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Il lato oscuro della corsa all’oro digitale

Michele Braga | 1 Marzo 2018

Editoriale

Il mining delle criptovalute “gonfia” i costi dei componenti hardware: nel migliore dei casi una scheda grafica costa fino al 30% in più del suo prezzo di listino.

Fino a sei mesi era ancora lecito nutrire qualche dubbio sul fatto che il mining delle criptovalute avrebbe generato distorsioni durature nel mercato consumer dell’hardware informatico. Oggi non ci interroghiamo più sull’esistenza di questa distorsione, ma ci chiediamo se l’effetto negativo che osserviamo per l’utente finale sia un transitorio destinato a normalizzarsi in poco tempo oppure a perdurare per mesi o anni. Al centro dell’attenzione ci sono le schede grafiche: le Gpu sono infatti unità di calcolo che possono essere sfruttate in modo proficuo per ottenere criptovaluta. Bastano poche ricerche sull’andamento del mercato delle schede grafiche per accorgersi che le oscillazioni di qualche mese fa hanno determinato un assestamento dei prezzi con rialzi percentuali in doppia cifra: nei casi migliori una scheda grafica costa fino al 30% in più del suo prezzo standard, ma è frequente imbattersi in prodotti il cui prezzo ha subito un aumento fino o addirittura oltre il 50%.

La fame di hardware per il mining ha portato i produttori a sviluppare schede madri e grafiche ottimizzate per questo scopo. A poco o nulla è servita la presa di posizione di Nvidia che tramite il suo CEO ha dichiarato di aver dato indicazioni ai distributori e ai rivenditori per non penalizzare gli utenti finali e in modo particolare i videogiocatori. Ma come agireste se foste un rivenditore con richieste per blocchi di cento schede grafiche e se aveste la possibilità di battere il prezzo a fronte di clienti disposti ad acquistare a ogni costo? Domanda banale, ma che riflette molto bene il panorama odierno.
In questo frangente le leggi del mercato si fanno sentire con tutta la loro forza: la domanda è molto alta e l’offerta si adegua per massimizzare i profitti. Un utente comune che desidera acquistare una scheda grafica deve quindi confrontarsi con soggetti disposti a tutto pur di entrare in possesso non di una, ma di decine di schede grafiche a qualunque prezzo (o quasi).

Se lasciamo da parte coloro che investono in hardware specializzato per il mining delle criptomonete – asic ottimizzati e non schede grafiche – rimane una grande fetta di soggetti che, per curiosità o con la speranza di un introito extra, si avvicinano al mining con soluzioni tradizionali e che assemblano sistemi multi Gpu con lo scopo di riuscire a cavalcare la nuova “corsa all’oro digitale” con una spesa contenuta.
Il risultato è che schede come la Radeon Vega 64 che abbiamo provato in questo numero è piazzata sul mercato a un prezzo “scontato” di circa 1.000 euro contro i quasi 1.300 euro del prezzo pieno. La beffa? Il prezzo consigliato dal produttore è di 766 euro Iva inclusa. Che vi piaccia o no questo è il momento meno indicato per acquistare una scheda grafica: se vi serve o se la desiderate sappiate che pagherete a carissimo prezzo un componente hardware destinato a diventare obsolescente in poco tempo.

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Mercato Pc, un 2019 in crescita. Ma…

Eugenio Moschini | 31 Gennaio 2020

Editoriale

Il mercato PC di desktop e notebook, dato più volte per spacciato, resiste. Anzi, per la prima volta dal 2011 chiude un anno in positivo. Ma c’è un ma.

Un mercato in declino e senza prospettive. È dal 2011 – anno in cui il mercato di smartphone e tablet ha superato quello di desktop e notebook – che il mercato Pc è in costante contrazione. Il 2019 è stato però un’eccezione: dopo 7 anni negativi, gli analisti hanno confermato che il mercato Pc è in crescita.

L’analisi del di Gartner e IDC

Secondo Gartner l’ultimo quadrimestre si è chiuso con un + 2,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre complessivamente l’intero 2019 è “cresciuto” dello 0,6% rispetto al 2018. Ancora più positivi i trend secondo IDC: il quarto trimestre si è chiuso con un +4,8%, mentre la crescita nel 2019 è stata pari al 2,7%. Insomma, la crisi è finita e sono tutte rose e fiori? C’è un ma… I dati, come sempre, vanno interpretati.

L’aggiornamento che ha drogato il mercato Pc

La crescita del mercato Pc ha una causa, specifica e limitata: il 14 gennaio Microsoft ha terminato il supporto a Windows 7. Una causa che ha “drogato” il mercato, forzando gli utenti al passaggio verso Windows 10 e, contestualmente, a un rinnovo del parco macchine. Una conferma che proprio lo switch off di Windows 7 è stato il volano di questa crescita arriva, stranamente, da Apple. Il colosso della mela morsicata non ha ovviamente beneficiato di questo upgrade e, infatti, registra un 2019 in decrescita (-0,9% secondo Gartner, -2,2% secondo IDC). Che il 2019 sia un anno fuori dai canoni lo sottolineano gli stessi analisti: finita l’onda lunga dell’aggiornamento a Windows 10, si prevedono altri 5 anni di decrescita, mitigati in parte da nuove tecnologie in arrivo (come 5G e schermi pieghevoli).

