Windows 10 rotto

Windows

Microsoft si arrende: Windows 10 non è più un “servizio”

Alfonso Maruccia | 5 Aprile 2019

Microsoft Software Windows

Redmond capitola di fronte alle polemiche e ai disastri delle ultime release del suo “OS-come-servizio” restituendo, almeno in parte, il […]

Redmond capitola di fronte alle polemiche e ai disastri delle ultime release del suo “OS-come-servizio” restituendo, almeno in parte, il controllo sulla gestione degli aggiornamenti di grandi e piccole dimensioni agli utenti.

Il modello di “sistema-operativo-come-servizio” propagandato da Microsoft in questi anni è ufficialmente defunto, perlomeno nella sua forma originaria: Windows 10 diventerà presto un OS meno ostile all’utente, che avrà molto più spazio di manovra quando si tratta di dare l’OK all’aggiornamento del sistema o, peggio ancora, all’installazione di una versione completamente nuova di Windows.

A dare la felice notizia è stato Mike Fortin, vice-presidente corporate di Windows che sul blog ufficiale ha parlato di miglioramenti all’esperienza degli update di Windows 10 in fatto di “qualità e trasparenza”: i major update di Windows 10 distribuiti ogni sei mesi non verranno più installati in maniera automatica, e resteranno “off-limits” dal PC finché l’utente non sceglierà di scaricare il mega-pacchetto di aggiornamento di sua spontanea volontà.

Le nuove release di Windows 10 verranno comunque installate alla fine del periodo di supporto garantito per la versione attualmente presente sul sistema, ha spiegato Fortin, mentre qualsiasi aggiornamento distribuito tramite Windows Update (inclusi quelli del Patch Tuesday, i driver di periferica e tutto quanto) potrà essere messo in pausa per 7 giorni di seguito, fino a un massimo di 35 giorni prima del download automatico.

Windows Update

La possibilità di mettere in pausa gli aggiornamenti era una funzionalità sin qui limitata solo alle edizioni Pro e superiori di Windows 10, mentre presto anche gli utenti dell’edizione Home avranno a disposizione questa opzione. Inoltre, e questa è la seconda notizia importante comunicata da Mike Fortin, Microsoft si prenderà un mese di tempo per testare a dovere la prossima major release di Windows 10 all’interno del canale Insider.

La futura versione di Windows 10 si chiamerà Windows 10 May 2019 Update e uscirà a fine maggio, dice Fortin, è augurabilmente non sarà angustiata dalla terrificante ridda di bug e problemi che hanno caratterizzato il disastro noto come Windows 10 October 2018 Update. Un periodo di test esteso (anche interno alla corporation) dovrebbe permettere agli sviluppatori di Redmond di evitare figuracce future e di non spaventare più gli utenti con “test” non previsti, come ad esempio capitato in questi giorni tramite le ignote e criptiche notifiche distribuite tramite la app UWP delle News.

Il fatto che Microsoft abbia deciso di arrendersi alla realtà è un’ottima notizia per l’intero mercato dei PC, sia dal punto di vista degli utenti finali che dei produttori OEM che avranno molti meno grattacapi a cui pensare: un sistema operativo per computer non è un “servizio” in aggiornamento costante, o almeno non può esserlo nei termini che il santone del cloud Satya Nadella vorrebbe. E se la possibilità di mettere in pausa per un periodo limitato di update non è ancora sufficiente, gli utenti avanzati possono sempre rivolgersi ai tool di terze parti per disabilitare gli aggiornamenti per tutto il tempo che vogliono.

Windows 10 bug errori disastro

Windows

Bug Chkdsk, Microsoft ci mette una pezza a tempo di record

Alfonso Maruccia | 22 Dicembre 2020

Microsoft Software Windows

A breve distanza dalla rivelazione pubblica, il bug che coinvolge le ultime versioni di Windows 10 e l’utility Chkdsk viene corretto con un nuovo aggiornamento ufficiale. La solita patch per la patch, in attesa delle nuove patch.

Nella nuova era di Windows 10 e della QA amatoriale del programma Insider, persino l’uso di un’utility basilare ed essenziale come Chkdsk può portare alla compromissione dei dati degli utenti. Il caso è l’ennesimo, imbarazzante promemoria dell’instabilità della piattaforma Windows sotto la gestione di Satya Nadella, e questa volta anche Microsoft dev’essersi accorta del disagio – di principio prima ancora che concreto – vista la velocità con cui ha reagito al problema.

Il bug può portare alla compromissione del file system quando si usa il tool Chkdsk /f dalla riga di comando, con conseguente impossibilità di effettuare il boot di Windows come al solito. Microsoft ha ufficialmente ammesso l’esistenza del baco, aggiornando le pagine di supporto per i pacchetti di patch distribuiti a novembre (KB4586853) e dicembre (KB4592438) per Windows 10 2004 e 20H2.

Windows 10 rotto

Stando a quanto sostiene Redmond, un “numero ridotto di sistemi” ha sperimentato l’impossibilità di avviare i dischi dopo l’installazione dei suddetti pacchetti di aggiornamento. Ora la corporation ha distribuito l’ennesima patch correttiva per le patch bacate, un aggiornamento che dovrebbe augurabilmente risolvere il problema su tutti i sistemi configurati per l’uso automatico di Windows Update.

