Magazine

Google Analytics: siti Web al microscopio

Giorgio Panzeri | 25 Agosto 2011

Preview

Questo strumento gratuito di Google permette di ottimizzare un sito analizzando l’uso che ne fanno i visitatori. Scopriamone i segreti. […]

Questo strumento gratuito di Google permette di ottimizzare un sito analizzando l’uso che ne fanno i visitatori. Scopriamone i segreti.

Di Francesco Caccavella

Chi ha un sito Web fin troppo spesso non dà  importanza ad uno degli aspetti invece fondamentali della sua gestione: la misurazione delle “performance” e l’analisi dell’uso che ne fanno i visitatori. Essenziale, per piccoli e grandi siti, è conoscere chi sono i visitatori, capire come viene navigato il sito, identificarne le aree più gradite, le pagine più lette o quelle meno lette. Sono informazioni che, da un lato, danno un’idea di quanto sia apprezzato e usato il nostro sito e, dall’altro, permettono di identificare i suoi punti di debolezza e di forza, per progettarne la crescita in base a dati certi e reali e non in base a semplici intuizioni. È semplice ottenere queste informazioni in modo affidabile e chi desidera farlo ha in mano uno strumento gratuito di primo livello chiamato Google Analytics. È un servizio gestito da Google: deriva da un software per siti Web chiamato Urchin che fino al marzo 2005 (quando fu acquisito dal motore di Mountain View) costava 495 dollari al mese per sito. Anche per questa derivazione professionale, Google Analytics è un servizio sofisticato e completo, oltre che usabile e ben strutturato. A partire dallo scorso marzo ha ricevuto un completo redesign dell’interfaccia e l’aggiunta di diverse nuove funzioni. Google Analytics V5 – la nuova versione – è ancora in beta mentre scriviamo, ma l’interfaccia e le funzioni sono consolidate ed eventuali novità  della versione definitiva non ne modificheranno le impostazioni generali.

In queste pagine vedremo come usare Google Analytics per raccogliere le informazioni più importanti e utili sull’uso di un sito, e come metterle a frutto per migliorarne l’efficacia e la cosiddetta “esperienza utente” dei visitatori. Prima di tutto, però, introdurremo il campo in cui Google Analytics si colloca, ovvero la cosiddetta Web analytics. L’intero articolo si basa sulla nuova versione di Google Analytics che, al momento di scrivere, è raggiungibile facendo clic sulla voce Nuova versione in alto nella pagina visualizzata dopo il login.

Poco prima che il numero andasse in stampa, Google ha ritoccato leggermente l’interfaccia del servizio. Oltre ad aver reso più usabile il menu di cambio profilo e aver eliminato alcune icone, ha aggiunto al menu di sinistra l’area Advertising che contiene i rapporti con sui seguire le campagne pubblicitarie di AdWords, il sistema di pubblicità  on-line di Google.

Che cos’è la Web analytics?

