Riprodurre colori accurati nella stampa a getto d’inchiostro

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Avete scattato una fotografia con colori fantastici, ma quando la stampate siete delusi per la scarsa fedeltà  cromatica. Vi spieghiamo perchè e come risolvere questo problema.

Di Sergio Lorizio

ICON_EDICOLAPer fotoamatori e professionisti, produrre una stampa fotografica di alta qualità  con un’unità  a getto d’inchiostro è l’atto finale di un percorso, o flusso di lavoro, iniziato con lo scatto e proseguito con il lavoro di editing, inteso sia come selezione delle foto sia come lavoro di correzione delle immagini. Questa fase comprende gli interventi oggettivi e soggettivi di ritocco e ottimizzazione per la riproduzione su uno specifico supporto cartaceo. Quello che anche per non pochi veterani della fotografia rimane un punto oscuro è come ottenere colori fedeli in stampa, replicando in modo accurato quanto visibile sul monitor. I meno informatizzati si affidano a un approccio sperimentale ed empirico, basato sull’esperienza, e modificano i colori dell’immagine originale in funzione di quello che ormai sanno essere il comportamento della stampante.
C’è, invece, un metodo più rigoroso per affrontare il problema: si chiama gestione del colore e in questo articolo vi descriveremo come organizzare un flusso di lavoro che porti a un riproduzione coerente delle immagini.

La gestione del colore

Con il termine gestione del colore si indica quell’insieme di tecnologie che si pongono l’obiettivo di mantenere uniformi i colori di un’immagine nel trasferimento su periferiche diverse a scopo di visualizzazione e stampa. La riproduzione del colore è influenzata dal dispositivo utilizzato: senza prendere accorgimenti specifici, non ci sono garanzie che i colori dell’immagine visualizzata sul monitor saranno riprodotti fedelmente dalla stampante. In primo luogo, ciò dipende dal fatto che le periferiche sono basate su tecnologie differenti e producono intervalli di tonalità  (chiamati gamut) che si sovrappongono solo in parte, ma non coincidono perfettamente.
Il monitor visualizza i colori secondo il modello additivo RGB: miscelando luce rossa, verde e blu in proporzioni e combinazioni diverse si ottengono tutti i colori dello spettro visivo. Le stampanti creano i colori secondo il modello sottrattivo CMYK, usando inchiostri ciano, magenta, giallo e nero che assorbono in misura variabile parte delle radiazioni luminose che li colpiscono e ne riflettono altre. Oltre alle tonalità  condivise da entrambi i modelli RGB e CMYK, vi sono colori visibili a monitor che non sono stampabili e, viceversa, colori stampabili che non sono visualizzabili a monitor. Ogni periferica, considerata singolarmente, ha poi caratteristiche peculiari ed è soggetta a variabili che ne modificano la risposta cromatica. Così, la riproduzione del colore è un campo disseminato d’incertezze: non sappiamo se tutte le tonalità  dell’immagine visualizzata sul monitor saranno mantenute in stampa, non sappiamo se le due periferiche interpreteranno le informazioni digitali del colore allo stesso modo, non sappiamo se un  secondo monitor visualizzerà  i colori come il primo, anche se entrambi fossero due esemplari della stessa marca e modello.
La tecnologia di gestione del colore cerca di rendere prevedibile, coerente e replicabile il processo di conversione cromatica tra le diverse periferiche che fanno parte della catena di riproduzione, all’insegna del “What You See Is What You Get”: ciò che vediamo a monitor sarà  uguale (o il più uguale possibile, viste le differenze intrinseche dei modelli di colore RGB e CMYK) a ciò che otterremo in stampa.
Il color management si fonda su concetti come spazio colore, gamut, caratterizzazione, profilazione e intenti di rendering, argomenti che sono stati trattati estesamente nell’articolo “Colore, i fondamenti della gestione digitale” pubblicato nel numero di giugno 2007 della rivista (l’articolo è disponibile anche in formato Pdf sul nostro sito Web).

