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Esperti di Word in 20 mosse

Redazione | 2 Dicembre 2015

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Secondo i dati di Microsoft, Office ha oltre 1,2 miliardi di utenti: al mondo più di una persona su sette […]

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Secondo i dati di Microsoft, Office ha oltre 1,2 miliardi di utenti: al mondo più di una persona su sette – neonati compresi! – usa questa suite di produttività . Dei tanti programmi di Office non c’è dubbio su quale sia il più utilizzato: Word, l’elaboratore di testi. Si tratta di un software incredibilmente sofisticato, la cui potenza viene sfruttata però solo in minima parte. Certo, alcune delle sue funzioni più specializzate sono utili soltanto in casi molto particolari, ma Word possiede anche tante caratteristiche che permetterebbero di lavorare meglio e più speditamente in innumerevoli occasioni e sono invece sconosciute ai più. Nelle pagine che seguono ve ne presenteremo molte: siamo certi che ne troverete qualcuna che ancora non conoscevate. Per realizzare questo articolo abbiamo utilizzato Word 2013, ma tutto quello che leggerete è applicabile anche al recentissimo Word 2016, tranne nel caso che troverete segnalato.

di Maurizio Bergami e Dario Orlandi

ICON_EDICOLA1) Iniziare subito a lavorare
In passato Word apriva subito un documento vuoto quando veniva lanciato. Con la versione 2013 le cose sono cambiate: all’avvio il programma apre la cosiddetta Schermata Start, dove si trova un’ampia galleria di modelli espandibile con le collezioni che Microsoft mette a disposizione sul suo sito Web. Certo, basta un clic sulla miniatura Documento vuoto per poter continuare con un foglio bianco, ma per chi usa di rado i modelli e magari apre Word parecchie volte al giorno di tratta di un passo ulteriore che alla lunga diventa fastidioso. Per fortuna non è difficile ripristinare il comportamento precedente. Basta andare richiamare la visualizzazione Backstage, facendo clic sulla scheda File, e selezionare Opzioni nella colonna di sinistra in modo da aprire la finestra Opzioni di Word. Nella sezione Generale di questa finestra bisogna poi togliere il segno di spunta alla voce Mostra la schermata Start all’avvio dell’applicazione.

2) Personalizzare il Ribbon
Poche funzioni nella storia di Word hanno generato reazioni così contrastanti come il Ribbon (che nella versione italiana è chiamato Barra multifunzione), ovvero l’elemento fondamentale dell’interfaccia rinnovata che ha fatto il suo esordio con Office 2003. Molti utenti l’hanno subito apprezzato, ma tantissimi altri hanno trovato insopportabile l’idea di dover rinunciare di colpo a una barra di menu che, pur avendo raggiunto una complicazione ai limiti del gestibile (si basava su tre livelli gerarchici e comprendeva oltre trenta toolbar e innumerevoli pannelli) ormai conoscevano alla perfezione. Se l’interfaccia “classica”, per quanto complessa, era personalizzabile a piacere, il Ribbon aveva poi una struttura rigidissima. Che piaccia o no, con il Ribbon bisogna comunque imparare convivere, a meno di non voler passare a un altro software o di rimanere ancorati a una versione di Word con oltre 10 anni sulle spalle, quella di Office 2003. La buona notizia è che Microsoft ha reso il Ribbon più flessibile nelle edizioni successive di Office: ora è possibile aggiungere nuove schede, oltre a quelle predefinite, e popolarle con i comandi preferiti. Vediamo come si deve procedere.