Un vantaggio per i grandi produttori

Sebbene la crescita del mercato Pc sia occasionale e non sistematica, ci sono diversi attori che possono sorridere: tra i produttori di computer senza dubbio i primi 3 (Lenovo, HP e Dell), che continuano ad aumentare il loro market share (complessivamente coprono il 65% del mercato). C’è però un altro produttore che sulla carta ha ottime prospettive di crescita. Ed è AMD. Nel mercato dei notebook, storicamente saldamente nelle mani della rivale Intel, AMD ha registrato nell’ultimo trimestre un market share del 14,7%, ma le previsioni prevedono una crescita al 20% entro il primo trimestre. Una crescita dovuta in parte a demeriti altrui (la produzione delle Cpu mobile Intel è inferiore alle richieste) ma anche per meriti propri. Mai come oggi la gamma di processori mobile AMD è competitiva sotto tutti i punti di vista: prezzo, prestazioni e consumi. E al CES è stata presentata una nuova famiglia di processori Ryzen: la serie 4000, fino a 8 core (e 16 thread) con un consumo inferiore ai 15 watt. Processori perfetti anche per il mercato dei notebook ultrasottili. Mi auguro di vederli quanto prima nei negozi.

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L’efficienza del software sarà un obbligo

Dario Orlandi | 24 Gennaio 2020

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La diffusione dei dispositivi smart e IoT può riportare a buone pratiche di programmazione e all’efficienza del software.

Secondo la cosiddetta legge di Moore, la complessità di un microcircuito raddoppia ogni 18 mesi. Questa deduzione empirica di Gordon Moore (uno dei fondatori di Intel), basata sull’osservazione dell’andamento della tecnologia elettronica, è stata per decenni un comodo paravento dietro cui si è nascosta un’attenzione sempre più ridotta verso l’efficienza del software, ovvero uno dei parametri essenziali per giudicare qualsiasi applicativo.

I limiti possono essere una leva per sperimentare nuove strade

La nascita dei primi personal computer ha aperto le porte dell’informatica a nuove categorie di programmatori, che hanno saputo dimostrare, in particolare negli anni ’80, come la scarsità delle risorse di calcolo potesse rappresentare non tanto una limitazione, quanto un’opportunità per mostrare la propria abilità e percorrere sentieri non ancora battuti.

Nel corso degli anni questo spirito pionieristico si è perduto; le cause sono molte, tutte ugualmente rilevanti; lo sviluppo del software è spesso diventato un lavoro di massa, con progetti giganteschi su cui lavorano molte migliaia di programmatori, ciascuno dei quali è responsabile soltanto di una piccola frazione del codice. In queste circostanze, la standardizzazione delle metodologie di sviluppo e la rapidità di esecuzione sono molto più importanti rispetto alla creatività e alla ricerca dell’efficienza.

L’idea del codice leggero è andata persa nel tempo

Inoltre, lo sviluppo della tecnologia ha portato due conseguenze interconnesse tra loro: le piattaforme su cui si lavora si rinnovano più rapidamente rispetto al passato, rendendo difficile una conoscenza intima, presupposto essenziale per poterne sfruttare a fondo tutte le potenzialità; e, infine, la continua crescita della potenza di calcolo ha reso meno pressante l’esigenza di scrivere codice leggero, compatto ed efficiente. Basta pensare alla diffusione dei progetti software anche di basso livello basati su codice interpretato o pseudo compilato per rendersi conto di come l’efficienza non sia più considerata un requisito fondamentale e neppure rilevante nella maggior parte degli scenari.

Un nuovo stimolo all’efficienza software

Ma la situazione potrebbe essere sul punto di cambiare, per l’azione combinata di due tendenze di origine diversa; da un lato, la diffusione dei dispositivi smart e IoT sta spostando la capacità computazionale dai tradizionali computer, o dai server ospitati nei centri di calcolo delle grandi aziende, verso oggetti compatti ed economici, in cui le risorse (capacità computazionale pura, così come memoria di massa e di lavoro) ritornano a essere fattori davvero limitanti.

