Luce, colori, pixel e altro

Un viaggio attraverso gli standard di collegamento video, le risoluzioni e i colori.

Di Michele Braga

Il numero degli standard e delle tecnologie che orbitano attorno al mondo della riproduzione delle immagini (statiche o in movimento) è così ampio, variegato e costellato da problemi di compatibilità  frutto di retaggi storici che spesso si fatica a cogliere le differenze tra le diverse soluzioni di visualizzazione e i motivi che hanno condotto alla loro adozione. In questo articolo ci proponiamo di mettere un po’ d’ordine su alcune nozioni base, sugli standard più diffusi e sulle soluzioni tecniche adottate in ambito informatico, ma non solo, per gestire e trasferire le informazioni visive. Approfondiremo alcune tematiche senza però entrare nei dettagli più tecnici che richiedono spazio, tempo e conoscenze che esulano dallo scopo di questo articolo; non a caso queste stesse tematiche e le tecnologie a esse legate sono materia di studio di corsi universitari specifici e di gruppi di lavoro dedicati allo sviluppo degli standard industriali. La velocità  con la quale il mondo informatico e quello dell’elettronica di consumo hanno realizzato il passaggio dall’universo analogico a quello digitale è stata molto irregolare e ha vissuto momenti di rapida accelerazione ai quali si sono contrapposte situazioni di estrema pigrizia. Basti pensare che solo di recente possiamo dire che il panorama delle trasmissioni in digitale terrestre sembra aver trovato un punto di equilibrio, dopo anni in cui diverse tecnologie digitali avevano già  preso piede nei salotti di casa.

In ambito informatico tutto è stato più semplice, ma anche in questo caso gli standard sviluppati sono stati molteplici e con essi le interfacce di collegamento associate. Il risultato di questa evoluzione, o meglio della rivoluzione digitale, è una selva di specifiche tecniche da centinaia di pagine, sigle e acronimi (spesso simili, ma con significati ben precisi e non intercambiabili), soluzioni software e adattatori hardware che si sovrappongono e si incastrano in una sorta di Tetris tecnologico. Se da un lato la confusione è enorme, ciò ha permesso allo stesso tempo di mantenere la compatibilità , non sempre completa, tra contenuti e dispositivi appartenenti a epoche differenti. In realtà  anche se si fosse voluto dare un taglio netto con il passato, non sarebbe stato possibile eliminare del tutto il collegamento con il mondo analogico perché l’essere umano per sua natura è un sistema analogico. Il viaggio verso il digitale ha consentito di avvicinare tra loro l’ambiente informatico e televisivo (legato a quello cinematografico) a tal punto che oggi il confine tra questi due mondi è molto sottile, sebbene esistano ancora standard ben codificati e specifici per i differenti flussi di lavoro svolti. Spesso proprio questa flessibilità  alla quale poi si contrappongono regole ferree è la fonte di errate interpretazioni o supposizioni da parte degli utenti finali: basti pensare come in passato potesse essere frequente collegare un dispositivo al televisore attraverso il connettore S-Video, avviare la riproduzione e non capire il motivo per il quale l’immagine era visualizzata in bianco e nero anziché a colori. Nella prima parte di questo articolo ci proponiamo di introdurre il significato degli spazi colore che sono uno dei pilastri fondamentali, sia in campo analogico che digitale, alla base di tutti gli standard di riproduzione delle immagini e dei video. Nella seconda parte approfondiremo cosa si intende per risoluzione standard, ovvero come sono stati organizzati nel tempo i differenti formati delle immagini e di come quelli analogici siano stati tradotti in un corrispettivo digitale. Gli standard relativi alle risoluzioni definiscono parametri come la forma geometrica dei display e il numero di punti luminosi presenti nel pannello. Infine vi proponiamo una carrellata di quelle che sono state e sono oggi le più diffuse interfacce di collegamento e trasmissione dei segnali video nel settore informatico e in quello dell’elettronica di consumo. (…)

Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 246 – settembre 2011

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