Aprite nella vista Backstage la finestra Opzioni di Word, come visto in precedenza, e selezionate la sezione Personalizzazione barra multifunzione. Sul lato destro della finestra (figura 2a) sono visibili due colonne; la prima mostra tutti i comandi di Word. Notate che la lista a discesa Scegli comandi da consente di selezionare un sottoinsieme dei tantissimi comandi disponibili; particolarmente utile è la voce Comandi non presenti sulla barra multifunzione. La seconda colonna mostra invece la struttura corrente della barra: qui è possibile decidere quali schede visualizzare agendo sulle caselle di spunta che ne precedono il nome. Se pensate di voler utilizzare le macro e le altre possibilità  di programmazione offerte da Word (vedete più avanti la sezione “personalizzare Word con Vba”), spuntate subito la casella Sviluppo in modo da rendere visibile la scheda omonima.
Il pulsante Nuova scheda, come intuibile, permette di aggiungere una scheda al Ribbon: il nome predefinito sarà  Nuova scheda (personalizzato), ma potrete modificarlo a piacere facendo clic sul pulsante Rinomina (per eliminare la scheda dovrete invece usare il suo menu contestuale, accessibile come sempre con un clic del tasto destro del mouse) Potrete anche cambiarne la posizione selezionandola e agendo sulle due frecce (verso l’alto e verso il basso) a lato dell’elenco. La nuova scheda conterrà  il gruppo Nuovo gruppo (personalizzato), ma potrete aggiungerne altri e rinominarli a piacere. Una volta creata una scheda, sfruttando il pulsante Aggiungi sarà  possibile personalizzarla inserendovi i comandi preferiti. Per l’esempio visibile in figura 2b abbiamo creato una scheda Strumenti, nella quale abbiamo inserito il gruppo Office con i comandi per il lancio diretto degli altri programmi della suite Microsoft. La possibilità  di personalizzare il Ribbon è però un’arma a doppio taglio; il rischio è quello di farsi prendere la mano: sposta una scheda oggi, aggiungine una domani, ci si può ritrovare con una barra multifunzione confusa e poco pratica. La soluzione è a portata di clic: tra le opzioni di personalizzazione è presente anche il pulsante Reimposta, che consente sia di riportare il Ribbon alla stato originale, sia di rimuovere semplicemente le modifiche apportate a una scheda specifica. E se invece le personalizzazioni si rivelassero efficienti, con il pulsante Importa/Esporta potrete salvare in un file e applicarle a un’altra installazione di Word.

3) Recuperare  i documenti perduti
È molto raro che Word si blocchi mentre si sta lavorando su un documento, ma non è da escludere che un crash di un altro programma o addirittura di Windows stesso obblighi a riavviare il computer senza aver avuto la possibilità  di salvare i file aperti. Da tempo quindi Word integra una funzione che, in casi come questi, permette di recuperare tutto o quantomeno buona parte del lavoro svolto dopo l’ultimo salvataggio. Se siete mai incappati in una situazione del genere, al riavvio Word vi avrà  probabilmente mostrato nel pannello destro la scritta Recuperato, dandovi la possibilità  di ottenere – con un clic su Mostra file recuperati – l’elenco dei documenti che erano stati modificati dopo l’ultimo salvataggio. È possibile sia visualizzare il contenuto dei file in questione, sia salvarli su disco. Word può effettuare questo “miracolo” perché effettua automaticamente un salvataggio temporaneo dei file aperti: di default l’operazione avviene ogni 10 minuti, ma questo valore può essere modificato ed è una buona idea ridurlo (noi l’abbiamo portato a 2 minuti).

È sufficiente andare alla sezione Salvataggio della finestra Opzioni di Word e intervenire sulla voce Salva informazioni di salvataggio automatico ogni x minuti. Word fa del suo meglio per prevenire non solo i danni derivanti da un eventuale malfunzionamento dell’hardware ma anche quelli dovuti a un momento di distrazione. Sotto la voce appena citata ne troverete infatti un’altra che vi consigliamo di non disabilitare: Mantieni l’ultima versione salvata automaticamente se si chiude senza salvare. In questo caso bisogna tenere presente che Word non fornisce alcuna segnalazione particolare quando si riapre un documento chiuso senza essere stato salvato. Per recuperare l’ultimo salvataggio temporaneo bisogna andare nella vista Backstage e fare clic su Impostazioni: a fianco del pulsante Gestisci versioni sarà  presente l’elenco delle precedenti versioni del file, comprese quella eventualmente chiusa senza salvataggio, e basterà  un clic per aprirla. Word permetterà  sia di ripristinarla (ovvero di utilizzarla come versione corrente del file) sia di confrontarla con l’ultima versione salvata. (…)

Stampa 3D service online

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Stampare in 3D, senza stampante. La prova di 11 service online

Nicola Martello | 4 Ottobre 2018

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Per stampare bene in 3D serve tanta esperienza, che si ottiene solo dopo ore di pratica. L’alternativa? Affidarsi ai service […]

Per stampare bene in 3D serve tanta esperienza, che si ottiene solo dopo ore di pratica. L’alternativa? Affidarsi ai service online per realizzare in 3D i propri progetti. La prova di 11 service.

