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Documenti nel Cloud

Dario Orlandi | 14 Marzo 2018

Cloud Comparative Internet Servizi Web

I servizi di storage remoto fanno ormai parte della vita quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo: ma quali (e quante) sono le differenze principali tra le varie offerte e quali le specificità che fanno preferire un servizio all’altro? Scopriamolo insieme.

Locale e remoto, hard disk oppure cloud: la maggior parte degli utenti di computer e dispositivi mobile ha accesso a una notevole varietà di opzioni, quando si tratta di decidere come memorizzare e condividere informazioni, file e documenti di qualsiasi genere. Negli ultimi tempi il mercato si è consolidato e stabilizzato: alcuni nomi storici hanno abbandonato il settore oppure hanno cambiato il loro modello di business, mentre i giganti del settore IT hanno acquisito sempre più peso grazie alla “forza bruta” della loro disponibilità di risorse. Dal punto di vista funzionale, ciascuno dei principali servizi di storage ha assunto una fisionomia ben precisa, abbinando alle funzioni di base alcuni strumenti specifici, capaci di differenziarlo dalla concorrenza e offrire soluzioni pensate per soddisfare le esigenze di specifiche categorie di utenti. Nelle prossime pagine analizzeremo le offerte dei principali attori di questo mercato, scoprendone i punti di forza e le caratteristiche più importanti.

Con la distribuzione del Fall Creators Update, Microsoft ha ripristinato una funzione di OneDrive che era stata inizialmente implementata ai tempi di Windows 8, per poi essere accantonata nei primi anni di vita di Windows 10: si tratta dei segnaposto, una tecnologia che permette di visualizzare il contenuto delle cartelle sincronizzate anche se i file non sono presenti sull’hard disk locale e quindi non occupano spazio. Ai tempi della sua prima introduzione era una novità esclusiva, mentre ora questa funzione è offerta, seppur con denominazioni e dettagli tecnici leggermente differenti, dalla maggioranza dei provider. OneDrive rimane comunque l’unico servizio a proporre i segnaposto per tutti gli utenti (con computer Windows 10 aggiornati); i concorrenti, invece, offrono questa funzione soltanto agli abbonati a pagamento. Ma non si tratta soltanto di una scelta di carattere commerciale: i segnaposto, infatti, diventano sempre più utili al crescere della quantità di dati memorizzata nel cloud e sincronizzata in locale.

Documenti nel cloud

Dopo un periodo di sviluppo tumultuoso, le offerte dei provider di cloud storage si sono allineate.

Gli account gratuiti sono limitati a qualche Gbyte di dati, che possono essere sincronizzati senza troppi problemi anche in toto, evitando le piccole complicanze nella gestione dei file introdotte dai segnaposto. Ma le differenze tra i vari servizi non sono limitate soltanto all’accesso a questa funzione: nel corso degli ultimi mesi, infatti, tutti i principali attori del settore hanno imboccato strade diverse per differenziare la propria proposta e offrire ai potenziali clienti strumenti più ricchi e originali. L’offerta è ormai così variegata che il semplice cloud storage è soltanto una parte (a volte la meno rilevante) di un pacchetto più ampio: un esempio eclatante è quello di OneDrive. Microsoft propone un semplice incremento dello spazio a disposizione degli utenti (2 euro al mese per passare da 5 a 50 Gbyte), ma con 7 euro al mese si può invece acquistare un abbonamento Personal a Office 365, che incrementa lo spazio disponibile fino a 1 Tbyte, ma soprattutto include anche l’accesso alle applicazioni principali della suite Office per un computer, uno smartphone e un tablet. Il prezzo è paragonabile a quello dell’offerta Plus di Dropbox (8,25 euro al mese per 1 Tbyte), ma oltre allo spazio di storage gli utenti hanno accesso all’intera piattaforma Office di Microsoft. La scelta del provider di storage non può più prescindere dalla valutazione complessiva sulla piattaforma e gli strumenti messi a disposizione, per individuare quelli più adatti alle necessità personali.

Come vedremo, l’offerta di strumenti e funzioni dedicate alla memorizzazione remota dei file è ormai molto stabile e matura: i servizi principali hanno raggiunto un punto di equilibrio in cui le funzioni più importanti sono patrimonio comune. Gli utenti possono quindi decidere di passare da un provider all’altro con la ragionevole certezza di mantenere tutte le loro abitudini e di ritrovare (magari con qualche piccola differenza nell’implementazione) gli strumenti che utilizzano nel lavoro quotidiano.

