Legge antitrust

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Google, indagine antitrust anche in Cina

Alfonso Maruccia | 1 Ottobre 2020

Antitrust Google Huawei

Dopo le indagini antitrust in Europa e negli USA, Google potrebbe ora avere nuove grane legali in Cina. Pechino è pronta a indagare sulla corporation per la violazione delle leggi antitrust nel mobile.

Google è da anni impegnata a fronteggiare le ripetute indagini antitrust delle autorità europee, e lo stesso schema dovrebbe presto replicarsi anche negli USA con l’azione legale congiunta di 50 diversi procuratori statali e del Dipartimento di Giustizia federale. Per non farsi mancare proprio niente, Mountain View potrebbe presto aggiungere la Cina alla sua già ricca collezione di contese antitrust dalle multe multi-miliardarie.

Secondo le indiscrezioni, infatti, le autorità comuniste di Pechino sarebbero pronte a lanciare un’indagine antitrust a tutto tondo contro Google. Obiettivo: capire se la corporation californiana ha sfruttato la propria posizione dominante nel mercato mobile per reprimere e soffocare la concorrenza.

Google in Cina

Google avrebbe abusato dello strapotere del sistema operativo Android per tagliare le gambe alle aziende concorrenti, ipotizzano da Pechino. La nuova indagine potrebbe arrivare presto, dicono le fondi, forse già nel corrente mese di ottobre. Significativo il fatto che la Cina si sarebbe mossa su input di Huawei, con una lamentazione esaminata dall’autorità cinese per la regolamentazione del mercato (SAMR).

L’indagine antitrust contro Google si inserirebbe insomma di diritto nella guerra commerciale tra Cina e USA, o meglio tra Cina e Donald Trump con relativi famigli, che ha preso proprio Huawei come bersaglio privilegiato delle sanzioni di Washington. Ora che le elezioni presidenziali di novembre sono sempre più vicine, è prevedibile un ulteriore aumento di tensione tra la superpotenza asiatica e il regime Trumpiano attualmente al governo negli Stati Uniti.

Facebook

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FTC: Facebook deve vendere WhatsApp e Instagram

Luca Colantuoni | 10 Dicembre 2020

Antitrust Facebook WhatsApp

Secondo la FTC, Facebook ha ostacolato la concorrenza nel mercato dei social network, per cui il giudice potrebbe imporre la vendita di WhatsApp e Instragram.

Dopo una lunga indagine effettuata in collaborazione con i procuratori generali di 46 stati, la FTC (Federal Trade Commission) ha accusato Facebook di aver compiuto azioni anticoncorrenziali per acquisire o mantenere la sua posizione dominante nel mercato dei social network. L’antitrust statunitense chiede quindi la cessione di WhatsApp e Instagram per ripristinare la competizione. L’azienda di Menlo Park ha risposto alle accuse, parlando di “revisionismo della storia” e promettendo battaglia in tribunale.

Le accuse della FTC

La FTC afferma che Facebook ha adottato una strategia sistematica per eliminare i pericoli per il suo monopolio. Ciò è stato fatto con l’acquisizione di WhatsApp e Instagram nel 2014 e nel 2012, ma anche imponendo specifiche condizioni agli sviluppatori di terze parti. Questa condotta ha lasciato poche scelte ai consumatori e privato gli inserzionisti dei vantaggi della concorrenza.

L’autorità antitrust afferma che Facebook ha deciso di acquisire Instagram dopo aver notato che gli utenti iniziavano ad utilizzare maggiormente gli smartphone e la condivisione delle foto. Con l’acquisizione del 2012 è stato quindi neutralizzato un possibile pericolo per il suo monopolio.

La FTC afferma inoltre che Facebook aveva visto in WhatsApp un’altra minaccia perché il servizio di messaggistica poteva entrare nel mercato dei social network. Pertanto i dirigenti hanno deciso la sua acquisizione nel 2014. L’antitrust statunitense chiederà quindi al giudice di emettere un’ingiunzione permanente che obblighi Facebook a vendere WhatsApp e Instagram.

L’autorità antitrust ha inoltre accusato Facebook di aver vietato l’accesso al social network (tramite API) alle app di terze parti che offrono funzionalità simili. Nel comunicato viene citato il caso di Vine, l’app di Twitter che consentiva di condividere brevi video (Facebook ha bloccato l’accesso agli amici sul social network).

La risposta di Facebook

Facebook ha pubblicato un lungo comunicato per rispondere alle accuse della FTC. L’azienda di Menlo Park afferma innanzitutto che il risultato dell’indagine rappresenta un revisionismo storico, in quanto la stessa FTC (e altre autorità di altri paesi) avevano approvato l’acquisizione di WhatsApp e Instagram.

Facebook ritiene che le leggi antitrust non dovrebbero essere applicate in questo modo. In realtà, come sottolinea la FTC, sono possibili azioni retroattive, quindi anche se un’acquisizione è già stata approvata.

Facebook spiega nel comunicato che non ha impedito la concorrenza perché gli utenti possono scegliere altri servizi, come quelli offerti da Google, Twitter e TikTok. Inoltre, grazie agli investimenti effettuati in questi anni, WhatsApp e Instagram hanno portato importanti benefici a utenti, aziende e inserzionisti.