Il mondo della stampa 3D è affascinante. L’idea di poter creare da sé oggetti di ogni tipo, magari anche personalizzati e unici, solletica l’immaginazione di un numero sempre maggiore di persone, che si avventurano in questo settore armati di curiosità ed entusiasmo. Ma l’impatto con la stampa 3D non è sempre dei più piacevoli, anzi – diciamolo chiaramente – spesso è problematico, tale da smorzare anche brutalmente il fervore del novizio.

Le difficoltà di stampare in casa

Sì perché le stampanti 3D non sono facili da usare con profitto. Siamo infatti ancora molto lontani dalla semplicità di impiego e dalla affidabilità delle stampanti 2D a getto di inchiostro e laser. Dispositivi in cui basta inserire le cartucce con l’inchiostro o con il toner, mettere il foglio di carta e premere un paio di pulsanti. Per avere in poco tempo una stampa nitida e ben fatta non c’è nulla da calibrare e niente da regolare. Le poche impostazioni sono semplici e spesso opzionali, dato che è la macchina stessa ad adeguarsi in automatico al tipo di dati in ingresso.

Chi ha a che fare con una stampante 3D fa in fretta ad accorgersi che – almeno per i modelli consumer – siamo ancora in una fase iniziale dello sviluppo di questi dispositivi. Sono infatti necessarie una sorveglianza costante soprattutto all’inizio e una buona dose di esperienza, esperienza che si acquisisce con molta pratica, ovvero con molte ore di prove e tentativi. La generazione e l’ottimizzazione dei supporti, le operazioni necessarie per assicurare l’adesione del pezzo al piano di lavoro (taratura e impiego di adesivi speciali in primis) sono fasi del processo di stampa 3D molto importanti e delicate.

Stampanti 3D, il costo non è solo quello d’acquisto

Un altro aspetto delle stampanti 3D di cui bisogna tenere conto è il loro costo. Possedere una macchina di questo tipo ha un prezzo, non solo di acquisto iniziale, ma anche di materiale (filo e adesivo per il piatto di lavoro). E anche di manutenzione (pezzi di ricambio per sostituire le parti usurate o rotte come l’estrusore e il piano di lavoro). È ovvio che meno si usa la stampante più è elevato il costo totale di ogni singolo pezzo creato e degli scarti prodotti.

In pratica, i costi e il carico di lavoro per far funzionare la stampante 3D sono accettabili solo per gli appassionati del fai-da-te (i maker), per chi deve stampare molto e vuole avere il completo controllo del processo. Per tutti gli altri, ovvero per quelli che stampano solo saltuariamente, che non hanno esperienza e che non vogliono brigare per acquisirla, conviene rivolgersi a un servizio (service) di stampa 3D.

Questi service sono l’esatto equivalente dei negozi di stampa che mettono su carta i nostri scatti fatti con la fotocamera digitale. Si consegna il file e si ritira (o più comodamente si riceve direttamente al proprio domicilio) l’oggetto stampato, già ripulito da eventuali basi, supporti e sbavature.

I servizi di stampa 3D possono essere negozi o aziende situati in Italia o anche all’estero. La posizione della loro sede non è un fattore importante, dato che l’invio del modello tridimensionale va fatto via Internet e la consegna del materiale finito è effettuata di solito tramite corriere.

I vantaggi dei service online

Il grande vantaggio di questi servizi è che sono specializzati nella stampa 3D, quindi sono dotati di macchine in genere molto più sofisticate, precise e costose di quelle accessibili al singolo appassionato. Inoltre il personale è esperto, e non solo eseguirà al meglio il lavoro ma di solito è disponibile per consigli e consulenze su come progettare in 3D in maniera che la stampa non riservi brutte sorprese. In più, la qualità e la precisione degli oggetti prodotti sono spesso più elevate di quelle ottenibili in proprio.

