La musica è diventata liquida


La musica digitale può essere spostata da un supporto all’altro, con la stessa facilità  con cui si travasa un liquido. Scopriamo vantaggi e svantaggi della “musica liquida”.

di Nicola Martello

Negli ultimi anni l’avvento dei formati digitali ha rivoluzionato il modo di ascoltare la musica. La capillare diffusione dei lettori Mp3, l’abitudine a utilizzare il computer anche come player musicale e l’arrivo di riproduttori di musica digitale pensati in modo specifico per la connessione al tradizionale impianto stereo hanno fatto sorgere negli appassionati l’esigenza di svincolarsi da supporti fisici come i Cd, per poter disporre della propria musica nella maniera più libera possibile.

I file digitali soddisfano perfettamente questa esigenza, dato che possono essere spostati da un supporto di memorizzazione all’altro con estrema facilità , un po’ come l’acqua può essere travasata senza fatica da un contenitore a un altro. Non a caso, da qualche anno si parla, anche sulle riviste di alta fedeltà , di “musica liquida”: un neologismo tutto italiano, sempre più diffuso. In queste pagine compiremo una veloce carrellata sull’evoluzione dei sistemi di ascolto della musica, per poi concentrarci sulle caratteristiche specifiche di un sistema digitale per la memorizzazione e la riproduzione dell’audio digitale. Vedremo quali sono i vantaggi (e gli svantaggi) della musica liquida, quasi sono i formati che vengono utilizzati per memorizzare i file audio e i programmi utili per creare e gestire al meglio una “audioteca liquida”.

Un po’ di storia dell’Hi-Fi

La musica liquida è solo l’ultima evoluzione vissuta dal settore dell’audio Hi-Fi (High-Fidelity, Alta Fedeltà ), che nel corso degli anni ha conosciuto diversi cambiamenti in fatto di tecniche di registrazione e di memorizzazione. La storia dell’Hi-Fi inizia con l’introduzione nel 1948 del disco Lp (Long-Playing, Lunga Durata) in vinile, a 78 oppure a 33,33 giri al minuto. I suoni vengono registrati sotto forma di ondulazioni delle pareti di un solco, inciso nel vinile, che procede a spirale dal bordo esterno del disco verso il centro. Sempre nel 1948 appaiono i primi nastri magnetici, dapprima sotto forma di bobine di grosso diametro (fino a 25 cm circa), in seguito sostituite nel mercato consumer dalle Compact Cassette, introdotte da Philips nel 1963 e assai più pratiche (ma dalla qualità  audio decisamente inferiore). Entrambi i supporti – disco e nastro – sono di tipo analogico e fino al 1979 sono stati gli unici mezzi di diffusione della musica registrata. In quell’anno Philips presenta il primo disco ottico audio digitale, che grazie alla collaborazione con Sony nel 1982 è diventato il Compact Disc Digital Audio (Cd Audio) che tutti ben conosciamo.

Il Cd ha rappresentato una vera e propria rivoluzione, dapprima nel settore dell’audio e poi in quello dell’informatica. Il disco ottico è stato innovativo non solo per le tecniche di memorizzazione e di lettura utilizzate, basate su laser, ma anche perché era il primo supporto consumer capace di contenere musica in formato digitale, assai più resistente alle problematiche del mondo analogico. Rispetto alle controparti analogiche, come il nastro o il disco in vinile, il Cd offre infatti una gamma dinamica maggiore, una risposta in frequenza più estesa e perfettamente lineare, un rumore di fondo praticamente inaudibile e una diafonia ridottissima.

Per contro, il suono digitale è spesso criticato per la sua “freddezza” e la sua “asprezza”, difetti in genere dovuti alle modalità  di registrazione e ai limiti intrinseci sia del processo di digitalizzazione sia di quello di riconversione da digitale ad analogico al momento della riproduzione.

Proprio per eliminare questi difetti, Sony e Philips presentano nel 1999 il Super Audio Cd (Sacd), a cui fa seguito l’anno successivo il Dvd Audio, formalizzato dal Dvd Forum. Sia pure con metodi profondamente diversi, entrambi i formati sono stati pensati per migliorare l’esperienza di ascolto della musica digitale, esperienza che gli appassionati più esigenti non hanno mai trovato completamente soddisfacente con i Cd. La causa principale è il metodo di digitalizzazione, che risente dei limiti tecnologici dell’epoca in cui il Cd è stato sviluppato. L’audio del Cd è codificato in Pcm (Pulse Code Modulation), con una frequenza di campionamento di 44,1 kHz e con una profondità  di 16 bit, fattori che garantiscono una risposta in frequenza di 20 – 20.000 Hz e una dinamica di 96 dB.

Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 247 – ottobre 2011

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