulenze su come progettare in 3D in maniera che la stampa non riservi brutte sorprese. In più, la qualità e la precisione degli oggetti prodotti sono spesso più elevate di quelle ottenibili in proprio.

Perché stampare con un service costa di più

Di contro, il costo di stampa del singolo pezzo è maggiore della spesa del solo materiale usato. A questo costo bisogna in realtà aggiungere parte del prezzo di acquisto della stampante, l’elettricità consumata, i pezzi di ricambio necessari con il passare del tempo. Inoltre, e questo per molti è il fattore più importante, tutti i problemi di stampa come la preparazione della macchina, la sua pulizia, la generazione di una base e dei supporti sono a carico del service. Quindi l’utente si limita a progettare il pezzo, non deve occuparsi di tutte le problematiche legate al processo di stampa vero e proprio.

Un altro vantaggio di questi servizi è la possibilità di far realizzare il pezzo anche con altre tecnologie oltre a quella del filo fuso (Fdm), la più diffusa tra i maker e gli utenti generici per via dei costi relativamente contenuti. Molti service offrono infatti macchine di tipo stereolitografico che creano oggetti in resina solidificata con il laser, molto più precisi di quelli ottenibili con la tecnica Fdm, o anche per la prototipazione rapida che fondono polvere metallica sempre grazie a un laser. Gli oggetti che è possibile realizzare sono quindi in metallo, molto più resistenti e duraturi di quelli in plastica o in resina. Se la geometria del pezzo 3D lo permette, i servizi più attrezzati consentono persino di usare frese a controllo numerico (Cnc), per lavorare metallo e legno.

L’offerta dei service di stampa

I service più grandi lavorano non solo con gli appassionati, i maker, ma anche (e soprattutto) con progettisti professionali e con piccole aziende manifatturiere, che hanno bisogno di realizzare in tempi rapidi e a costi contenuti prototipi e parti meccaniche a tiratura limitata. Anche chi possiede una stampante 3D può quindi trovare vantaggioso ricorrere ai service, per diversi motivi. Magari per stampare oggetti più grandi di quelli che la propria macchina permette di fare. Oppure per avere pezzi più precisi e di una migliore qualità. O anche per usare materiali particolari anche solo per un singolo oggetto, senza dover acquistare una bobina intera.

L’offerta di servizi di stampa 3D è già oggi piuttosto ricca e variegata, non è affatto difficile trovare nel Web un service in grado di stampare l’oggetto desiderato. In Italia sono disponibili diversi negozi e aziende che operano in questo campo e l’offerta si amplia se estendiamo la ricerca in Europa e nel mondo, grazie a Internet e alle spedizioni internazionali che consentono di annullare o quasi le distanze e i confini nazionali.

Servizi, non solo aziende ma anche hub

È interessante notare che non esistono solo negozi e aziende dotati di macchine per la stampa 3D, ma anche servizi basati su associazioni collaborative (hub). In pratica comunità di maker che si offrono di stampare i modelli 3D di chi ne fa richiesta. 

Questi siti regolano la domanda e l’offerta, le transazioni economiche e il corretto svolgimento delle attività inerenti gli ordini. Gli hub spesso offrono quindi un numero molto elevato di tecnologie di stampa 3D, di materiali e di rifiniture superficiali, poiché si appoggiano a numerosi fornitori. Ancora, alcuni service e hub mettono a disposizione negozi virtuali, in cui i clienti possono caricare i propri modelli e ottenere un ritorno economico se altri maker li fanno stampare.

Stampa 3D online, la prova di 11 service

Qui di seguito trovate una selezione di 11 service – sia italiani sia stranieri – che consegnano nel nostro paese i pezzi creati. Abbiamo privilegiato i servizi che offrono la stampa 3D con filamento fuso e che consentono di ottenere direttamente nel loro sito Web un preventivo in tempo reale. In questo modo è possibile avere subito un’informazione precisa dei costi – talvolta anche dei tempi – necessari per la realizzazione. Molti di questi dispongono anche di macchine 3D che lavorano con tecnologie diverse e di frese Cnc. Una dotazione che permette di ampliare di molto i tipi di materiale e di lavorazione offerti.