Perché stampare con un service costa di più

Di contro, il costo di stampa del singolo pezzo è maggiore della spesa del solo materiale usato. A questo costo bisogna in realtà aggiungere parte del prezzo di acquisto della stampante, l’elettricità consumata, i pezzi di ricambio necessari con il passare del tempo. Inoltre, e questo per molti è il fattore più importante, tutti i problemi di stampa come la preparazione della macchina, la sua pulizia, la generazione di una base e dei supporti sono a carico del service. Quindi l’utente si limita a progettare il pezzo, non deve occuparsi di tutte le problematiche legate al processo di stampa vero e proprio.

Un altro vantaggio di questi servizi è la possibilità di far realizzare il pezzo anche con altre tecnologie oltre a quella del filo fuso (Fdm), la più diffusa tra i maker e gli utenti generici per via dei costi relativamente contenuti. Molti service offrono infatti macchine di tipo stereolitografico che creano oggetti in resina solidificata con il laser, molto più precisi di quelli ottenibili con la tecnica Fdm, o anche per la prototipazione rapida che fondono polvere metallica sempre grazie a un laser. Gli oggetti che è possibile realizzare sono quindi in metallo, molto più resistenti e duraturi di quelli in plastica o in resina. Se la geometria del pezzo 3D lo permette, i servizi più attrezzati consentono persino di usare frese a controllo numerico (Cnc), per lavorare metallo e legno.

L’offerta dei service di stampa

I service più grandi lavorano non solo con gli appassionati, i maker, ma anche (e soprattutto) con progettisti professionali e con piccole aziende manifatturiere, che hanno bisogno di realizzare in tempi rapidi e a costi contenuti prototipi e parti meccaniche a tiratura limitata. Anche chi possiede una stampante 3D può quindi trovare vantaggioso ricorrere ai service, per diversi motivi. Magari per stampare oggetti più grandi di quelli che la propria macchina permette di fare. Oppure per avere pezzi più precisi e di una migliore qualità. O anche per usare materiali particolari anche solo per un singolo oggetto, senza dover acquistare una bobina intera.

L’offerta di servizi di stampa 3D è già oggi piuttosto ricca e variegata, non è affatto difficile trovare nel Web un service in grado di stampare l’oggetto desiderato. In Italia sono disponibili diversi negozi e aziende che operano in questo campo e l’offerta si amplia se estendiamo la ricerca in Europa e nel mondo, grazie a Internet e alle spedizioni internazionali che consentono di annullare o quasi le distanze e i confini nazionali.

Servizi, non solo aziende ma anche hub

È interessante notare che non esistono solo negozi e aziende dotati di macchine per la stampa 3D, ma anche servizi basati su associazioni collaborative (hub). In pratica comunità di maker che si offrono di stampare i modelli 3D di chi ne fa richiesta. 

Questi siti regolano la domanda e l’offerta, le transazioni economiche e il corretto svolgimento delle attività inerenti gli ordini. Gli hub spesso offrono quindi un numero molto elevato di tecnologie di stampa 3D, di materiali e di rifiniture superficiali, poiché si appoggiano a numerosi fornitori. Ancora, alcuni service e hub mettono a disposizione negozi virtuali, in cui i clienti possono caricare i propri modelli e ottenere un ritorno economico se altri maker li fanno stampare.

Stampa 3D online, la prova di 11 service

Qui di seguito trovate una selezione di 11 service – sia italiani sia stranieri – che consegnano nel nostro paese i pezzi creati. Abbiamo privilegiato i servizi che offrono la stampa 3D con filamento fuso e che consentono di ottenere direttamente nel loro sito Web un preventivo in tempo reale. In questo modo è possibile avere subito un’informazione precisa dei costi – talvolta anche dei tempi – necessari per la realizzazione. Molti di questi dispongono anche di macchine 3D che lavorano con tecnologie diverse e di frese Cnc. Una dotazione che permette di ampliare di molto i tipi di materiale e di lavorazione offerti.