Facebook afferma infine che il divieto di accesso al social network a determinate app è una pratica utilizzata anche da altre aziende. In ogni caso ciò non ha avuto nessun impatto sulla concorrenza. Nei prossimi mesi si assisterà dunque allo scontro legale tra Facebook e la FTC. Il giudice dovrà stabilire se le accuse sono vere ed eventualmente imporre la cessione di WhatsApp e Instagram.

Legge antitrust

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L’Europa accusa Amazon di violazione delle regole antitrust

Alfonso Maruccia | 11 Novembre 2020

Amazon Antitrust E-commerce

Il colosso dell’e-commerce ha violato le regole in difesa della concorrenza, dice la UE, e potrebbe dover pagare una sanzione multimiliardaria. Una seconda indagine è già partita.

La Commissione Europea ha stabilito che Amazon ha violato le regole antitrust: la decisione della UE è preliminare e richiederà ancora ancora un supplemento di indagine, ma il colosso statunitense dell’e-commerce rischia di dover pagare una multa a dir poco faraonica.

Amazon Privacy

Amazon è da tempo nel mirino delle autorità di Bruxelles assieme al resto dei giganti dell’hi-tech, e la nuova decisione arriva in seguito all’apertura di un’indagine antitrust formale nel luglio del 2019. La UE voleva stabilire se la corporation fondata di Jeff Bezos avesse abusato della propria posizione dominante, usando a suo esclusivo vantaggio i dati sulle attività dei venditori di terze parti presenti sulla piattaforma.

Amazon Buy Box

Amazon ha sfruttato l’accesso privilegiato alle statistiche dei venditori esterni per tarare i propri algoritmi, decidere i nuovi prodotti da lanciare e più in generale marginalizzare i potenziali concorrenti nella vendita al dettaglio inibendo la loro “capacità di crescere”. L’indagine ha riguardato i marketplace di Francia e Germania, i due principali paesi europei in cui Amazon fa affari.

La decisione preliminare della UE è che la corporation americana abbia effettivamente violato le leggi sulla concorrenza, una sentenza che se confermata esporrebbe Amazon a una multa pari a un massimo del 10% dei ricavi annuali. Ovvero 37 miliardi di dollari secondo le stime attuali.

L’Europa ha inoltre avviato una seconda indagine, questa volta incentrata sui criteri con cui Amazon decide quali prodotti promuovere per l’acquisto tramite la cosiddetta “Buy Box” in alto a destra. La funzionalità permette di aggiungere prodotti al carrello con un singolo click, e la Commissione è interessata a stabilire se Amazon usi algoritmi specifici per favorire i suoi prodotti su quelli dei venditori di terze parti.

Google logo

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Google e display advertising, AGCM apre istruttoria

Luca Colantuoni | 28 Ottobre 2020

Advertising Antitrust Google

L’autorità antitrust italiana ha avviato un’istruttoria nei confronti di Google per verificare l’esistenza di condotte discriminatorie nel settore della pubblicità online.

A pochi giorni dalla causa avviata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Google deve affrontare una nuova indagine per abuso di posizione dominante. AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) ha infatti avviato un’istruttoria nei confronti dell’azienda di Mountain View, in seguito alla denuncia ricevuta da IAB (Interactive Advertising Bureau) Italia, associazione di imprese operanti nel settore del digital advertising.

Secondo l’autorità antitrust, Google avrebbe violato l’art. 102 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) che vieta lo sfruttamento abusivo di una posizione dominante. Nel caso dell’azienda di Mountain View, la posizione dominante riguarda il mercato della pubblicità online. La IAB afferma che Google impedisce ai concorrenti di accedere ai dati degli utenti necessari per la visualizzazione di inserzioni pubblicitarie personalizzate (display advertising).

A partire da maggio 2018, l’azienda californiana non fornisce più la chiave che permette di decifrare il Google ID degli utenti. Ciò impedisce agli inserzionisti di avviare campagne pubblicitarie basate sulle preferenze di navigazione degli utenti. Google avrebbe inoltre bloccato i pixel di tracciamento di terze parti su YouTube e utilizzato elementi traccianti che avvantaggiano i propri servizi di intermediazione pubblicitaria.

AGCM sottolinea che

Attraverso i cookie inseriti insieme a banner, pop-up o altre forme di messaggi pubblicitari visibili durante la consultazione di un sito web è possibile per inserzionisti, agenzie e intermediari pubblicitari acquisire dati rilevanti per la scelta di consumo dell’utente e personalizzare così le successive campagne, orientando il posizionamento dei messaggi sui contenuti di interesse del singolo utente.

A differenza dei concorrenti, Google possiede però molti strumenti che permettono di creare un profilo dettagliato degli utenti. Si tratta di Chrome (desktop e mobile), Android, Maps, Waze e altri servizi che usano il Google ID, tra cui Drive, Gmail e YouTube.

L’autorità antitrust evidenzia che le condotte discriminatorie di Google “sembrano avere un significativo impatto sulla concorrenza nei diversi mercati della filiera del digital advertising con ampie ricadute sui competitor e sui consumatori“.

L’assenza di concorrenza nell’intermediazione del digital advertising, infatti, potrebbe ridurre le risorse destinate ai produttori di siti web e agli editori, impoverendo così la qualità dei contenuti diretti ai clienti finali. Inoltre, l’assenza di una effettiva competizione basata sui meriti potrebbe scoraggiare l’innovazione tecnologica per lo sviluppo di tecnologie e tecniche pubblicitarie meno invasive per i consumatori.

Come indicato nell’istruttoria, il procedimento deve concludersi entro il 30 novembre 2021.

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