Ovviamente i prezzi variano in funzione delle dimensioni, del materiale, della tecnica utilizzata per la realizzazione e del livello di finitura richiesto. Anche i costi di spedizione possono incidere parecchio, soprattutto nel caso di stampe di pochi e piccoli oggetti. Quando possibile abbiamo sempre chiesto un preventivo, e per ottenere cifre paragonabili tra loro abbiamo usato come modello 3DBenchy.

È un modello liberamente scaricabile dal sito www.3dbenchy.com e noto tra i maker come un buon test per verificare le prestazioni delle stampanti 3D. Si tratta del modellino di una barca, grande 6 x 4,8 x 3,1 centimetri. Come impostazioni abbiamo sempre lasciato la scala al 100%, scelto il materiale più economico (in genere Pla) ed evitato colori particolari e lavorazioni extra. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

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AMD Ryzen Threadripper 2 gen

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AMD Ryzen Threadripper, la seconda generazione

Michele Braga | 4 Ottobre 2018

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I nuovi processori AMD per il segmento HEDT sono basati sulla microarchitettura Zen+ e offrono fino a un massimo di […]

I nuovi processori AMD per il segmento HEDT sono basati sulla microarchitettura Zen+ e offrono fino a un massimo di 32 core di calcolo. La prova dei Ryzen Threadripper 2990WX e 2950X.

Lo scorso anno e dopo un lungo periodo di letargo, AMD ha riacceso la competizione con Intel sul terreno dei processori desktop grazie alla microarchitettura Zen. Se il ritorno di AMD era atteso per quanto riguarda i processori Ryzen per i computer di fascia media, non possiamo dire altrettanto per quanto è avvenuto nel segmento HEDT di fascia più alta. L’arrivo dei processori Ryzen Threadripper è stato dirompente e ha sorpreso un po’ tutti. Da un lato ha rimescolato le carte sul tavolo del confronto con Intel e dall’altro ha riaperto il dibattito generale sul numero di core che può essere considerato “giusto” per un processore. La risposta a questa domanda è tutt’altro che unica e in effetti dipende interamente dal tipo di elaborazioni svolte.

Il lancio dei processori Ryzen Threadripper ha reso accessibile a un’ampia platea di utenti una piattaforma con caratteristiche che prima di quel momento potevano essere ritrovate solo nel mercato enterprise. Grazie ai 16 core fisici presenti nel modello 1950X, AMD è entrata nel segmento HEDT (High End Desktop) dalla porta principale. E si è messa in competizione diretta con il Core i9 7900K a 10 core fisici che Intel proponeva per la fascia più alta del mercato non professionale e con il Core i9 7980XE a 18 core fisici che sarebbe arrivato sul mercato solo alla fine del 2017.

La seconda generazione di Ryzen Threadripper

A un anno di distanza dal debutto della prima generazione di Ryzen Threadripper, AMD ha rinnovato la propria offerta aumentando la posta in gioco. I nuovi modelli aggrediscono il mercato su due fronti. Da un lato, grazie all’impiego della rinnovata microarchitettura Zen+ realizzata con tecnologia produttiva a 12 nanometri, sono cresciute le prestazioni dei singoli core (circa il 3% di IPC in più), sono aumentate le frequenze operative e sono calati i consumi. Dall’altro è stata ampliata l’offerta, ora composta da quattro modelli: le versioni 2920X e 2950X sono un’evoluzione di quelle precedenti, aggiornate alla nuova microarchitettura.

Le versioni 2970WX e 2990WX – dove l’aggiunta della W indica prodotti di classe workstation – incrementano il numero delle unità di calcolo, rispettivamente 24 e 32 core fisici, e sono indirizzate agli utenti di fascia più alta e ai professionisti. Il mercato delle workstation si confronta con un’ampia varietà di esigenze e sebbene tutti gli utenti che si identificano in questo settore possono essere considerati “power user” non esiste una singola configurazione capace di rispondere in modo adeguato alle esigenze di tutti.

