Windows Update

Windows

Come installare Windows 10 da zero senza formattare

Alfonso Maruccia | 10 Settembre 2018

Microsoft Windows

Nelle recenti versioni di Windows è presente uno strumento in grado di facilitare la reinstallazione del sistema, così da rendere accessibile questa procedura anche a chi non è molto avvezzo a formattazioni, partizionamenti, masterizzazioni di ISO e operazioni similari.

Negli ultimi anni la stabilità degli ambienti Windows è migliorata parecchio, e al di là dell’esperienza personale dei singoli utenti – che può sempre variare al mutare delle condizioni di utilizzo – Windows 10 tende mediamente a essere un sistema operativo stabile nell’uso quotidiano e con poche sorprese spiacevoli seguite da eventuali schermate BSOD. L’instabilità e le schermate blu della morte non sono in ogni caso sparite del tutto, e a volte può essere necessario dare un taglio netto all’attuale ambiente di lavoro per far ripartire Windows completamente da zero.

Un nuovo driver di periferica può manifestare gravi problemi di instabilità, un aggiornamento recente rilasciato da Microsoft può rivelarsi incompatibile con il software installato sulla macchina o con Windows stesso: in questi e altri casi, se usiamo la versione Creators Update di Windows 10 (1703) o una release successiva abbiamo a nostra disposizione un nuovo strumento chiamato Fresh Start – anche noto come Installazione da zero nelle ultime release dell’OS.

Come spiegato chiaramente da Microsoft, Installazione da zero reinstalla l’ultima versione disponibile di Windows 10 rimuovendo la maggior parte del software caricato dall’utente, le app e i software di sicurezza (antivirus). Fresh Start installa una versione “pulita” di Windows 10, con solo l’aggiunta delle app UWP fornite di default dal produttore del PC. Tutto il resto – driver di periferica aggiornati inclusi – dovrà essere reinstallato da capo dall’utente, mentre le principali impostazioni di personalizzazione del sistema operativo e, soprattutto, i dati personali dell’utente sopravvivranno al processo di refresh.

In sostanza, Fresh Start permette di eseguire un’operazione di “svecchiamento” del sistema operativo non molto dissimile da quella ottenibile con la formattazione del disco e l’installazione eseguita da un disco DVD o USB, con in più il vantaggio di non dover trafficare con ISO, partizioni e modifiche delle impostazioni di avvio dal BIOS UEFI.

I passi da seguire per accedere alla procedura di Installazione da zero sono i seguenti: accedere alle Impostazioni del sistema (premere il tasto Windows, digitare Impostazioni), selezionare Aggiornamento e sicurezza, poi Ripristino sulla parte sinistra dello schermo e fare click su Scopri come eseguire un’installazione pulita di Windows, sotto la voce Altre opzioni di ripristino. Rispondere infine Si alla finestra di dialogo che rimanda all’apertura della app Windows Defender Security Center per trovarsi di fronte allo strumento Installazione da zero.

Una volta premuto sul tasto Per iniziare, Windows ci informerà sugli effetti dell’installazione da zero e il tempo impiegato dall’operazione (“20 minuti” o più), fornirà una lista di app e applicazioni desktop che verranno rimosse e avvierà la procedura di reinstallazione.

Fresh Start 4

Al successivo riavvio, Windows 10 dovrebbe avere l’aspetto spoglio tipico di una nuova installazione dell’OS, e starà all’utente popolare il sistema con i suoi programmi preferiti, gli eventuali giochi, i driver di periferica aggiornati e tutto quanto. Un’avvertenza, infine, per evitare la perdita di dati importanti: visto che fidarsi è bene ma non fidarsi di Microsoft è meglio, prima di reinstallare Windows è opportuno effettuare un backup dei dati che non possiamo davvero rischiare di perdere a causa di eventuali problemi insorti durante la procedura di refresh.

Windows 10 bug errori disastro

Windows

Bug Chkdsk, Microsoft ci mette una pezza a tempo di record

Alfonso Maruccia | 22 Dicembre 2020

Microsoft Software Windows

A breve distanza dalla rivelazione pubblica, il bug che coinvolge le ultime versioni di Windows 10 e l’utility Chkdsk viene corretto con un nuovo aggiornamento ufficiale. La solita patch per la patch, in attesa delle nuove patch.

Nella nuova era di Windows 10 e della QA amatoriale del programma Insider, persino l’uso di un’utility basilare ed essenziale come Chkdsk può portare alla compromissione dei dati degli utenti. Il caso è l’ennesimo, imbarazzante promemoria dell’instabilità della piattaforma Windows sotto la gestione di Satya Nadella, e questa volta anche Microsoft dev’essersi accorta del disagio – di principio prima ancora che concreto – vista la velocità con cui ha reagito al problema.

Il bug può portare alla compromissione del file system quando si usa il tool Chkdsk /f dalla riga di comando, con conseguente impossibilità di effettuare il boot di Windows come al solito. Microsoft ha ufficialmente ammesso l’esistenza del baco, aggiornando le pagine di supporto per i pacchetti di patch distribuiti a novembre (KB4586853) e dicembre (KB4592438) per Windows 10 2004 e 20H2.

Windows 10 rotto

Stando a quanto sostiene Redmond, un “numero ridotto di sistemi” ha sperimentato l’impossibilità di avviare i dischi dopo l’installazione dei suddetti pacchetti di aggiornamento. Ora la corporation ha distribuito l’ennesima patch correttiva per le patch bacate, un aggiornamento che dovrebbe augurabilmente risolvere il problema su tutti i sistemi configurati per l’uso automatico di Windows Update.