Secondo la definizione della Web Analytics Association, è “la misurazione, la raccolta, l’analisi e la rendicontazione di dati Internet al fine di capire ed ottimizzare l’uso del Web”. Questa disciplina fornisce gli strumenti, i processi e le conoscenze per interpretare tutte le informazioni che gli utenti, direttamente o indirettamente, lasciano sul Web riguardo ad un sito, servizio o prodotto on-line. Sbaglia tuttavia chi pensa che la Web analytics si riduca all’osservazione dei clic che avvengono sul sito, magari attraverso uno dei servizi di analisi dei log così diffusi fino a qualche anno fa. Non solo l’evoluzione tecnologica dei siti Web ha reso più difficile questa stessa analisi (pensiamo alle complesse applicazioni Web), ma soprattutto l’analisi dei clic non è sufficiente per raccogliere e analizzare tutte le informazioni disponibili. Grazie anche alla grande diffusione di software e servizi, la Web analytics è mutata oggi in quella che Avinash Kaushik, analytics evangelist di Google e riconosciuta autorità  del settore, ha chiamato Web Analytics 2.0. Si tratta di un nuovo paradigma, che Kaushik ha definito nel suo libro Web Analytics 2.0 (edito in Italia da Hoepli), basato su cinque diversi tipi di misurazioni: flusso dei clic, analisi multipla dei risultati, sperimentazione e test, ascolto dei clienti e competitive intelligence. Al livello più alto vi sono le misurazioni dei clic (dette anche misurazioni clickstream) che forniscono la maggior parte dei rapporti di base: visite, pagine viste, percorsi di accesso, frequenze di abbandono e così via. Gli strumenti clickstream sono imprescindibili per la Web analytics, ma hanno un limite: raccolgono generalmente solo dati quantitativi e on site, ossia sul sito su cui sono installati. Poiché oramai, anche con la diffusione dei social network, molte delle attività  che riguardano un progetto Web avvengono anche off site, al primo livello del paradigma se ne deve associare un altro: quello dell’analisi multipla. Per ampliare il campo di analisi bisogna, ad esempio, monitorare la presenza del sito sui social network, la diffusione della propria newsletter, la diffusione dei feed e così via. A un livello più basso vi sono i cosiddetti “Test A/B” o “test multivariati” che, per semplificare, misurano versioni differenti della stessa pagina per verificare quale versione, in base a determinati obiettivi, offra le migliori performance. Per ascolto dei clienti si intende la raccolta diretta, attraverso questionari o strumenti simili, dell’opinione di chi visita il proprio sito Web. È una parte fondamentale dell’analisi, poiché consente di aggiungere una dimensione qualitativa ai dati raccolti, che altrimenti rimarrebbero confinati alla dimensione quantitativa. Infine, come ultimo elemento del paradigma, vi sono le analisi competitive, ossia il confronto dei dati del proprio sito o servizio con siti o servizi della stessa area geografica e dello stesso settore.

Il paradigma di Kaushik definisce gli aspetti da misurare e nel riquadro intitolato “Altri strumenti di Web analytics” troverete un elenco di tool semplici (e rivolti anche a chi ha un budget ridotto) dedicati a queste attività . La misurazione è tuttavia solo una parte delle attività  di Web analytics. Per ottenere informazioni utili dobbiamo analizzare i dati raccolti e per farlo ci serve introdurre altri tre importanti concetti: Kpi, conversioni e segmentazione.

Kpi è l’acronimo di Key Performance Indicator (indicatore delle performance chiave) e, nella Web analytics, identifica determinati valori, misurabili dal servizio, sui quali basare decisioni strategiche. Possiamo pensare ai Kpi come indicatori di azioni specifiche che un utente deve eseguire e che indicano il successo o il fallimento degli obiettivi del sito. In ogni progetto di Web analytics un passo cruciale consiste proprio nel definire i Kpi: dopo aver definito gli obiettivi del sito e le strategie per raggiungerli, si identificano le azioni misurabili che conducono al raggiungimento di strategie e obiettivi. Google Analytics, come ogni altro software del genere, è in grado di produrre decine di rapporti. Non tutti però hanno lo stesso valore strategico: in un sito di commercio elettronico il rapporto che indica il numero di oggetti acquistati non ha lo stesso valore del rapporto che indica il numero di pagine viste per utente, rapporto che è invece importantissimo per i siti di informazione, che basano le loro performance sul numero di pagine viste e dunque sul numero di pubblicità  che riescono a visualizzare. Per il primo sito un Kpi di base sarà  il numero di oggetti acquistati, per il secondo il numero di pagine viste.

Il secondo concetto chiave è quello di conversione. Ogni qual volta un utente esegue un’azione che è stata identificata come strategica (comprare un oggetto, iscriversi a un servizio, visitare più di quattro pagine per visita e così via) esegue una conversione. Google Analytics offre un gruppo di rapporti dedicati esclusivamente alle conversioni, per consentire di monitorarle in modo autonomo ed efficace. Il servizio chiama le azioni strategiche Obiettivi e consente di impostarne fino a 20, divise in quattro gruppi, per ogni profilo di sito monitorato.

La percentuale di utenti che raggiunge gli obiettivi in rapporto al totale di visitatori è chiamata Tasso di conversione all’obiettivo. Oltre a definire gli obiettivi, Google Analytics permette anche, in alcuni casi, di definire la loro canalizzazione, ossia le pagina che hanno navigato per raggiungere quell’obiettivo. Grazie alle canalizzazioni è possibile anche verificare in quale punto del percorso l’utente ha abbandonato il tragitto di conversione e analizzare i punti deboli della catena.

