Windows 10 rotto

Windows

AdDuplex: Windows 10 1809 riparte piano

Alfonso Maruccia | 30 Novembre 2018

Microsoft Windows

Le stime della società lituana evidenziano una certa cautela nella distribuzione dell’ultimo OS Microsoft, una release letteralmente disastrata in quanto […]

Le stime della società lituana evidenziano una certa cautela nella distribuzione dell’ultimo OS Microsoft, una release letteralmente disastrata in quanto a bug e incidenti di percorso. A Redmond l’hanno finalmente capito.

AdDuplex ha rilasciato il suo ultimo rapporto sull’utilizzo delle diverse versioni di Windows 10 in giro per il mondo, numeri secondo i quali l’ultima, disastrosa release dell’OS-come-servizio sta arrivando sui PC degli utenti con ritmi parecchio rilassati. I guai di Windows 10 1809 sembrano non finire mai, e Microsoft ha forse compreso che non è il caso di esacerbare la situazione forzando il download tramite il pestifero servizio di Windows Update.

AdDuplex basa i suoi dati sull’AdDuplex SDK v2 o versioni successive, un kit di sviluppo usato da oltre 5.000 app UWP distribuite tramite lo Store ufficiale di Microsoft; stando a tali informazioni, Windows 10 October 2018 Update è ora installato sul 2,8% dei PC che usano Windows 10. L’ultima major release dell’OS universale è cresciuta di pochi decimali (dal 2,3% precedente) nelle due settimane passate dal ripristino della distribuzione da parte di Microsoft.

Installazioni di Windows 10

La versione più utilizzata continua a essere April 2018 Update (Windows 10 1803) con un notevole 89,5%, conseguenza certo della distribuzione estesa decisa da Microsoft al tempo ma anche del fatto che la corporation ha deciso di andarci piano con Windows 10 1809. Dopo l’impatto devastante dei tanti, gravissimi bug scoperti dagli utenti finali, a Redmond qualche adulto ha forse preso il controllo del “giocattolo” Windows 10 premendo il freno sui server.

Bug e patch

Le altre release di Windows 10 raccolgono le briciole dell’utenza e sono tutte – prevedibilmente – in discesa, dice AdDuplex. Il fatto che la società specializzata in “inter-promozione” fra app limiti le sue stime su qualche migliaio di app consiglia prudenza nel trattare i dati; nondimeno, in assenza di qualsiasi comunicazione ufficiale da parte di Microsoft, lo studio AdDuplex costituisce una delle poche fonti utili a valutare l’andamento degli upgrade di Windows 10.

AdDuplex ha poi valutato anche la popolarità dei dispositivi Surface presso l’utenza, con il Surface Pro a farla da padrone (nelle sue diverse iterazioni) sul resto dei modelli. Tornando ai guai di Windows 10, infine, Microsoft ha corretto alcuni dei bug già individuati da tempo – e fin qui mai risolti – nel sistema incluso quello che interferiva con l’associazione tra le applicazioni Win32 native e le estensioni di file. La patch non è (ancora) disponibile per Windows 10 1809.

Potrebbe interessarti anche:

AdDuplex: ecco gli ultimi dati su Windows 10 Mobile

Windows 10, la nuova versione è pronta

Windows 10 1809: i guai non finiscono mai

Windows 10 bug errori disastro

Windows

Bug Chkdsk, Microsoft ci mette una pezza a tempo di record

Alfonso Maruccia | 22 Dicembre 2020

Microsoft Software Windows

A breve distanza dalla rivelazione pubblica, il bug che coinvolge le ultime versioni di Windows 10 e l’utility Chkdsk viene corretto con un nuovo aggiornamento ufficiale. La solita patch per la patch, in attesa delle nuove patch.

Nella nuova era di Windows 10 e della QA amatoriale del programma Insider, persino l’uso di un’utility basilare ed essenziale come Chkdsk può portare alla compromissione dei dati degli utenti. Il caso è l’ennesimo, imbarazzante promemoria dell’instabilità della piattaforma Windows sotto la gestione di Satya Nadella, e questa volta anche Microsoft dev’essersi accorta del disagio – di principio prima ancora che concreto – vista la velocità con cui ha reagito al problema.