Ovviamente i prezzi variano in funzione delle dimensioni, del materiale, della tecnica utilizzata per la realizzazione e del livello di finitura richiesto. Anche i costi di spedizione possono incidere parecchio, soprattutto nel caso di stampe di pochi e piccoli oggetti. Quando possibile abbiamo sempre chiesto un preventivo, e per ottenere cifre paragonabili tra loro abbiamo usato come modello 3DBenchy.

È un modello liberamente scaricabile dal sito www.3dbenchy.com e noto tra i maker come un buon test per verificare le prestazioni delle stampanti 3D. Si tratta del modellino di una barca, grande 6 x 4,8 x 3,1 centimetri. Come impostazioni abbiamo sempre lasciato la scala al 100%, scelto il materiale più economico (in genere Pla) ed evitato colori particolari e lavorazioni extra. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

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Software per le stampanti 3D

AMD Ryzen Threadripper 2 gen

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AMD Ryzen Threadripper, la seconda generazione

Michele Braga | 4 Ottobre 2018

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I nuovi processori AMD per il segmento HEDT sono basati sulla microarchitettura Zen+ e offrono fino a un massimo di […]

I nuovi processori AMD per il segmento HEDT sono basati sulla microarchitettura Zen+ e offrono fino a un massimo di 32 core di calcolo. La prova dei Ryzen Threadripper 2990WX e 2950X.

Lo scorso anno e dopo un lungo periodo di letargo, AMD ha riacceso la competizione con Intel sul terreno dei processori desktop grazie alla microarchitettura Zen. Se il ritorno di AMD era atteso per quanto riguarda i processori Ryzen per i computer di fascia media, non possiamo dire altrettanto per quanto è avvenuto nel segmento HEDT di fascia più alta. L’arrivo dei processori Ryzen Threadripper è stato dirompente e ha sorpreso un po’ tutti. Da un lato ha rimescolato le carte sul tavolo del confronto con Intel e dall’altro ha riaperto il dibattito generale sul numero di core che può essere considerato “giusto” per un processore. La risposta a questa domanda è tutt’altro che unica e in effetti dipende interamente dal tipo di elaborazioni svolte.

Il lancio dei processori Ryzen Threadripper ha reso accessibile a un’ampia platea di utenti una piattaforma con caratteristiche che prima di quel momento potevano essere ritrovate solo nel mercato enterprise. Grazie ai 16 core fisici presenti nel modello 1950X, AMD è entrata nel segmento HEDT (High End Desktop) dalla porta principale. E si è messa in competizione diretta con il Core i9 7900K a 10 core fisici che Intel proponeva per la fascia più alta del mercato non professionale e con il Core i9 7980XE a 18 core fisici che sarebbe arrivato sul mercato solo alla fine del 2017.

La seconda generazione di Ryzen Threadripper

A un anno di distanza dal debutto della prima generazione di Ryzen Threadripper, AMD ha rinnovato la propria offerta aumentando la posta in gioco. I nuovi modelli aggrediscono il mercato su due fronti. Da un lato, grazie all’impiego della rinnovata microarchitettura Zen+ realizzata con tecnologia produttiva a 12 nanometri, sono cresciute le prestazioni dei singoli core (circa il 3% di IPC in più), sono aumentate le frequenze operative e sono calati i consumi. Dall’altro è stata ampliata l’offerta, ora composta da quattro modelli: le versioni 2920X e 2950X sono un’evoluzione di quelle precedenti, aggiornate alla nuova microarchitettura.

Le versioni 2970WX e 2990WX – dove l’aggiunta della W indica prodotti di classe workstation – incrementano il numero delle unità di calcolo, rispettivamente 24 e 32 core fisici, e sono indirizzate agli utenti di fascia più alta e ai professionisti. Il mercato delle workstation si confronta con un’ampia varietà di esigenze e sebbene tutti gli utenti che si identificano in questo settore possono essere considerati “power user” non esiste una singola configurazione capace di rispondere in modo adeguato alle esigenze di tutti.