Il terzo concetto che è bene approfondire è segmentazione. Le segmentazioni servono per suddividere i visitatori in gruppi ed analizzare i dati esclusivamente per quei gruppi. Quando si accede ad un report di un servizio di Web analytics, i dati sono generalmente visualizzati in forma aggregata. Le informazioni si riferiscono, in altre parole, a tutti i visitatori misurati dal sistema. Le azioni di ottimizzazione del sito sono invece molto più efficaci se suddividiamo gli utenti in gruppi e pianifichiamo azioni diverse in base a comportamenti diversi. Quando si applica la segmentazione ad un rapporto, tutte le informazioni di quel rapporto faranno riferimento solo ad un segmento di visitatori. Se, ad esempio, segmentando i dati in base alla provenienza notiamo che gli utenti che provengono da Twitter hanno una conversione all’obiettivo del 20 per cento, mentre quelli da Facebook hanno una conversione del 5%, sapremo che una campagna di acquisizione di utenti su Twitter è probabilmente quattro volte più efficace di quella su Facebook.

Un esempio, molto semplificato, potrà  chiarire meglio i concetti citati. Poniamo di avere un servizio on-line che offre report di analisi dei mercati finanziari, in italiano ed inglese. L’obiettivo di business principale del sito è naturalmente vendere i report. Gli obiettivi più specifici per raggiungere quello principale potrebbero essere quelli di aumentare il numero di utenti registrati al sito e diminuire la complessità  della procedura di acquisto. Nel nostro progetto di Web analytics definiremo, per i due obiettivi specifici, uno o più Kpi misurabili: per il primo obiettivo specifico useremo il numero di registrazioni completate; per il secondo il numero di visualizzazioni della pagina del supporto (per capire se gli utenti hanno difficoltà  nel registrarsi). Per ognuno di questi Kpi andremo poi a creare, nel servizio di Web analytics, degli obiettivi: le registrazioni e l’accesso alla pagina del supporto vengono misurate quando si visita, rispettivamente, la pagina di completamento della registrazione o la pagina dell’help del sito. Passeremo poi all’analisi: segmentando i visitatori per paese o lingua e verificando gli obiettivi (le conversioni dei Kpi) potremmo subito capire quali delle due versioni del sito, italiano o inglese, è più efficace. Segmentando i visitatori per sorgente di traffico (motori di ricerca, siti su cui eseguiamo campagne promozionali, social network) e verificando di nuovo le conversioni, capiremo invece su quali siti è più conveniente promuovere il nostro sito e su quali meno. Inoltre, ad ogni modifica del sito, verificheremo subito i Kpi per capire se la nostra modifica è stata o no efficace in termini di miglioramento degli obiettivi.

Google Analytics è un servizio gratuito di Web analytics orientato all’analisi dei clickstream, ma non si limita alla sola raccolta e rendicontazione dei clic. Offre, infatti, anche strumenti per segmentare l’audience, per monitorare campagne di marketing, per analizzare la diffusione dei contenuti sui social network, per definire obiettivi ed analizzare conversioni. Si integra automaticamente con l’ecosistema pubblicitario di Google (Adwords e Adsense) ed è inoltre ben documentato (anche in italiano), offre affidabili strumenti di supporto ed ha un’ampia base di utenti che contribuisce attivamente alla diffusione di soluzioni e suggerimenti. Proprio per la sua diffusione (copre, secondo stime, circa il 50% delle installazioni di software di questo tipo), è anche molto ben supportato dai servizi esterni: è facile trovare soluzioni di Web analytics in grado di integrarne i dati nelle loro interfacce o, viceversa, di inviare i propri dati a Google Analytics stesso. Infine, Analytics offre anche, sempre gratuitamente, un’interfaccia di programmazione (API, Application Programming Interface) utilizzabile per scaricare i dati del servizio e includerli in applicazioni esterne come, ad esempio, un foglio di calcolo Excel o il pannello di amministrazione del sito Web.