AMD Ryzen Threadripper: le origini

Ryzen Threadripper discende in modo diretto dalla piattaforma enterprise che AMD commercializza con il brand EPYC. Questi processori integrano quattro die, ciascuno dei quali ospita 8 core per un totale di 32 core. Ciascun die dispone di due canali di memoria e di un controller Pci Express a 32 linee, così che nel complesso un processore EPYC dispone di 8 canali di memoria e un totale di 128 linee Pci Express. La prima generazione Ryzen Threadripper è stata ottenuta disattivando due dei quattro die così da ottenere un processore dotato di un massimo di 16 core, quattro canali di memoria e 64 linee Pci Express.

La seconda generazione di processori utilizza la stessa soluzione impiegata per i prodotti EPYC con die aggiornati alla microarchitettura Zen+ a 12 nanometri per ottenere prestazioni maggiori e consumi inferiori. Tuttavia, per rendere questi processori compatibili con il socket sTR4 – quello impiegato per le piattaforme desktop – è stato necessario tagliare alcune caratteristiche: i canali di memoria sono quattro e le linee Pci Express sono 64. Come vedremo nella sezione dedicata all’architettura, infatti, i Ryzen Threadripper a 24 e 32 utilizzano quattro die, ma due di questi operano solo da unità computazionali in quanto il loro controller di memoria e quello Pci Express sono disattivati. AMD vuole che questi processori siano visti come una evoluzione di quelli di prima generazione piuttosto che come modelli enterprise depotenziati, ma è difficile evitare il confronto con EPYC.

Threadripper, la gamma di prodotti

Grazie all’impiego del socket sTR4 sul mercato dallo scorso anno, gli utenti che dispongono di una piattaforma con chipset X399 possono adottare i nuovi modelli 2920X e 2950X una volta aggiornato il bios. Nel caso dei modelli 2970WX e 2990WX è necessario verificare che il produttore abbia certificato la compatibilità del circuito di alimentazione con i modelli a 24 e 32, perché questi hanno un consumo energetico superiore a quello delle versioni di fascia inferiore. Dopo l’introduzione dei nuovi modelli AMD ha ritoccato verso il basso il prezzo di quelli di prima generazione e questo potrebbe essere un buon momento per acquistarli se siete alla ricerca di una piattaforma multi core spinta per eseguire elaborazioni complesse o per eseguire più applicazioni in simultanea tanto in ambiente professionale così come in quello amatoriale o ludico.

Il prezzo dei nuovi 2920X e 2950X è inferiore ai 1.000 euro e ciò li rende molto appetibili per quanto riguarda il rapporto tra costo e prestazioni. Il modello top di gamma si avvicina alla soglia dei 2.000 euro, ma sebbene questo valore possa sembrare molto alto, dobbiamo anche ricordare che a questa cifra non troverete nessun altra soluzione con un numero di core così elevato. Va anche ricordato che il processore 2990WX non è un prodotto per tutti: in questo caso non ci riferiamo al costo, bensì alle caratteristiche hardware che possono essere sfruttate con profitto solo con applicazioni ottimizzate per il multi threading avanzato. 

Più core = più prestazioni?

Più core non corrispondono in modo diretto a più prestazioni perché la frequenza operativa generale è inferiore per restare entro i parametri operativi a livello energetico e termico e perché la complessità del processore introduce latenze aggiuntive che risultano trascurabili sono quando si riesce a sfruttare le potenzialità di tutti i core. Se siete un utente evoluto, ma che non necessità di così tanti core è meglio valutare il modello 2950X. Quest’ultimo con carichi di lavoro generici si comporta meglio del fratello maggiore, lasciandogli il passo solo in situazioni come il rendering con applicazioni di modellazione e algoritmi di calcolo scientifici. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

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Android 9 Pie sistema operativo Google

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Android 9 Pie, lo smartphone su misura

Roberto Cosentino | 4 Ottobre 2018

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La nona edizione del sistema operativo di Google ora studia il comportamento dell’utente grazie all’intelligenza artificiale. Lo slogan? “Su misura […]

La nona edizione del sistema operativo di Google ora studia il comportamento dell’utente grazie all’intelligenza artificiale. Lo slogan? “Su misura per te”.

