Surface Pro X

Notebook

Surface Pro X con Microsoft SQ2 ad ottobre?

Luca Colantuoni | 17 Settembre 2020

Microsoft Notebook Surface

L’azienda di Redmond dovrebbe annunciare ad ottobre un nuovo Surface Pro X con processore Microsoft SQ2 basato sullo Snapdragon 8cx Gen 2 5G di Qualcomm.

L’azienda di Redmond dovrebbe annunciare ad ottobre un nuovo Surface Pro X. Secondo le fonti di Windows Central, il dispositivo 2-in-1 di seconda generazione integrerà il processore Microsoft SQ2, derivato dal recente Snapdragon 8cx Gen 2 5G di Qualcomm. Durante l’evento di lancio potrebbe essere svelato anche il Surface Laptop con schermo da 12,5 pollici.

Il Surface Pro X2 (nome ipotetico) avrà probabilmente un design simile al primo modello annunciato ad ottobre 2019. Microsoft potrebbe tuttavia ridurre lo spessore e il peso. Il cambiamento estetico più significato dovrebbe essere rappresentato dall’introduzione del colore platino, disponibile per i Surface Pro 7, Surface Laptop 3, Surface Book 3 e Surface Go 2, ma non per il Surface Pro X. Anche per la Type Cover è previsto lo stesso colore.

https://www.youtube.com/watch?v=v5SFBpMiaiQ&pbj=1

Per quanto riguarda la dotazione hardware, la novità più importante dovrebbe essere il processore Microsoft SQ2, versione personalizzata dello Snapdragon 8cx Gen 2 5G. Se confermato, il Surface Pro X2 potrebbe essere il primo Surface con connettività 5G. Il nuovo SoC di Qualcomm può essere anche abbinato ad un modem LTE.

La vera incognita sarà il supporto software. Windows 10 on ARM può emulare solo le app x86 a 32 bit. Microsoft potrebbe quindi annunciare la compatibilità con le app x86 a 64 bit. In questo caso gli utenti saranno maggiormente incentivati all’acquisto, visto il prezzo non proprio accessibile del dispositivo (l’attuale Surface Pro X è in vendita a partire da 999 euro).

Il Surface Laptop da 12,5 pollici dovrebbe invece integrare un processore Intel Core i5 di decima generazione, 4 GB di RAM e 64 GB di storage. Si prevede un prezzo compreso tra 500 e 600 euro.

Windows 10 bug errori disastro

Windows

Bug Chkdsk, Microsoft ci mette una pezza a tempo di record

Alfonso Maruccia | 22 Dicembre 2020

Microsoft Software Windows

A breve distanza dalla rivelazione pubblica, il bug che coinvolge le ultime versioni di Windows 10 e l’utility Chkdsk viene corretto con un nuovo aggiornamento ufficiale. La solita patch per la patch, in attesa delle nuove patch.

Nella nuova era di Windows 10 e della QA amatoriale del programma Insider, persino l’uso di un’utility basilare ed essenziale come Chkdsk può portare alla compromissione dei dati degli utenti. Il caso è l’ennesimo, imbarazzante promemoria dell’instabilità della piattaforma Windows sotto la gestione di Satya Nadella, e questa volta anche Microsoft dev’essersi accorta del disagio – di principio prima ancora che concreto – vista la velocità con cui ha reagito al problema.

Il bug può portare alla compromissione del file system quando si usa il tool Chkdsk /f dalla riga di comando, con conseguente impossibilità di effettuare il boot di Windows come al solito. Microsoft ha ufficialmente ammesso l’esistenza del baco, aggiornando le pagine di supporto per i pacchetti di patch distribuiti a novembre (KB4586853) e dicembre (KB4592438) per Windows 10 2004 e 20H2.

Windows 10 rotto

Stando a quanto sostiene Redmond, un “numero ridotto di sistemi” ha sperimentato l’impossibilità di avviare i dischi dopo l’installazione dei suddetti pacchetti di aggiornamento. Ora la corporation ha distribuito l’ennesima patch correttiva per le patch bacate, un aggiornamento che dovrebbe augurabilmente risolvere il problema su tutti i sistemi configurati per l’uso automatico di Windows Update.

Nel caso in cui il danno fosse già stato fatto e il disco di sistema risultasse inaccessibile, Microsoft fornisce altresì le istruzioni necessarie a ripristinare il boot di Windows. La procedura descritta prevede l’avvio della console di ripristino di Windows 10, l’esecuzione di chkdsk /f nell’ambiente protetto e il riavvio (possibilmente senza BSOD o errori di sorta) dell’ambiente normale dell’OS-come-disastro.

Microsoft

News

Microsoft appoggia Facebook contro NSO Group

Luca Colantuoni | 22 Dicembre 2020

Facebook Microsoft WhatsApp

Microsoft e altre aziende hanno deciso di appoggiare Facebook nella causa contro NSO Group, la software house che ha creato Pegasus, noto tool di sorveglianza.

