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Come scaricare le ISO Microsoft originali dal Web

Alfonso Maruccia | 7 Settembre 2018

Microsoft Windows

Attraverso un portale di terze parti è possibile ottenere i link per il download del software originale Microsoft, un’operazione senza rischi che semplifica di molto la vita sia ai professionisti che agli utenti comuni.

Nel corso degli ultimi anni, Microsoft ha certamente semplificato il recupero delle immagini ISO e dei tool necessari a creare i supporti di installazione per Windows e gli altri prodotti software “in scatola” venduti dall’azienda. Anche se la situazione è cambiata, comunque, certi siti di terze parti continuano a offrire un’alternativa migliore e ancora più pratica da utilizzare per i suddetti download, con in più il vantaggio di recuperare i file direttamente dai server di Microsoft e quindi in maniera assolutamente sicura.

L’alternativa in oggetto si chiama TechBench by WZT, che si propone espressamente di aiutare gli utenti a scaricare i diversi software Microsoft “senza ricerche tediose o registrazioni” di sorta. I file vengono come detto recuperati dai server ufficiali, e per ogni download viene fornito un hash SHA1 così da poterne verificare la legittimità e la sicurezza on-line.

E’ possibile usare TechBench by WZT in due diverse “modalità” dalle differenze davvero minime, vale a dire la modalità standard e quella “estesa”: nel primo caso è necessario selezionare il tipo di architettura (32-bit/x32 o 64-bit/x64) per il download mentre nel secondo vengono proposti i link a tutte le versioni disponibili del software selezionato.

Le icone di corredo presenti nella parte superiore sinistra dell’interfaccia – peraltro minimale – del portale TechBench di Adguard permettono di cambiare la modalità di download del servizio, effettuare ricerche, visualizzare i ringraziamenti, fare una donazione al progetto o consultare le FAQ; con la casella in alto al centro è possibile cercare direttamente i download e con l’icona sulla destra si può cambiare la lingua usata per i messaggi di servizio.

Il numero di file che è possibile recuperare tramite il sito di Adguard è notevole, visto che il tipo (casella Type) di download selezionabili comprende le versioni finali di Windows (da Windows 7 in poi), le build provvisorie per i canali Insider (per Windows e non solo), Microsoft Office, i “pacchetti di valutazione” di TechNet, le versioni di Windows con licenza digitale (ESD), i pacchetti delle lingue per Windows (versione finale o Insider), le versioni di valutazione di Windows per le Virtual Machine più popolari (da Windows XP SP3 in su).

Un esempio concreto dell’utilizzo del servizio è il seguente: qualora volessimo scaricare l’ultima versione ufficiale di Windows 10 (April 2018 Update), dovremmo selezionare il tipo di download Windows (Final), la versione Windows 10, Version 1803 – Redstone 4, l’edizione Windows 10 (contenente in realtà tutte le edizioni attivabili a seconda della licenza in nostro possesso), infine la lingua Italiano. In tutta risposta, TechBench by WZT (versione estesa) ci fornirà due link temporanei per il download delle ISO x86 e x64, e noi potremo avviare il download che più ci interessa. Finché restano attivi, i link collegati ai due pulsanti Download possono anche essere copiati nel nostro dowload manager preferito per un recupero ancora più veloce e ottimizzato.

Nei nostri test di utilizzo, TechBench by WZT si è rivelato molto utile soprattutto per il recupero delle ultime versioni del software Microsoft; nel caso delle release non recentissime e nei pacchetti per le VM, invece, ci siamo trovati davanti a non pochi messaggi di errore in merito a “file non disponibili”. Il solo database di hash SHA1 fornito dal servizio, in ogni caso, può rivelarsi molto utile per effettuare ulteriori ricerche on-line (o magari sui servizi di P2P) così da recuperare l’agognato download. Ci teniamo infine a precisare, qualora ce ne fosse bisogno, che tutti i file scaricati tramite TechBench by WZT sono esclusivamente software originale Microsoft: se non possedete una licenza di utilizzo, non potrete farvene nulla.

Windows 10 bug errori disastro

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Bug Chkdsk, Microsoft ci mette una pezza a tempo di record

Alfonso Maruccia | 22 Dicembre 2020

Microsoft Software Windows

A breve distanza dalla rivelazione pubblica, il bug che coinvolge le ultime versioni di Windows 10 e l’utility Chkdsk viene corretto con un nuovo aggiornamento ufficiale. La solita patch per la patch, in attesa delle nuove patch.

Nella nuova era di Windows 10 e della QA amatoriale del programma Insider, persino l’uso di un’utility basilare ed essenziale come Chkdsk può portare alla compromissione dei dati degli utenti. Il caso è l’ennesimo, imbarazzante promemoria dell’instabilità della piattaforma Windows sotto la gestione di Satya Nadella, e questa volta anche Microsoft dev’essersi accorta del disagio – di principio prima ancora che concreto – vista la velocità con cui ha reagito al problema.

Il bug può portare alla compromissione del file system quando si usa il tool Chkdsk /f dalla riga di comando, con conseguente impossibilità di effettuare il boot di Windows come al solito. Microsoft ha ufficialmente ammesso l’esistenza del baco, aggiornando le pagine di supporto per i pacchetti di patch distribuiti a novembre (KB4586853) e dicembre (KB4592438) per Windows 10 2004 e 20H2.

Windows 10 rotto

Stando a quanto sostiene Redmond, un “numero ridotto di sistemi” ha sperimentato l’impossibilità di avviare i dischi dopo l’installazione dei suddetti pacchetti di aggiornamento. Ora la corporation ha distribuito l’ennesima patch correttiva per le patch bacate, un aggiornamento che dovrebbe augurabilmente risolvere il problema su tutti i sistemi configurati per l’uso automatico di Windows Update.