Nel caso in cui il danno fosse già stato fatto e il disco di sistema risultasse inaccessibile, Microsoft fornisce altresì le istruzioni necessarie a ripristinare il boot di Windows. La procedura descritta prevede l’avvio della console di ripristino di Windows 10, l’esecuzione di chkdsk /f nell’ambiente protetto e il riavvio (possibilmente senza BSOD o errori di sorta) dell’ambiente normale dell’OS-come-disastro.

Microsoft

News

Microsoft appoggia Facebook contro NSO Group

Luca Colantuoni | 22 Dicembre 2020

Facebook Microsoft WhatsApp

Microsoft e altre aziende hanno deciso di appoggiare Facebook nella causa contro NSO Group, la software house che ha creato Pegasus, noto tool di sorveglianza.

Microsoft, Google, Cisco, VMware e Internet Association hanno deciso di appoggiare Facebook nella battaglia legale contro NSO Group, l’azienda israeliana che sviluppa il famigerato Pegasus, utilizzato da alcuni governi come strumento di spionaggio. Secondo Facebook, NSO Group è corresponsabile dell’attacco effettuato l’anno scorso contro migliaia di persone, sfruttando una vulnerabilità di WhatsApp.

In base a quanto dichiarato da NSO Group, Pegasus viene utilizzato solo per combattere il crimine. In realtà alcuni governi autoritari usano il tool per spiare dissidenti politici, difensori dei diritti umani e giornalisti. Lo spyware è stato installato lo sorso anno su oltre 1.400 smartphone, sfruttando una vulnerabilità presente in WhatsApp.

I ricercatori di Citizen Lab hanno confermato il coinvolgimento di NSO Group, mentre Facebook ha denunciato l’azienda israeliana per aver violato il Computer Fraud and Abuse Act e altri leggi che vietano l’accesso non autorizzato ai dispositivi elettronici.

In sua difesa, NSO Group ha affermato di avere l’immunità sovrana, in quanto vende il software a governi stranieri. Secondo Microsoft e altre aziende, l’eventuale concessione dell’immunità sovrana porterebbe ad una proliferazione di tool per la sorveglianza che violano le leggi statunitensi.

Microsoft crede che i “mercenari del 21esimo secolo“, come NSO Group, non dovrebbero nascondersi dietro l’immunità dei loro clienti per evitare le responsabilità conseguenti all’uso dei software che loro stessi hanno creato. Queste “armi digitali” possono finire nelle mani sbagliate in seguito ad attacchi informatici, come accaduto all’italiana Hacking Team. Inoltre aziende private come NSO Group non comunicano la scoperta delle vulnerabilità, in quanto ne traggono un profitto. Microsoft afferma infine che questi tool di spionaggio vengono utilizzati per violare i diritti umani.

Microsoft e altre aziende ritengono che il business model di NSO Group è pericoloso e tale immunità consentirebbe di continuare la loro attività pericolosa senza regole legali, responsabilità o ripercussioni.

Microsoft

CPU

ARM, un SoC custom anche per Microsoft?

Alfonso Maruccia | 21 Dicembre 2020

ARM Intel Microsoft x86

Dopo Apple, anche Microsoft sarebbe interessata a farsi il suo chip ARM personale per applicazioni server e consumer della linea Surface. La minaccia a Intel si fa seria?

Microsoft intenderebbe seguire Apple sulla strada dei chip custom basati su architettura ARM, una mossa che permetterebbe alla corporation di Redmond di avere, come la suddetta Apple, maggiore controllo sul proprio destino tecnologico. Il rischio, ovviamente, è tutto per Intel e per il business fin qui fiorente delle CPU x86 per server.

Apple ha svelato l’esistenza del suo primo SoC ARM (M1) nelle ultime settimane, dopo un lavoro di design in cantiere da anni. Nel caso di Microsoft al momento si parla ancora di indiscrezioni, sebbene il portavoce Frank Shaw abbia parlato di “investimenti” nelle capacità interne dell’azienda di progettare, produrre e sviluppare nuove soluzioni nell’ambito dei componenti al silicio.

ARM

Secondo i rumor, Microsoft potrebbe sfruttare il suo chip ARM fatto in casa prima di tutto per i server del cloud di Azure, e in seconda istanza per i sistemi custom della linea Surface. Già in passato l’azienda aveva sviluppato SoC personalizzati in collaborazione con Qualcomm (Snapdragon SQ1, ARM) e AMD (Ryzen 3 custom, x86), ma questa volta l’indipendenza sarebbe quasi totale alla stregua di quanto fatto da Apple.

Diversamente dalla casa di Cupertino, se confermata la mossa di Microsoft potrebbe avere conseguenze decisamente più massicce per l’intero settore delle CPU. M1 non è destinato a rivoluzionare alcunché a eccezione del “giardino recintato” dei contenuti e dei servizi di Apple, mentre la storica partnership tra Microsoft e Intel per l’uso e il supporto dei processori x86 renderebbe la posizione di quest’ultima azienda a dir poco difficile.

Un ipotetico chip ARM custom in ambito server sarebbe forse meno potente, in quanto a capacità di calcolo, rispetto alle CPU x86 più recenti. Ma come il caso di Apple M1 sta a dimostrare, i vantaggi di una soluzione fatta in casa (per di più basata su un’architettura molto efficiente dal punto di vista energetico come ARM) sono la stretta integrazione dei diversi componenti “saldati” nel SoC (cache, memoria RAM, chipset ecc.) e la possibilità di “accelerare” i calcoli necessari a specifici task operativi.

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