Apple Safari

Apple Safari, “castrazione chimica” per gli ad-blocker peggiore di Chrome

Il browser di Apple ha già da tempo introdotto forti limitazioni per le estensioni blocca-advertising, ma nessuno ha battuto un colpo. Tutti felici e contenti nel walled garden di Cupertino. E gli sviluppatori che si lamentano vanno fuori.

Negli ultimi mesi Google ha dato il là a una forte polemiche sull’implementazione del cosiddetto progetto Manifest v3, una tecnologia pensata per sostituire la vecchia API delle estensioni di Chrome (webRequest) con una fortemente limitante sul fronte del blocco dell’advertising (declarativeNetRequest). Google ha poi fatto parziale (e per gli sviluppatori inutile) marcia indietro, ma Apple ha già implementato un nuovo sistema “castra-adblocker” all’interno del suo walled garden privato e quasi nessuno si è lamentato per la novità.

Apple ha da tempo adottato la tecnologia App Extensions per lo sviluppo di estensioni sul browser Safari, un sistema che, nel caso degli ad-blocker, prevede il passaggio obbligato per un meccanismo chiamato Content Blocker che ha in pratica la stessa funzione della nuova API di Chromium/Chrome: piuttosto che gestire in maniera diretta le richieste di accesso alle risorse Web, le estensioni sono costrette a passare per il controllo diretto al browser che gestirà a suo piacimento (e a piacimento delle politiche di Apple) i tentativi di blocco della pubblicità.

Apple Safari, Content Blocker

Content Blocker è ancora più castrante della “nuova” versione di declarativeNetRequest proposta da Google, limitando a 50.000 il numero massimo di regole consentite per le estensioni contro i 120.000 della API di Chromium. Un ad-blocker decente, che necessita di applicare milioni di regole per un blocco efficace della pubblicità, non può sostanzialmente esistere né in regime di declarativeNetRequest né come “filtro” in Content Blocker.

A partire dalla scorsa settimana, Safari non permette più l’installazione delle “vecchie” estensioni non basate su App Extensions, e ora anche lo sviluppatore di uBlock Origin ha gettato la spugna consigliando agli utenti di usare (su Mac) una vecchia versione di Safari o di passare a Mozilla Firefox. Un browser che ora, anche su Mac, è l’unica vera alternativa disponibile per gli utenti più attenti alla privacy e alla personalizzazione della propria navigazione Web.

Apple ha, di fatto, castrato in maniera definitiva gli ad-blocker “indipendenti” su macOS e iOS, ma le lamentele da parte di utenti e sviluppatori sono state poche se non quasi inesistenti. Tante le possibili ragioni, compresa la ridotta quota di mercato del browser Safari, il campo di distorsione della realtà in cui vive felice il tipico utente Apple o anche il fatto che Cupertino, diversamente da Google, gestisce in maniera padronale il suo “giardino cintato” delle app e delle estensioni per macOS/iOS.

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