Nel caso in cui il danno fosse già stato fatto e il disco di sistema risultasse inaccessibile, Microsoft fornisce altresì le istruzioni necessarie a ripristinare il boot di Windows. La procedura descritta prevede l’avvio della console di ripristino di Windows 10, l’esecuzione di chkdsk /f nell’ambiente protetto e il riavvio (possibilmente senza BSOD o errori di sorta) dell’ambiente normale dell’OS-come-disastro.

Microsoft

News

Microsoft appoggia Facebook contro NSO Group

Luca Colantuoni | 22 Dicembre 2020

Facebook Microsoft WhatsApp

Microsoft e altre aziende hanno deciso di appoggiare Facebook nella causa contro NSO Group, la software house che ha creato Pegasus, noto tool di sorveglianza.

Microsoft, Google, Cisco, VMware e Internet Association hanno deciso di appoggiare Facebook nella battaglia legale contro NSO Group, l’azienda israeliana che sviluppa il famigerato Pegasus, utilizzato da alcuni governi come strumento di spionaggio. Secondo Facebook, NSO Group è corresponsabile dell’attacco effettuato l’anno scorso contro migliaia di persone, sfruttando una vulnerabilità di WhatsApp.

In base a quanto dichiarato da NSO Group, Pegasus viene utilizzato solo per combattere il crimine. In realtà alcuni governi autoritari usano il tool per spiare dissidenti politici, difensori dei diritti umani e giornalisti. Lo spyware è stato installato lo sorso anno su oltre 1.400 smartphone, sfruttando una vulnerabilità presente in WhatsApp.

I ricercatori di Citizen Lab hanno confermato il coinvolgimento di NSO Group, mentre Facebook ha denunciato l’azienda israeliana per aver violato il Computer Fraud and Abuse Act e altri leggi che vietano l’accesso non autorizzato ai dispositivi elettronici.

In sua difesa, NSO Group ha affermato di avere l’immunità sovrana, in quanto vende il software a governi stranieri. Secondo Microsoft e altre aziende, l’eventuale concessione dell’immunità sovrana porterebbe ad una proliferazione di tool per la sorveglianza che violano le leggi statunitensi.

Microsoft crede che i “mercenari del 21esimo secolo“, come NSO Group, non dovrebbero nascondersi dietro l’immunità dei loro clienti per evitare le responsabilità conseguenti all’uso dei software che loro stessi hanno creato. Queste “armi digitali” possono finire nelle mani sbagliate in seguito ad attacchi informatici, come accaduto all’italiana Hacking Team. Inoltre aziende private come NSO Group non comunicano la scoperta delle vulnerabilità, in quanto ne traggono un profitto. Microsoft afferma infine che questi tool di spionaggio vengono utilizzati per violare i diritti umani.

Microsoft e altre aziende ritengono che il business model di NSO Group è pericoloso e tale immunità consentirebbe di continuare la loro attività pericolosa senza regole legali, responsabilità o ripercussioni.

Microsoft

CPU

ARM, un SoC custom anche per Microsoft?

Alfonso Maruccia | 21 Dicembre 2020

ARM Intel Microsoft x86

Dopo Apple, anche Microsoft sarebbe interessata a farsi il suo chip ARM personale per applicazioni server e consumer della linea Surface. La minaccia a Intel si fa seria?

Microsoft intenderebbe seguire Apple sulla strada dei chip custom basati su architettura ARM, una mossa che permetterebbe alla corporation di Redmond di avere, come la suddetta Apple, maggiore controllo sul proprio destino tecnologico. Il rischio, ovviamente, è tutto per Intel e per il business fin qui fiorente delle CPU x86 per server.

Apple ha svelato l’esistenza del suo primo SoC ARM (M1) nelle ultime settimane, dopo un lavoro di design in cantiere da anni. Nel caso di Microsoft al momento si parla ancora di indiscrezioni, sebbene il portavoce Frank Shaw abbia parlato di “investimenti” nelle capacità interne dell’azienda di progettare, produrre e sviluppare nuove soluzioni nell’ambito dei componenti al silicio.

ARM

Secondo i rumor, Microsoft potrebbe sfruttare il suo chip ARM fatto in casa prima di tutto per i server del cloud di Azure, e in seconda istanza per i sistemi custom della linea Surface. Già in passato l’azienda aveva sviluppato SoC personalizzati in collaborazione con Qualcomm (Snapdragon SQ1, ARM) e AMD (Ryzen 3 custom, x86), ma questa volta l’indipendenza sarebbe quasi totale alla stregua di quanto fatto da Apple.

Diversamente dalla casa di Cupertino, se confermata la mossa di Microsoft potrebbe avere conseguenze decisamente più massicce per l’intero settore delle CPU. M1 non è destinato a rivoluzionare alcunché a eccezione del “giardino recintato” dei contenuti e dei servizi di Apple, mentre la storica partnership tra Microsoft e Intel per l’uso e il supporto dei processori x86 renderebbe la posizione di quest’ultima azienda a dir poco difficile.

Un ipotetico chip ARM custom in ambito server sarebbe forse meno potente, in quanto a capacità di calcolo, rispetto alle CPU x86 più recenti. Ma come il caso di Apple M1 sta a dimostrare, i vantaggi di una soluzione fatta in casa (per di più basata su un’architettura molto efficiente dal punto di vista energetico come ARM) sono la stretta integrazione dei diversi componenti “saldati” nel SoC (cache, memoria RAM, chipset ecc.) e la possibilità di “accelerare” i calcoli necessari a specifici task operativi.

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