Una notevole spinta all’adozione dei servizi di storage online è venuta anche dalla diffusione dei dispositivi mobile, come smartphone e tablet: questi file system remoti hanno rappresentato per anni una brillante scorciatoia per superare le limitazioni nell’accesso e nella gestione dei file da parte dei sistemi operativi mobile e nello stesso tempo per avere sempre a disposizione tutti i documenti più importanti senza doverli mantenere memorizzati in modo permanente nella limitata memoria di massa di questi dispositivi. In questo articolo abbiamo scelto di concentrare l’attenzione sulle proposte di quattro servizi principali: Dropbox, Google Drive, OneDrive di Microsoft e il più recente Sync. Nato nel 2011, questo servizio si è contraddistinto per un approccio rigoroso alle tematiche relative alla sicurezza dei dati e alla privacy degli utenti; la sua infrastruttura è cresciuta negli ultimi tempi, grazie anche al successo dovuto all’attenzione nei confronti delle problematiche relative alla sicurezza delle informazioni memorizzate nel cloud, e l’offerta è paragonabile, per struttura e funzioni, a quella dei principali attori del settore. Infine non potevamo trascurare un provider di grande importanza, che però ha strutturato la sua offerta in modo diverso rispetto ai concorrenti: Amazon Drive è un servizio destinato ai soli utenti Prime (tecnicamente, quindi, non offre una sottoscrizione gratuita), ma propone una struttura di prezzi competitiva e si integra in maniera perfetta con gli altri servizi premium del gigante del commercio elettronico.

Non tutti, però, necessitano di un servizio così ricco per la memorizzazione e la condivisione dei file: molti cercano soltanto una soluzione semplice, veloce e affidabile per scambiare documenti (spesso di dimensioni non trascurabili) con amici, parenti, colleghi o clienti e fornitori. Anche in questo caso, una sponda nel cloud può essere la risposta più efficace alle esigenze degli utenti; basta sfruttare uno dei servizi di memorizzazione temporanea dei file che spesso non richiedono neppure una registrazione. Scopriremo anche in questo caso quali sono gli attori principali in questo settore e come sfruttarne al meglio le funzioni, sia accedendo direttamente alle loro interfacce (spesso basate sul Web) sia integrandole all’interno di altre applicazioni.

Come scambiare file tramite cloud

I tradizionali servizi di cloud storage offrono tutti gli strumenti per condividere singoli file e intere cartelle con altri utenti, spesso senza bisogno che si iscrivano al servizio. In genere l’utente può generare un link di condivisione e comunicarlo agli interlocutori, che potranno visitarlo con un browser per visualizzare o scaricare i file. I servizi più evoluti consentono di impostare password per proteggere i contenuti (altrimenti chiunque venga a conoscenza del link può scaricare i file), decidere una data di scadenza oltre la quale il link non funzionerà più, verificare chi ha scaricato i file e altro ancora. Ma le limitazioni di spazio degli account gratuiti e le complessità legate alla registrazione o all’autenticazione degli utenti ha favorito la nascita di una diversa tipologia di servizi di storage remoto, pensati per fornire un semplice punto d’appoggio in cui memorizzare i file che devono essere scambiati con altri utenti, spesso senza neppure bisogno di registrarsi o di autenticarsi. Questi servizi sono un’alternativa più moderna agli allegati di posta elettronica, specialmente quando la dimensione dei file da inviare supera una certa soglia.

Potete leggere come scambiare file tramite il cloud nella nostra guida specifica.

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Google Cloud Print

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Google Cloud Print, addio dal 1 gennaio 2021

Luca Colantuoni | 30 Dicembre 2020

Cloud Google Stampa

Il servizio Google Cloud Print cesserà di funzionare dal 1 gennaio 2021, quindi gli utenti devono scegliere un’alternativa per la stampa dei documenti.

Come anticipato un anno fa, Google Cloud Print non sarà più supportato dal 1 gennaio 2021. Il servizio per la stampa cloud introdotto nel 2010 si aggiungerà dunque ai numerosi prodotti presenti nel “cimitero digitale” dell’azienda di Mountain View, dove riposa anche Google Play Music, recentemente sostituito da YouTube Music. Google suggerisce alcune soluzioni alternative.

Google Cloud Print era stato sviluppato circa dieci anni fa per offrire la funzionalità di stampa agli utenti che usavano Chrome OS. All’epoca il sistema operativo non supportava le stampanti locali, quindi i documenti dovevano essere inviati ai server di Google. Le stampanti senza scheda di rete potevano accedere ad Internet tramite computer al quale era collegata e sul quale era installato Chrome.

Il servizio è stato successivamente migliorato per supportare ogni sistema operativo, quindi anche Windows, macOS, Linux e Android. A partire dal 2017 è disponibile il supporto nativo per la stampa in Chrome OS, pertanto Cloud Print è diventato obsoleto. Per questo motivo Google ha deciso di interrompere il supporto dal 1 gennaio 2021.

L’azienda di Mountain View suggerisce alle aziende di utilizzare CUPS (Common Unix Printing System) per la stampa con Chrome OS. Nelle pagine di supporto ci sono le istruzioni da seguire per la configurazione del server di stampa e le funzionalità disponibili.

Google comunica inoltre che l’opzione “Salva in Drive” di Chrome verrà rimossa dal 1 gennaio 2021 su Windows, macOS e Linux. I documenti potranno essere salvati in formato PDF su Google Drive dall’anteprima di stampa, ma occorre installare Backup e sincronizzazione o Drive File Stream.