AMD Ryzen Threadripper: le origini

Ryzen Threadripper discende in modo diretto dalla piattaforma enterprise che AMD commercializza con il brand EPYC. Questi processori integrano quattro die, ciascuno dei quali ospita 8 core per un totale di 32 core. Ciascun die dispone di due canali di memoria e di un controller Pci Express a 32 linee, così che nel complesso un processore EPYC dispone di 8 canali di memoria e un totale di 128 linee Pci Express. La prima generazione Ryzen Threadripper è stata ottenuta disattivando due dei quattro die così da ottenere un processore dotato di un massimo di 16 core, quattro canali di memoria e 64 linee Pci Express.

La seconda generazione di processori utilizza la stessa soluzione impiegata per i prodotti EPYC con die aggiornati alla microarchitettura Zen+ a 12 nanometri per ottenere prestazioni maggiori e consumi inferiori. Tuttavia, per rendere questi processori compatibili con il socket sTR4 – quello impiegato per le piattaforme desktop – è stato necessario tagliare alcune caratteristiche: i canali di memoria sono quattro e le linee Pci Express sono 64. Come vedremo nella sezione dedicata all’architettura, infatti, i Ryzen Threadripper a 24 e 32 utilizzano quattro die, ma due di questi operano solo da unità computazionali in quanto il loro controller di memoria e quello Pci Express sono disattivati. AMD vuole che questi processori siano visti come una evoluzione di quelli di prima generazione piuttosto che come modelli enterprise depotenziati, ma è difficile evitare il confronto con EPYC.

Threadripper, la gamma di prodotti

Grazie all’impiego del socket sTR4 sul mercato dallo scorso anno, gli utenti che dispongono di una piattaforma con chipset X399 possono adottare i nuovi modelli 2920X e 2950X una volta aggiornato il bios. Nel caso dei modelli 2970WX e 2990WX è necessario verificare che il produttore abbia certificato la compatibilità del circuito di alimentazione con i modelli a 24 e 32, perché questi hanno un consumo energetico superiore a quello delle versioni di fascia inferiore. Dopo l’introduzione dei nuovi modelli AMD ha ritoccato verso il basso il prezzo di quelli di prima generazione e questo potrebbe essere un buon momento per acquistarli se siete alla ricerca di una piattaforma multi core spinta per eseguire elaborazioni complesse o per eseguire più applicazioni in simultanea tanto in ambiente professionale così come in quello amatoriale o ludico.

Il prezzo dei nuovi 2920X e 2950X è inferiore ai 1.000 euro e ciò li rende molto appetibili per quanto riguarda il rapporto tra costo e prestazioni. Il modello top di gamma si avvicina alla soglia dei 2.000 euro, ma sebbene questo valore possa sembrare molto alto, dobbiamo anche ricordare che a questa cifra non troverete nessun altra soluzione con un numero di core così elevato. Va anche ricordato che il processore 2990WX non è un prodotto per tutti: in questo caso non ci riferiamo al costo, bensì alle caratteristiche hardware che possono essere sfruttate con profitto solo con applicazioni ottimizzate per il multi threading avanzato. 

Più core = più prestazioni?

Più core non corrispondono in modo diretto a più prestazioni perché la frequenza operativa generale è inferiore per restare entro i parametri operativi a livello energetico e termico e perché la complessità del processore introduce latenze aggiuntive che risultano trascurabili sono quando si riesce a sfruttare le potenzialità di tutti i core. Se siete un utente evoluto, ma che non necessità di così tanti core è meglio valutare il modello 2950X. Quest’ultimo con carichi di lavoro generici si comporta meglio del fratello maggiore, lasciandogli il passo solo in situazioni come il rendering con applicazioni di modellazione e algoritmi di calcolo scientifici. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

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Android 9 Pie sistema operativo Google

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Android 9 Pie, lo smartphone su misura

Roberto Cosentino | 4 Ottobre 2018

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La nona edizione del sistema operativo di Google ora studia il comportamento dell’utente grazie all’intelligenza artificiale. Lo slogan? “Su misura […]

La nona edizione del sistema operativo di Google ora studia il comportamento dell’utente grazie all’intelligenza artificiale. Lo slogan? “Su misura per te”.