Rimandando al box “Creare un account e un profilo” le istruzioni per la creazione di un account e di un profilo di monitoraggio, qui di seguito descriveremo per prima cosa i principi di funzionamento del servizio, analizzeremo poi le principali regole di configurazione, spiegheremo come usare l’interfaccia e infine vedremo i rapporti più importanti. (…)

Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 246 – settembre 2011

Stampa 3D service online

Magazine

Stampare in 3D, senza stampante. La prova di 11 service online

Nicola Martello | 4 Ottobre 2018

Preview

Per stampare bene in 3D serve tanta esperienza, che si ottiene solo dopo ore di pratica. L’alternativa? Affidarsi ai service […]

Per stampare bene in 3D serve tanta esperienza, che si ottiene solo dopo ore di pratica. L’alternativa? Affidarsi ai service online per realizzare in 3D i propri progetti. La prova di 11 service.

Il mondo della stampa 3D è affascinante. L’idea di poter creare da sé oggetti di ogni tipo, magari anche personalizzati e unici, solletica l’immaginazione di un numero sempre maggiore di persone, che si avventurano in questo settore armati di curiosità ed entusiasmo. Ma l’impatto con la stampa 3D non è sempre dei più piacevoli, anzi – diciamolo chiaramente – spesso è problematico, tale da smorzare anche brutalmente il fervore del novizio.

Le difficoltà di stampare in casa

Sì perché le stampanti 3D non sono facili da usare con profitto. Siamo infatti ancora molto lontani dalla semplicità di impiego e dalla affidabilità delle stampanti 2D a getto di inchiostro e laser. Dispositivi in cui basta inserire le cartucce con l’inchiostro o con il toner, mettere il foglio di carta e premere un paio di pulsanti. Per avere in poco tempo una stampa nitida e ben fatta non c’è nulla da calibrare e niente da regolare. Le poche impostazioni sono semplici e spesso opzionali, dato che è la macchina stessa ad adeguarsi in automatico al tipo di dati in ingresso.

Chi ha a che fare con una stampante 3D fa in fretta ad accorgersi che – almeno per i modelli consumer – siamo ancora in una fase iniziale dello sviluppo di questi dispositivi. Sono infatti necessarie una sorveglianza costante soprattutto all’inizio e una buona dose di esperienza, esperienza che si acquisisce con molta pratica, ovvero con molte ore di prove e tentativi. La generazione e l’ottimizzazione dei supporti, le operazioni necessarie per assicurare l’adesione del pezzo al piano di lavoro (taratura e impiego di adesivi speciali in primis) sono fasi del processo di stampa 3D molto importanti e delicate.

Stampanti 3D, il costo non è solo quello d’acquisto

Un altro aspetto delle stampanti 3D di cui bisogna tenere conto è il loro costo. Possedere una macchina di questo tipo ha un prezzo, non solo di acquisto iniziale, ma anche di materiale (filo e adesivo per il piatto di lavoro). E anche di manutenzione (pezzi di ricambio per sostituire le parti usurate o rotte come l’estrusore e il piano di lavoro). È ovvio che meno si usa la stampante più è elevato il costo totale di ogni singolo pezzo creato e degli scarti prodotti.

In pratica, i costi e il carico di lavoro per far funzionare la stampante 3D sono accettabili solo per gli appassionati del fai-da-te (i maker), per chi deve stampare molto e vuole avere il completo controllo del processo. Per tutti gli altri, ovvero per quelli che stampano solo saltuariamente, che non hanno esperienza e che non vogliono brigare per acquisirla, conviene rivolgersi a un servizio (service) di stampa 3D.

Questi service sono l’esatto equivalente dei negozi di stampa che mettono su carta i nostri scatti fatti con la fotocamera digitale. Si consegna il file e si ritira (o più comodamente si riceve direttamente al proprio domicilio) l’oggetto stampato, già ripulito da eventuali basi, supporti e sbavature.

I servizi di stampa 3D possono essere negozi o aziende situati in Italia o anche all’estero. La posizione della loro sede non è un fattore importante, dato che l’invio del modello tridimensionale va fatto via Internet e la consegna del materiale finito è effettuata di solito tramite corriere.

I vantaggi dei service online

Il grande vantaggio di questi servizi è che sono specializzati nella stampa 3D, quindi sono dotati di macchine in genere molto più sofisticate, precise e costose di quelle accessibili al singolo appassionato. Inoltre il personale è esperto, e non solo eseguirà al meglio il lavoro ma di solito è disponibile per consigli e consulenze su come progettare in 3D in maniera che la stampa non riservi brutte sorprese. In più, la qualità e la precisione degli oggetti prodotti sono spesso più elevate di quelle ottenibili in proprio.