Nel caso in cui il danno fosse già stato fatto e il disco di sistema risultasse inaccessibile, Microsoft fornisce altresì le istruzioni necessarie a ripristinare il boot di Windows. La procedura descritta prevede l’avvio della console di ripristino di Windows 10, l’esecuzione di chkdsk /f nell’ambiente protetto e il riavvio (possibilmente senza BSOD o errori di sorta) dell’ambiente normale dell’OS-come-disastro.

Microsoft

News

Microsoft appoggia Facebook contro NSO Group

Luca Colantuoni | 22 Dicembre 2020

Facebook Microsoft WhatsApp

Microsoft e altre aziende hanno deciso di appoggiare Facebook nella causa contro NSO Group, la software house che ha creato Pegasus, noto tool di sorveglianza.

Microsoft, Google, Cisco, VMware e Internet Association hanno deciso di appoggiare Facebook nella battaglia legale contro NSO Group, l’azienda israeliana che sviluppa il famigerato Pegasus, utilizzato da alcuni governi come strumento di spionaggio. Secondo Facebook, NSO Group è corresponsabile dell’attacco effettuato l’anno scorso contro migliaia di persone, sfruttando una vulnerabilità di WhatsApp.

In base a quanto dichiarato da NSO Group, Pegasus viene utilizzato solo per combattere il crimine. In realtà alcuni governi autoritari usano il tool per spiare dissidenti politici, difensori dei diritti umani e giornalisti. Lo spyware è stato installato lo sorso anno su oltre 1.400 smartphone, sfruttando una vulnerabilità presente in WhatsApp.

I ricercatori di Citizen Lab hanno confermato il coinvolgimento di NSO Group, mentre Facebook ha denunciato l’azienda israeliana per aver violato il Computer Fraud and Abuse Act e altri leggi che vietano l’accesso non autorizzato ai dispositivi elettronici.

In sua difesa, NSO Group ha affermato di avere l’immunità sovrana, in quanto vende il software a governi stranieri. Secondo Microsoft e altre aziende, l’eventuale concessione dell’immunità sovrana porterebbe ad una proliferazione di tool per la sorveglianza che violano le leggi statunitensi.

Microsoft crede che i “mercenari del 21esimo secolo“, come NSO Group, non dovrebbero nascondersi dietro l’immunità dei loro clienti per evitare le responsabilità conseguenti all’uso dei software che loro stessi hanno creato. Queste “armi digitali” possono finire nelle mani sbagliate in seguito ad attacchi informatici, come accaduto all’italiana Hacking Team. Inoltre aziende private come NSO Group non comunicano la scoperta delle vulnerabilità, in quanto ne traggono un profitto. Microsoft afferma infine che questi tool di spionaggio vengono utilizzati per violare i diritti umani.

Microsoft e altre aziende ritengono che il business model di NSO Group è pericoloso e tale immunità consentirebbe di continuare la loro attività pericolosa senza regole legali, responsabilità o ripercussioni.

Microsoft

CPU

ARM, un SoC custom anche per Microsoft?

Alfonso Maruccia | 21 Dicembre 2020

ARM Intel Microsoft x86

Dopo Apple, anche Microsoft sarebbe interessata a farsi il suo chip ARM personale per applicazioni server e consumer della linea Surface. La minaccia a Intel si fa seria?

Microsoft intenderebbe seguire Apple sulla strada dei chip custom basati su architettura ARM, una mossa che permetterebbe alla corporation di Redmond di avere, come la suddetta Apple, maggiore controllo sul proprio destino tecnologico. Il rischio, ovviamente, è tutto per Intel e per il business fin qui fiorente delle CPU x86 per server.

Apple ha svelato l’esistenza del suo primo SoC ARM (M1) nelle ultime settimane, dopo un lavoro di design in cantiere da anni. Nel caso di Microsoft al momento si parla ancora di indiscrezioni, sebbene il portavoce Frank Shaw abbia parlato di “investimenti” nelle capacità interne dell’azienda di progettare, produrre e sviluppare nuove soluzioni nell’ambito dei componenti al silicio.

ARM

Secondo i rumor, Microsoft potrebbe sfruttare il suo chip ARM fatto in casa prima di tutto per i server del cloud di Azure, e in seconda istanza per i sistemi custom della linea Surface. Già in passato l’azienda aveva sviluppato SoC personalizzati in collaborazione con Qualcomm (Snapdragon SQ1, ARM) e AMD (Ryzen 3 custom, x86), ma questa volta l’indipendenza sarebbe quasi totale alla stregua di quanto fatto da Apple.

Diversamente dalla casa di Cupertino, se confermata la mossa di Microsoft potrebbe avere conseguenze decisamente più massicce per l’intero settore delle CPU. M1 non è destinato a rivoluzionare alcunché a eccezione del “giardino recintato” dei contenuti e dei servizi di Apple, mentre la storica partnership tra Microsoft e Intel per l’uso e il supporto dei processori x86 renderebbe la posizione di quest’ultima azienda a dir poco difficile.

Un ipotetico chip ARM custom in ambito server sarebbe forse meno potente, in quanto a capacità di calcolo, rispetto alle CPU x86 più recenti. Ma come il caso di Apple M1 sta a dimostrare, i vantaggi di una soluzione fatta in casa (per di più basata su un’architettura molto efficiente dal punto di vista energetico come ARM) sono la stretta integrazione dei diversi componenti “saldati” nel SoC (cache, memoria RAM, chipset ecc.) e la possibilità di “accelerare” i calcoli necessari a specifici task operativi.

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