Per riepilogarne i concetti fondamentali, possiamo dire che la gestione del colore si basa sulla profilazione delle periferiche. Per ogni dispositivo (fotocamera, scanner, monitor, stampante), una volta calibrato (cioè posto in uno stato noto e replicabile), si crea un profilo di colore, una sorta di impronta digitale che ne descrive le caratteristiche colorimetriche specifiche.
Il primo passo per profilare un apparecchio è la sua caratterizzazione, vale a dire la descrizione della corrispondenza tra le coordinate colorimetriche della periferica (RGB per il monitor, CMYK per la stampante) e le coordinate colorimetriche assolute e indipendenti che le rappresentano, definite nel modello CIE XYZ, Yxy o Lab che descrive lo spettro visivo umano medio. La caratterizzazione è realizzata per mezzo di strumenti di misurazione (colorimetri e spettrofotometri) assistiti da un software specifico. La tabella completa delle corrispondenze tra coordinate colore di periferica e coordinate colore assolute è calcolata dal software per interpolazione partendo da un certo numero di campioni di colore effettivamente prelevati e misurati strumentalmente. Questa tabella, in sostanza, ci dice due cose fondamentali: se la leggiamo in un senso rivela quale esatto colore XYZ l’apparecchio genera quando gli si invia una terna di valori RGB (monitor) o una quaterna di valori CMYK (stampante); leggendola nel senso opposto ci dice quali valori RGB o CMYK debbano essere  trasmessi per produrre un colore XYZ preciso. Così, se affianchiamo le tabelle di caratterizzazione di due periferiche, i valori colorimetrici assoluti del modello CIE permettono di eseguire la conversione. Il monitor dice R=168, G=83, B=44, cioè X=0,37, Y=0,19, Z= 0,02. Per stampare lo stesso colore si cerca la medesima terna XYZ nella tabella di caratterizzazione della stampante e si ottiene C=20, M=90, Y=20, K=0. In questo modo siamo in grado di riprodurre fedelmente i colori disponibili nel gamut di entrambe le periferiche.

Cosa succede quando una tonalità  è “fuori gamut”, ossia non è disponibile nello spazio di colore della periferica di destinazione? In questo caso intervengono i cosiddetti intenti di rendering. I primi due, definiti percettivo e saturazione, comprimono l’intera tavolozza dei colori dello spazio sorgente per adattarla allo spazio di destinazione. L’intento di rendering percettivo comprime e rimappa tutti i colori originali (anche quelli riproducibili in modo fedele), ma conserva l’equilibrio generale dell’immagine mantenendone le proporzioni cromatiche.
L’occhio umano, più sensibile alle relazioni tra i colori che ai loro valori assoluti, compensa automaticamente la differenza tra i due gamut. Questo intento di rendering è utile quando il gamut di destinazione è molto più ristretto di quello di partenza e il numero di colori fuori gamut è elevato, ma può causare la perdita di saturazione di molti colori. L’intento di rendering saturazione privilegia questa proprietà  del colore a spese della chiarezza e della tinta e per questo motivo è più indicato per la grafica business, in cui normalmente si antepone la vivacità  dei colori alla loro fedeltà  assoluta.
I due restanti intenti di rendering,  colorimetrico relativo e colorimetrico assoluto, mantengono inalterati tutti i colori in gamut e riproducono i colori fuori gamut nello spazio di destinazione con le tinte più vicine, sacrificando saturazione e chiarezza. La differenza sostanziale tra questi due intenti è che il metodo relativo converte il bianco originale in quello del profilo di destinazione (che potrebbe essere diverso) per ottenere un bianco accurato e puro. Nella pratica, l’intento di rendering colorimetrico assoluto è usato prevalentemente nelle prove di colore per simulare l’output di una stampante su un altro dispositivo, mentre il metodo colorimetrico relativo è un’alternativa solitamente migliore dell’intento percettivo perché protegge di più le tonalità  originali.
In molti casi, però, la differenza dei risultati tra i metodi percettivo, colorimetro relativo e saturazione è piuttosto sottile.
Per riassumere, la creazione del profilo di colore di una periferica richiede la calibrazione, la caratterizzazione e la profilazione finale, che integra le informazioni aggiuntive sugli intenti di rendering e sul motore di colore, il meccanismo che esegue calcoli e conversioni. (…)

(Estratto dall’articolo pubblicato sul numero 232 – luglio 2010)

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