Perché stampare con un service costa di più

Di contro, il costo di stampa del singolo pezzo è maggiore della spesa del solo materiale usato. A questo costo bisogna in realtà aggiungere parte del prezzo di acquisto della stampante, l’elettricità consumata, i pezzi di ricambio necessari con il passare del tempo. Inoltre, e questo per molti è il fattore più importante, tutti i problemi di stampa come la preparazione della macchina, la sua pulizia, la generazione di una base e dei supporti sono a carico del service. Quindi l’utente si limita a progettare il pezzo, non deve occuparsi di tutte le problematiche legate al processo di stampa vero e proprio.

Un altro vantaggio di questi servizi è la possibilità di far realizzare il pezzo anche con altre tecnologie oltre a quella del filo fuso (Fdm), la più diffusa tra i maker e gli utenti generici per via dei costi relativamente contenuti. Molti service offrono infatti macchine di tipo stereolitografico che creano oggetti in resina solidificata con il laser, molto più precisi di quelli ottenibili con la tecnica Fdm, o anche per la prototipazione rapida che fondono polvere metallica sempre grazie a un laser. Gli oggetti che è possibile realizzare sono quindi in metallo, molto più resistenti e duraturi di quelli in plastica o in resina. Se la geometria del pezzo 3D lo permette, i servizi più attrezzati consentono persino di usare frese a controllo numerico (Cnc), per lavorare metallo e legno.

L’offerta dei service di stampa

I service più grandi lavorano non solo con gli appassionati, i maker, ma anche (e soprattutto) con progettisti professionali e con piccole aziende manifatturiere, che hanno bisogno di realizzare in tempi rapidi e a costi contenuti prototipi e parti meccaniche a tiratura limitata. Anche chi possiede una stampante 3D può quindi trovare vantaggioso ricorrere ai service, per diversi motivi. Magari per stampare oggetti più grandi di quelli che la propria macchina permette di fare. Oppure per avere pezzi più precisi e di una migliore qualità. O anche per usare materiali particolari anche solo per un singolo oggetto, senza dover acquistare una bobina intera.

L’offerta di servizi di stampa 3D è già oggi piuttosto ricca e variegata, non è affatto difficile trovare nel Web un service in grado di stampare l’oggetto desiderato. In Italia sono disponibili diversi negozi e aziende che operano in questo campo e l’offerta si amplia se estendiamo la ricerca in Europa e nel mondo, grazie a Internet e alle spedizioni internazionali che consentono di annullare o quasi le distanze e i confini nazionali.

Servizi, non solo aziende ma anche hub

È interessante notare che non esistono solo negozi e aziende dotati di macchine per la stampa 3D, ma anche servizi basati su associazioni collaborative (hub). In pratica comunità di maker che si offrono di stampare i modelli 3D di chi ne fa richiesta. 

Questi siti regolano la domanda e l’offerta, le transazioni economiche e il corretto svolgimento delle attività inerenti gli ordini. Gli hub spesso offrono quindi un numero molto elevato di tecnologie di stampa 3D, di materiali e di rifiniture superficiali, poiché si appoggiano a numerosi fornitori. Ancora, alcuni service e hub mettono a disposizione negozi virtuali, in cui i clienti possono caricare i propri modelli e ottenere un ritorno economico se altri maker li fanno stampare.

Stampa 3D online, la prova di 11 service

Qui di seguito trovate una selezione di 11 service – sia italiani sia stranieri – che consegnano nel nostro paese i pezzi creati. Abbiamo privilegiato i servizi che offrono la stampa 3D con filamento fuso e che consentono di ottenere direttamente nel loro sito Web un preventivo in tempo reale. In questo modo è possibile avere subito un’informazione precisa dei costi – talvolta anche dei tempi – necessari per la realizzazione. Molti di questi dispongono anche di macchine 3D che lavorano con tecnologie diverse e di frese Cnc. Una dotazione che permette di ampliare di molto i tipi di materiale e di lavorazione offerti.