Microsoft, Google, Cisco, VMware e Internet Association hanno deciso di appoggiare Facebook nella battaglia legale contro NSO Group, l’azienda israeliana che sviluppa il famigerato Pegasus, utilizzato da alcuni governi come strumento di spionaggio. Secondo Facebook, NSO Group è corresponsabile dell’attacco effettuato l’anno scorso contro migliaia di persone, sfruttando una vulnerabilità di WhatsApp.

In base a quanto dichiarato da NSO Group, Pegasus viene utilizzato solo per combattere il crimine. In realtà alcuni governi autoritari usano il tool per spiare dissidenti politici, difensori dei diritti umani e giornalisti. Lo spyware è stato installato lo sorso anno su oltre 1.400 smartphone, sfruttando una vulnerabilità presente in WhatsApp.

I ricercatori di Citizen Lab hanno confermato il coinvolgimento di NSO Group, mentre Facebook ha denunciato l’azienda israeliana per aver violato il Computer Fraud and Abuse Act e altri leggi che vietano l’accesso non autorizzato ai dispositivi elettronici.

In sua difesa, NSO Group ha affermato di avere l’immunità sovrana, in quanto vende il software a governi stranieri. Secondo Microsoft e altre aziende, l’eventuale concessione dell’immunità sovrana porterebbe ad una proliferazione di tool per la sorveglianza che violano le leggi statunitensi.

Microsoft crede che i “mercenari del 21esimo secolo“, come NSO Group, non dovrebbero nascondersi dietro l’immunità dei loro clienti per evitare le responsabilità conseguenti all’uso dei software che loro stessi hanno creato. Queste “armi digitali” possono finire nelle mani sbagliate in seguito ad attacchi informatici, come accaduto all’italiana Hacking Team. Inoltre aziende private come NSO Group non comunicano la scoperta delle vulnerabilità, in quanto ne traggono un profitto. Microsoft afferma infine che questi tool di spionaggio vengono utilizzati per violare i diritti umani.

Microsoft e altre aziende ritengono che il business model di NSO Group è pericoloso e tale immunità consentirebbe di continuare la loro attività pericolosa senza regole legali, responsabilità o ripercussioni.

Microsoft

CPU

ARM, un SoC custom anche per Microsoft?

Alfonso Maruccia | 21 Dicembre 2020

ARM Intel Microsoft x86

Dopo Apple, anche Microsoft sarebbe interessata a farsi il suo chip ARM personale per applicazioni server e consumer della linea Surface. La minaccia a Intel si fa seria?

Microsoft intenderebbe seguire Apple sulla strada dei chip custom basati su architettura ARM, una mossa che permetterebbe alla corporation di Redmond di avere, come la suddetta Apple, maggiore controllo sul proprio destino tecnologico. Il rischio, ovviamente, è tutto per Intel e per il business fin qui fiorente delle CPU x86 per server.

Apple ha svelato l’esistenza del suo primo SoC ARM (M1) nelle ultime settimane, dopo un lavoro di design in cantiere da anni. Nel caso di Microsoft al momento si parla ancora di indiscrezioni, sebbene il portavoce Frank Shaw abbia parlato di “investimenti” nelle capacità interne dell’azienda di progettare, produrre e sviluppare nuove soluzioni nell’ambito dei componenti al silicio.

ARM

Secondo i rumor, Microsoft potrebbe sfruttare il suo chip ARM fatto in casa prima di tutto per i server del cloud di Azure, e in seconda istanza per i sistemi custom della linea Surface. Già in passato l’azienda aveva sviluppato SoC personalizzati in collaborazione con Qualcomm (Snapdragon SQ1, ARM) e AMD (Ryzen 3 custom, x86), ma questa volta l’indipendenza sarebbe quasi totale alla stregua di quanto fatto da Apple.

Diversamente dalla casa di Cupertino, se confermata la mossa di Microsoft potrebbe avere conseguenze decisamente più massicce per l’intero settore delle CPU. M1 non è destinato a rivoluzionare alcunché a eccezione del “giardino recintato” dei contenuti e dei servizi di Apple, mentre la storica partnership tra Microsoft e Intel per l’uso e il supporto dei processori x86 renderebbe la posizione di quest’ultima azienda a dir poco difficile.

Un ipotetico chip ARM custom in ambito server sarebbe forse meno potente, in quanto a capacità di calcolo, rispetto alle CPU x86 più recenti. Ma come il caso di Apple M1 sta a dimostrare, i vantaggi di una soluzione fatta in casa (per di più basata su un’architettura molto efficiente dal punto di vista energetico come ARM) sono la stretta integrazione dei diversi componenti “saldati” nel SoC (cache, memoria RAM, chipset ecc.) e la possibilità di “accelerare” i calcoli necessari a specifici task operativi.

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