Amazon Luna

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Amazon Luna disponibile anche su Android

Luca Colantuoni | 16 Dicembre 2020

Amazon Cloud Gaming

Il servizio di cloud gaming Amazon Luna è ora disponibile anche su Android, ma gli utenti devono utilizzare specifici smartphone di Google, Samsung e OnePlus.

L’azienda di Seattle ha comunicato che Amazon Luna supporta anche Android. Il servizio di cloud gaming, annunciato a fine settembre e disponibile da fine ottobre (solo negli Stati Uniti), permette di accedere ad un vasto catalogo di giochi tramite Google Chrome. Essendo ancora una versione preliminare è necessario chiedere l’accesso sul sito ufficiale.

Amazon Luna era inizialmente disponibile su PC, Mac, Fire TV, iPhone e iPad. Il servizio di cloud gaming supporta ora anche Android tramite web app (come su iOS). È quindi necessario accedere all’indirizzo www.amazon.com/luna con almeno la versione 86 di Google Chrome. Come indicato nella pagina di supporto, gli utenti devono avere uno specifico smartphone con almeno Android 9 Pie.

Questi sono gli smartphone compatibili (altri verranno aggiunti nei prossimi giorni):

  • Pixel 4 XL
  • Pixel 4a
  • Pixel 4a 5G
  • Pixel 5
  • Samsung Galaxy S10
  • Samsung Galaxy S10+
  • Samsung Galaxy Note 10
  • Samsung Galaxy Note 10+
  • Samsung Galaxy S20
  • Samsung Galaxy S20+
  • Samsung Galaxy S20 Ultra
  • Samsung Galaxy Note 20
  • OnePlus 7
  • OnePlus 7 Pro
  • OnePlus 8
  • OnePlus 8 Pro
  • OnePlus Nord
  • OnePlus 7T
  • OnePlus 7T Pro

Il sito 9to5Google ha verificato il funzionamento anche con il Galaxy Note 20 Ultra. Altri requisiti minimi sono una connessione Internet con velocità di 10 Mbps e un controller Bluetooth (oltre a quello di Amazon è possibile utilizzare quello di Xbox One o PlayStation 4).

Gli utenti possono sottoscrivere l’abbonamento a due canali: Luna+ (5,99 dollari/mese) e Ubisoft+ (14,99 dollari/mese). Non è noto se e quando il servizio sarà accessibile anche in Italia.

Google Account

Internet

Evitare la chiusura di un account Google per inattività

Alfonso Maruccia | 15 Dicembre 2020

Cloud Google Servizi Web

Google ha cambiato la politica di gestione degli account, che ora potranno diventare inattivi e causare la cancellazione dei dati degli utenti. Scopriamo come evitare il sopraggiungere di questa incresciosa situazione.

Anche Google, come Microsoft, ha ora stabilito una policy ben definita per la gestione degli account inattivi. Le promesse del cloud infinito ed eterno sono solo bugie e marketing promozionale, conferma Mountain View senza vergogna, e tocca agli utenti stare attenti a quello che fanno (oppure non fanno) online per evitare di trovarsi con anni e anni di dati cancellati senza (quasi) preavviso.

La nuova politica di Google per gli account inattivi è entrata in vigore assieme alla fine dell’archiviazione illimitata su Google Foto e Google Drive, e come quest’ultima limitazione entrerà in vigore a partire dal primo giugno 2021. L’applicazione concreta della nuova policy non avverrà in ogni caso prima del primo giugno 2023, conferma ora la corporation via mail.

Google Cloud

Per account inattivo, Google intende un account che non ha registrato alcuna attività in Gmail, Drive o Foto per almeno 2 anni (24 mesi). A quel punto, Mountain View si riserva la “possibilità” (quindi la garanzia assoluta al netto delle menzogne del cloud) di cancellare i dati degli utenti. Le stesse regole si applicazioni a chi supera i nuovi limiti dello spazio di archiviazione gratuito (15GB) per due anni, mentre gli abbonati al servizio a pagamento Google One che sono “in regola” con i pagamenti e con il rispetto dei limiti di spazio non saranno interessati dalla norma.

Google dice che invierà opportuna comunicazione all’utente almeno tre mesi prima di procedere alla cancellazione dei dati, fornendo l’occasione di evitare la cancellazione o di scaricare i dati ancora presenti sull’account. La soluzione migliore, almeno dal punto di vista di Google, è ovviamente quella di tornare a usare Gmail, Foto, Drive e gli altri servizi della corporation, e magari di controllare le (nuove) attività tramite l’apposita pagina dedicata.

Una ulteriore possibilità di salvataggio dei dati Google la fornisce quando l’inattività dell’account dipende dal decesso dell’utente, una possibilità che può essere gestita diversamente a seconda della volontà eventualmente espressa dall’utente defunto prima di digitare l’ultimo meme online. L’ideale, in questo caso, sarebbe stabilire un contatto di fiducia a cui Google potrebbe inviare un messaggio per sopraggiunta inattività. In alternativa è possibile decidere che l’account inattivo venga eliminato senza ulteriori richieste a terzi.

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