Ovviamente i prezzi variano in funzione delle dimensioni, del materiale, della tecnica utilizzata per la realizzazione e del livello di finitura richiesto. Anche i costi di spedizione possono incidere parecchio, soprattutto nel caso di stampe di pochi e piccoli oggetti. Quando possibile abbiamo sempre chiesto un preventivo, e per ottenere cifre paragonabili tra loro abbiamo usato come modello 3DBenchy.

È un modello liberamente scaricabile dal sito www.3dbenchy.com e noto tra i maker come un buon test per verificare le prestazioni delle stampanti 3D. Si tratta del modellino di una barca, grande 6 x 4,8 x 3,1 centimetri. Come impostazioni abbiamo sempre lasciato la scala al 100%, scelto il materiale più economico (in genere Pla) ed evitato colori particolari e lavorazioni extra. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

Potrebbero interessarti anche:

Stampa 3D, dal modello all’oggetto stampato

Software per le stampanti 3D

AMD Ryzen Threadripper 2 gen

Magazine

AMD Ryzen Threadripper, la seconda generazione

Michele Braga | 4 Ottobre 2018

AMD Preview

I nuovi processori AMD per il segmento HEDT sono basati sulla microarchitettura Zen+ e offrono fino a un massimo di […]

I nuovi processori AMD per il segmento HEDT sono basati sulla microarchitettura Zen+ e offrono fino a un massimo di 32 core di calcolo. La prova dei Ryzen Threadripper 2990WX e 2950X.

Lo scorso anno e dopo un lungo periodo di letargo, AMD ha riacceso la competizione con Intel sul terreno dei processori desktop grazie alla microarchitettura Zen. Se il ritorno di AMD era atteso per quanto riguarda i processori Ryzen per i computer di fascia media, non possiamo dire altrettanto per quanto è avvenuto nel segmento HEDT di fascia più alta. L’arrivo dei processori Ryzen Threadripper è stato dirompente e ha sorpreso un po’ tutti. Da un lato ha rimescolato le carte sul tavolo del confronto con Intel e dall’altro ha riaperto il dibattito generale sul numero di core che può essere considerato “giusto” per un processore. La risposta a questa domanda è tutt’altro che unica e in effetti dipende interamente dal tipo di elaborazioni svolte.

Il lancio dei processori Ryzen Threadripper ha reso accessibile a un’ampia platea di utenti una piattaforma con caratteristiche che prima di quel momento potevano essere ritrovate solo nel mercato enterprise. Grazie ai 16 core fisici presenti nel modello 1950X, AMD è entrata nel segmento HEDT (High End Desktop) dalla porta principale. E si è messa in competizione diretta con il Core i9 7900K a 10 core fisici che Intel proponeva per la fascia più alta del mercato non professionale e con il Core i9 7980XE a 18 core fisici che sarebbe arrivato sul mercato solo alla fine del 2017.

La seconda generazione di Ryzen Threadripper

A un anno di distanza dal debutto della prima generazione di Ryzen Threadripper, AMD ha rinnovato la propria offerta aumentando la posta in gioco. I nuovi modelli aggrediscono il mercato su due fronti. Da un lato, grazie all’impiego della rinnovata microarchitettura Zen+ realizzata con tecnologia produttiva a 12 nanometri, sono cresciute le prestazioni dei singoli core (circa il 3% di IPC in più), sono aumentate le frequenze operative e sono calati i consumi. Dall’altro è stata ampliata l’offerta, ora composta da quattro modelli: le versioni 2920X e 2950X sono un’evoluzione di quelle precedenti, aggiornate alla nuova microarchitettura.

Le versioni 2970WX e 2990WX – dove l’aggiunta della W indica prodotti di classe workstation – incrementano il numero delle unità di calcolo, rispettivamente 24 e 32 core fisici, e sono indirizzate agli utenti di fascia più alta e ai professionisti. Il mercato delle workstation si confronta con un’ampia varietà di esigenze e sebbene tutti gli utenti che si identificano in questo settore possono essere considerati “power user” non esiste una singola configurazione capace di rispondere in modo adeguato alle esigenze di tutti.

AMD Ryzen Threadripper: le origini

Ryzen Threadripper discende in modo diretto dalla piattaforma enterprise che AMD commercializza con il brand EPYC. Questi processori integrano quattro die, ciascuno dei quali ospita 8 core per un totale di 32 core. Ciascun die dispone di due canali di memoria e di un controller Pci Express a 32 linee, così che nel complesso un processore EPYC dispone di 8 canali di memoria e un totale di 128 linee Pci Express. La prima generazione Ryzen Threadripper è stata ottenuta disattivando due dei quattro die così da ottenere un processore dotato di un massimo di 16 core, quattro canali di memoria e 64 linee Pci Express.