Dall’altro, invece, la spinta globale verso l’efficienza energetica sta crescendo e rappresenta un freno alla scorciatoia utilizzata più spesso fino a oggi: se le risorse locali non bastano, spesso si utilizza il dispositivo locale solo per raccogliere le informazioni ed eventualmente mettere in atto le decisioni prese, mentre l’intelligenza è scaricata verso qualche server remoto che garantisce tutta la capacità di calcolo necessaria. Ma il trasporto di informazioni da locale a remoto e viceversa, e l’esistenza stessa di questa “seconda gamba” necessaria per mantenere in piedi il sistema rappresentano grandi sacche di inefficienza, in primo luogo economica ma anche energetica. L’azione combinata di queste spinte sta riportando in auge la ricerca dell’efficienza del software, valorizzando le capacità di chi è in grado di lavorare su architetture caratterizzate da risorse limitate e le sfrutta a fondo.

jurassic smartphone

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2020-2030: Jurassic Smartphone

Eugenio Moschini | 13 Gennaio 2020

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Il 31 dicembre ha chiuso non solo il 2019, ma un intero decennio. Ed è tempo di bilanci e di previsioni per quello che vedremo nel 2020-2030.

Il mese di dicembre 2019 è stato non solo l’ultimo mese dell’anno, ma anche l’ultimo mese del decennio. Ma cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi anni? E quali saranno i trend? Se mi chiedete una personale previsione per il 2020-2030 non ho dubbi, il 5G – e quello che comporterà – rivoluzionerà completamente le nostre vite. Ma voglio fare un’altra previsione, molto più provocatoria: il prossimo decennio sarà ricordato per la scomparsa degli smartphone.

Provocazione? In parte sì, ma ci sono validi motivi. Incomincio dai dati, premettendo che tutti i numeri che vedete in questa pagina provengono da analisi e dati di mercato IDC. Per il terzo trimestre consecutivo gli smartphone sono in decrescita: l’ultimo dato parla di un -1,4%. E si tratta di dati globali, in cui alcuni mercati, come quello indiano e quello dei paesi emergenti, è ancora positivo. Se per esempio prendessimo come riferimento la Cina, vedremmo una decrescita al -3,6%. Gli analisti prevedono un cambio di tendenza con l’arrivo del 5G, ma la sostanza cambia di poco: nel 2019 la produzione di smartphone è pari a 1,37 miliardi, nel 2023 sarà di 1,48 miliardi, con un tasso di crescita anno su anno del 1,1%. Insomma, il mercato degli smartphone non scomparirà, ma ormai è un mercato maturo, senza nessun sbocco di crescita.

Se ripercorriamo gli ultimi 30 anni, si vede che è un trend costante: la decade 2000-2010 sarà ricordata (anche) per il sorpasso dei notebook a discapito dei desktop, quella 2010-2020 ha segnato il sorpasso di smartphone e tablet su notebook e desktop. Insomma, dispositivi sempre più piccoli, portatili e personali. Ma se ci pensate bene, cosa rende unico (e insostituibile) il vostro smartphone? I vostri contatti, le vostre foto, le vostre app. Insomma i vostri dati.

In un mondo orientato sempre più al cloud, in cui contenuto e contenitore sono slegati, cosa impedirebbe di avere non più un unico dispositivo personale, ma tanti (e tutti intelligenti)? Sto pensando ai wearable, di cui gli smartwatch sono solo un esempio. È un mercato davvero in esplosione, tanto che gli analisti sono costretti ad aggiornare, costantemente al rialzo, le previsioni. Quello dei wearable è oggi un mercato di “soli” 223 milioni di pezzi, ma nel 2023 crescerà a 302 milioni (con una crescita anno su anno al +7,9%). E l’80% sarà rappresentato da smartwatch e hearable (ovvero tutti i dispositivi “indossabili” nelle e sulle orecchie, traducibili in italiano come “cuffie smart”). Se ci pensate bene, già oggi lo smartphone durante le telefonate fa solo da ponte con gli auricolari. Cosa ci impedirebbe, in un futuro prossimo, di usare per telefonare solo delle cuffie smart, dotate di eSim e 5G?

Ma la forza dirompente dei wearable non è quella di distribuire funzioni che già adesso possiamo svolgere con lo smartphone, ma quella di aggiungere nuove funzionalità. Per esempio, potremmo parlare nella nostra lingua con persone straniere, avendo entrambi una traduzione real time con i nostri hearable. Un altro esempio, molto meno futuristico e molto più reale (e l’articolo dedicato agli smartwatch questo mese ve lo mostrerà) è quello dedicato al wellness e all’healthcare. Già oggi raccolgono molti dati: quanto ci muoviamo, quanto dormiamo, come sta il nostro cuore. Anche in questo caso, funzioni impossibili da ottenere con uno smartphone.

Se ancora non vi avessi convinto che il mercato del futuro non è quello degli smartphone, ma dei wearable, potrei ricordarvi che Google ha da poco acquisito Fitbit per 2,1 miliardi di dollari e che il prossimo anno arriveranno sul mercato i Pixel Buds (le cuffie smart firmate big G). Così come potrei ricordarvi che il Ceo di Apple, Tim Cook, ha definito i risultati dei wearable della mela morsicata come “esplosivi”, con un incremento anno su anno del 50%. Insomma, gli smartphone sono in salute ma intravedono un meteorite all’orizzonte. E sono i wearable.

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