Sono passati dieci anni esatti dalla prima versione ufficiale di Android, avvenuta tre anni dopo l’acquisizione da parte di Google del sistema operativo con il robottino verde come mascotte. Com’è noto, nel corso degli anni le versioni sono state battezzate in ordine alfabetico prendendo spunto dai nomi di dolci. Il “totodolce” anche questa volta ha partorito i nomi più fantasiosi, tra cui addirittura “Pistacchio”, ma alla fine, dopo Nougat e Oreo, ha vinto qualcosa di molto più semplice e generico: Android 9 Pie (torta). 

Annunciato a marzo, Android 9 Pie è stato rilasciato la prima settimana di agosto. Attraverso un post sul blog ufficiale, lo staff ha diffuso un dato interessante: sono state circa 140.000 le persone che hanno accettato di provare la prima versione beta di Android 9. Lo slogan con cui è stata accompagnata è “Tailored to you” ovvero “Su misura per te”. Infatti nella nuova versione troviamo una serie di funzioni personalizzabili (che verranno arricchite ed espanse in seguito), tra cui Batteria Adattiva, Luminosità Adattiva, le Slices e le App Actions, che vedremo meglio nelle prossime pagine.

Android 9 Pie, la struttura rimane quella di Oreo

Le novità apportate non stravolgono la struttura di Oreo, che anzi viene perfezionato, anche se l’interfaccia subisce qualche evidente modifica. Su Android 9 Pie troviamo delle funzioni già viste su prodotti di Samsung e Huawei, come ad esempio la possibilità di gestire due fotocamere contemporaneamente (qui Multi Camera) o attivare la modalità Non Disturbare. Quest’ultima in particolare fa parte del programma Digital Wellbeing ovvero “benessere digitale” che vede in Apple il brand aprifila tra le case che intendono assistere l’utente nel responsabilizzare e contenere l’utilizzo dei dispositivi elettronici, che spesso sfocia in un vero e proprio abuso. 

Se la parola chiave che verte attorno al nuovo Android è “adattabilità”, l’artefice di tutto è l’IA, intelligenza artificiale. Abbiamo visto come negli ultimi tempi siano stati prodotti processori modellati apposta per sostenere questa tecnologia, che le case costruttrici di smartphone hanno cominciato a sfruttare nelle operazioni fotografiche. Su Android 9 Pie, l’IA dovrà anche migliorare e ottimizzare le funzioni, i consumi e le performance, dopo aver studiato il comportamento e le abitudini dell’utente. Si tratterà di uno studio particolarmente approfondito e possibile attraverso il machine learning (apprendimento automatico); lo si noterà dalle stesse App Actions. Android 9 Pie infatti sarà in grado di consigliare e anzi, predire, la prossima attività che si è soliti lanciare dopo averne impiegata un’altra precedentemente. Il machine learning sarà sempre più efficiente grazie al miglioramento delle Api Neural Networks che sono state introdotte da Google su Android 8.1.

Gesture a tutto campo

Ampio raggio d’azione è stato dato alle gesture, sempre più presenti e che in un prossimo futuro potrebbero diventare fondamentali per un utilizzo più immediato del dispositivo. Potenzialmente, l’intero telefono diventa sensibile quasi come fosse un sensore o, perché no, una vera e propria pelle. Basti pensare che stringendo il telefono (in questo caso il Pixel 2 XL), si attiva Google Assistant e sfiorando il sensore d’impronte verso il basso, si attiverà il pannello delle notifiche; al contrario, verso l’alto, si può richiudere. 

Android 9 Pie è già presente su Google Pixel, Pixel XL e la seconda generazione di entrambi i modelli e su Essential Phone. Tutti gli altri dispositivi i cui brand hanno partecipato al programma Beta, vedranno arrivare gli aggiornamenti entro la fine dell’autunno. Insieme ad Android 9 Pie è stata rilasciata anche la nuova versione “Go” destinata agli smartphone e tablet entry level con specifiche tecniche modeste. Per testare la prima versione di Android 9 Pie, tuttora in aggiornamento, abbiamo utilizzato un Google Pixel 2 XL; la nostra prova è quindi “su misura” per questo dispositivo. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

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