La seconda generazione di processori utilizza la stessa soluzione impiegata per i prodotti EPYC con die aggiornati alla microarchitettura Zen+ a 12 nanometri per ottenere prestazioni maggiori e consumi inferiori. Tuttavia, per rendere questi processori compatibili con il socket sTR4 – quello impiegato per le piattaforme desktop – è stato necessario tagliare alcune caratteristiche: i canali di memoria sono quattro e le linee Pci Express sono 64. Come vedremo nella sezione dedicata all’architettura, infatti, i Ryzen Threadripper a 24 e 32 utilizzano quattro die, ma due di questi operano solo da unità computazionali in quanto il loro controller di memoria e quello Pci Express sono disattivati. AMD vuole che questi processori siano visti come una evoluzione di quelli di prima generazione piuttosto che come modelli enterprise depotenziati, ma è difficile evitare il confronto con EPYC.

Threadripper, la gamma di prodotti

Grazie all’impiego del socket sTR4 sul mercato dallo scorso anno, gli utenti che dispongono di una piattaforma con chipset X399 possono adottare i nuovi modelli 2920X e 2950X una volta aggiornato il bios. Nel caso dei modelli 2970WX e 2990WX è necessario verificare che il produttore abbia certificato la compatibilità del circuito di alimentazione con i modelli a 24 e 32, perché questi hanno un consumo energetico superiore a quello delle versioni di fascia inferiore. Dopo l’introduzione dei nuovi modelli AMD ha ritoccato verso il basso il prezzo di quelli di prima generazione e questo potrebbe essere un buon momento per acquistarli se siete alla ricerca di una piattaforma multi core spinta per eseguire elaborazioni complesse o per eseguire più applicazioni in simultanea tanto in ambiente professionale così come in quello amatoriale o ludico.

Il prezzo dei nuovi 2920X e 2950X è inferiore ai 1.000 euro e ciò li rende molto appetibili per quanto riguarda il rapporto tra costo e prestazioni. Il modello top di gamma si avvicina alla soglia dei 2.000 euro, ma sebbene questo valore possa sembrare molto alto, dobbiamo anche ricordare che a questa cifra non troverete nessun altra soluzione con un numero di core così elevato. Va anche ricordato che il processore 2990WX non è un prodotto per tutti: in questo caso non ci riferiamo al costo, bensì alle caratteristiche hardware che possono essere sfruttate con profitto solo con applicazioni ottimizzate per il multi threading avanzato. 

Più core = più prestazioni?

Più core non corrispondono in modo diretto a più prestazioni perché la frequenza operativa generale è inferiore per restare entro i parametri operativi a livello energetico e termico e perché la complessità del processore introduce latenze aggiuntive che risultano trascurabili sono quando si riesce a sfruttare le potenzialità di tutti i core. Se siete un utente evoluto, ma che non necessità di così tanti core è meglio valutare il modello 2950X. Quest’ultimo con carichi di lavoro generici si comporta meglio del fratello maggiore, lasciandogli il passo solo in situazioni come il rendering con applicazioni di modellazione e algoritmi di calcolo scientifici. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

Potrebbero interessarti anche:

Anteprima: AMD Ryzen Threadripper 2990WX e 2950X

AMD Ryzen Threadripper: la prova

AMD Ryzen “Threadripper”, l’unboxing

Android 9 Pie sistema operativo Google

Android

Android 9 Pie, lo smartphone su misura

Roberto Cosentino | 4 Ottobre 2018

Android Preview

La nona edizione del sistema operativo di Google ora studia il comportamento dell’utente grazie all’intelligenza artificiale. Lo slogan? “Su misura […]

La nona edizione del sistema operativo di Google ora studia il comportamento dell’utente grazie all’intelligenza artificiale. Lo slogan? “Su misura per te”.