Sono passati dieci anni esatti dalla prima versione ufficiale di Android, avvenuta tre anni dopo l’acquisizione da parte di Google del sistema operativo con il robottino verde come mascotte. Com’è noto, nel corso degli anni le versioni sono state battezzate in ordine alfabetico prendendo spunto dai nomi di dolci. Il “totodolce” anche questa volta ha partorito i nomi più fantasiosi, tra cui addirittura “Pistacchio”, ma alla fine, dopo Nougat e Oreo, ha vinto qualcosa di molto più semplice e generico: Android 9 Pie (torta). 

Annunciato a marzo, Android 9 Pie è stato rilasciato la prima settimana di agosto. Attraverso un post sul blog ufficiale, lo staff ha diffuso un dato interessante: sono state circa 140.000 le persone che hanno accettato di provare la prima versione beta di Android 9. Lo slogan con cui è stata accompagnata è “Tailored to you” ovvero “Su misura per te”. Infatti nella nuova versione troviamo una serie di funzioni personalizzabili (che verranno arricchite ed espanse in seguito), tra cui Batteria Adattiva, Luminosità Adattiva, le Slices e le App Actions, che vedremo meglio nelle prossime pagine.

Android 9 Pie, la struttura rimane quella di Oreo

Le novità apportate non stravolgono la struttura di Oreo, che anzi viene perfezionato, anche se l’interfaccia subisce qualche evidente modifica. Su Android 9 Pie troviamo delle funzioni già viste su prodotti di Samsung e Huawei, come ad esempio la possibilità di gestire due fotocamere contemporaneamente (qui Multi Camera) o attivare la modalità Non Disturbare. Quest’ultima in particolare fa parte del programma Digital Wellbeing ovvero “benessere digitale” che vede in Apple il brand aprifila tra le case che intendono assistere l’utente nel responsabilizzare e contenere l’utilizzo dei dispositivi elettronici, che spesso sfocia in un vero e proprio abuso. 

Se la parola chiave che verte attorno al nuovo Android è “adattabilità”, l’artefice di tutto è l’IA, intelligenza artificiale. Abbiamo visto come negli ultimi tempi siano stati prodotti processori modellati apposta per sostenere questa tecnologia, che le case costruttrici di smartphone hanno cominciato a sfruttare nelle operazioni fotografiche. Su Android 9 Pie, l’IA dovrà anche migliorare e ottimizzare le funzioni, i consumi e le performance, dopo aver studiato il comportamento e le abitudini dell’utente. Si tratterà di uno studio particolarmente approfondito e possibile attraverso il machine learning (apprendimento automatico); lo si noterà dalle stesse App Actions. Android 9 Pie infatti sarà in grado di consigliare e anzi, predire, la prossima attività che si è soliti lanciare dopo averne impiegata un’altra precedentemente. Il machine learning sarà sempre più efficiente grazie al miglioramento delle Api Neural Networks che sono state introdotte da Google su Android 8.1.

Gesture a tutto campo

Ampio raggio d’azione è stato dato alle gesture, sempre più presenti e che in un prossimo futuro potrebbero diventare fondamentali per un utilizzo più immediato del dispositivo. Potenzialmente, l’intero telefono diventa sensibile quasi come fosse un sensore o, perché no, una vera e propria pelle. Basti pensare che stringendo il telefono (in questo caso il Pixel 2 XL), si attiva Google Assistant e sfiorando il sensore d’impronte verso il basso, si attiverà il pannello delle notifiche; al contrario, verso l’alto, si può richiudere. 

Android 9 Pie è già presente su Google Pixel, Pixel XL e la seconda generazione di entrambi i modelli e su Essential Phone. Tutti gli altri dispositivi i cui brand hanno partecipato al programma Beta, vedranno arrivare gli aggiornamenti entro la fine dell’autunno. Insieme ad Android 9 Pie è stata rilasciata anche la nuova versione “Go” destinata agli smartphone e tablet entry level con specifiche tecniche modeste. Per testare la prima versione di Android 9 Pie, tuttora in aggiornamento, abbiamo utilizzato un Google Pixel 2 XL; la nostra prova è quindi “su misura” per questo dispositivo. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

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