Sono passati dieci anni esatti dalla prima versione ufficiale di Android, avvenuta tre anni dopo l’acquisizione da parte di Google del sistema operativo con il robottino verde come mascotte. Com’è noto, nel corso degli anni le versioni sono state battezzate in ordine alfabetico prendendo spunto dai nomi di dolci. Il “totodolce” anche questa volta ha partorito i nomi più fantasiosi, tra cui addirittura “Pistacchio”, ma alla fine, dopo Nougat e Oreo, ha vinto qualcosa di molto più semplice e generico: Android 9 Pie (torta). 

Annunciato a marzo, Android 9 Pie è stato rilasciato la prima settimana di agosto. Attraverso un post sul blog ufficiale, lo staff ha diffuso un dato interessante: sono state circa 140.000 le persone che hanno accettato di provare la prima versione beta di Android 9. Lo slogan con cui è stata accompagnata è “Tailored to you” ovvero “Su misura per te”. Infatti nella nuova versione troviamo una serie di funzioni personalizzabili (che verranno arricchite ed espanse in seguito), tra cui Batteria Adattiva, Luminosità Adattiva, le Slices e le App Actions, che vedremo meglio nelle prossime pagine.

Android 9 Pie, la struttura rimane quella di Oreo

Le novità apportate non stravolgono la struttura di Oreo, che anzi viene perfezionato, anche se l’interfaccia subisce qualche evidente modifica. Su Android 9 Pie troviamo delle funzioni già viste su prodotti di Samsung e Huawei, come ad esempio la possibilità di gestire due fotocamere contemporaneamente (qui Multi Camera) o attivare la modalità Non Disturbare. Quest’ultima in particolare fa parte del programma Digital Wellbeing ovvero “benessere digitale” che vede in Apple il brand aprifila tra le case che intendono assistere l’utente nel responsabilizzare e contenere l’utilizzo dei dispositivi elettronici, che spesso sfocia in un vero e proprio abuso. 

Se la parola chiave che verte attorno al nuovo Android è “adattabilità”, l’artefice di tutto è l’IA, intelligenza artificiale. Abbiamo visto come negli ultimi tempi siano stati prodotti processori modellati apposta per sostenere questa tecnologia, che le case costruttrici di smartphone hanno cominciato a sfruttare nelle operazioni fotografiche. Su Android 9 Pie, l’IA dovrà anche migliorare e ottimizzare le funzioni, i consumi e le performance, dopo aver studiato il comportamento e le abitudini dell’utente. Si tratterà di uno studio particolarmente approfondito e possibile attraverso il machine learning (apprendimento automatico); lo si noterà dalle stesse App Actions. Android 9 Pie infatti sarà in grado di consigliare e anzi, predire, la prossima attività che si è soliti lanciare dopo averne impiegata un’altra precedentemente. Il machine learning sarà sempre più efficiente grazie al miglioramento delle Api Neural Networks che sono state introdotte da Google su Android 8.1.

Gesture a tutto campo

Ampio raggio d’azione è stato dato alle gesture, sempre più presenti e che in un prossimo futuro potrebbero diventare fondamentali per un utilizzo più immediato del dispositivo. Potenzialmente, l’intero telefono diventa sensibile quasi come fosse un sensore o, perché no, una vera e propria pelle. Basti pensare che stringendo il telefono (in questo caso il Pixel 2 XL), si attiva Google Assistant e sfiorando il sensore d’impronte verso il basso, si attiverà il pannello delle notifiche; al contrario, verso l’alto, si può richiudere. 

Android 9 Pie è già presente su Google Pixel, Pixel XL e la seconda generazione di entrambi i modelli e su Essential Phone. Tutti gli altri dispositivi i cui brand hanno partecipato al programma Beta, vedranno arrivare gli aggiornamenti entro la fine dell’autunno. Insieme ad Android 9 Pie è stata rilasciata anche la nuova versione “Go” destinata agli smartphone e tablet entry level con specifiche tecniche modeste. Per testare la prima versione di Android 9 Pie, tuttora in aggiornamento, abbiamo utilizzato un Google Pixel 2 XL; la nostra prova è quindi “su misura” per questo dispositivo. (… continua sul numero 331 di PC Professionale)

Potrebbero interessarti anche:

Android Oreo 8.1 mostrerà la velocità delle reti Wi-Fi

Google: ecco le novità  in arrivo con Android 7.1 Nougat

Aggiungi alla collezione

No Collections

Here you'll find all collections you've created before.