Il bug può portare alla compromissione del file system quando si usa il tool Chkdsk /f dalla riga di comando, con conseguente impossibilità di effettuare il boot di Windows come al solito. Microsoft ha ufficialmente ammesso l’esistenza del baco, aggiornando le pagine di supporto per i pacchetti di patch distribuiti a novembre (KB4586853) e dicembre (KB4592438) per Windows 10 2004 e 20H2.

Windows 10 rotto

Stando a quanto sostiene Redmond, un “numero ridotto di sistemi” ha sperimentato l’impossibilità di avviare i dischi dopo l’installazione dei suddetti pacchetti di aggiornamento. Ora la corporation ha distribuito l’ennesima patch correttiva per le patch bacate, un aggiornamento che dovrebbe augurabilmente risolvere il problema su tutti i sistemi configurati per l’uso automatico di Windows Update.

Nel caso in cui il danno fosse già stato fatto e il disco di sistema risultasse inaccessibile, Microsoft fornisce altresì le istruzioni necessarie a ripristinare il boot di Windows. La procedura descritta prevede l’avvio della console di ripristino di Windows 10, l’esecuzione di chkdsk /f nell’ambiente protetto e il riavvio (possibilmente senza BSOD o errori di sorta) dell’ambiente normale dell’OS-come-disastro.

Microsoft

News

Microsoft appoggia Facebook contro NSO Group

Luca Colantuoni | 22 Dicembre 2020

Facebook Microsoft WhatsApp

Microsoft e altre aziende hanno deciso di appoggiare Facebook nella causa contro NSO Group, la software house che ha creato Pegasus, noto tool di sorveglianza.

Microsoft, Google, Cisco, VMware e Internet Association hanno deciso di appoggiare Facebook nella battaglia legale contro NSO Group, l’azienda israeliana che sviluppa il famigerato Pegasus, utilizzato da alcuni governi come strumento di spionaggio. Secondo Facebook, NSO Group è corresponsabile dell’attacco effettuato l’anno scorso contro migliaia di persone, sfruttando una vulnerabilità di WhatsApp.

In base a quanto dichiarato da NSO Group, Pegasus viene utilizzato solo per combattere il crimine. In realtà alcuni governi autoritari usano il tool per spiare dissidenti politici, difensori dei diritti umani e giornalisti. Lo spyware è stato installato lo sorso anno su oltre 1.400 smartphone, sfruttando una vulnerabilità presente in WhatsApp.

I ricercatori di Citizen Lab hanno confermato il coinvolgimento di NSO Group, mentre Facebook ha denunciato l’azienda israeliana per aver violato il Computer Fraud and Abuse Act e altri leggi che vietano l’accesso non autorizzato ai dispositivi elettronici.

In sua difesa, NSO Group ha affermato di avere l’immunità sovrana, in quanto vende il software a governi stranieri. Secondo Microsoft e altre aziende, l’eventuale concessione dell’immunità sovrana porterebbe ad una proliferazione di tool per la sorveglianza che violano le leggi statunitensi.

Microsoft crede che i “mercenari del 21esimo secolo“, come NSO Group, non dovrebbero nascondersi dietro l’immunità dei loro clienti per evitare le responsabilità conseguenti all’uso dei software che loro stessi hanno creato. Queste “armi digitali” possono finire nelle mani sbagliate in seguito ad attacchi informatici, come accaduto all’italiana Hacking Team. Inoltre aziende private come NSO Group non comunicano la scoperta delle vulnerabilità, in quanto ne traggono un profitto. Microsoft afferma infine che questi tool di spionaggio vengono utilizzati per violare i diritti umani.

Microsoft e altre aziende ritengono che il business model di NSO Group è pericoloso e tale immunità consentirebbe di continuare la loro attività pericolosa senza regole legali, responsabilità o ripercussioni.

Microsoft

CPU

ARM, un SoC custom anche per Microsoft?

Alfonso Maruccia | 21 Dicembre 2020

ARM Intel Microsoft x86

Dopo Apple, anche Microsoft sarebbe interessata a farsi il suo chip ARM personale per applicazioni server e consumer della linea Surface. La minaccia a Intel si fa seria?

Microsoft intenderebbe seguire Apple sulla strada dei chip custom basati su architettura ARM, una mossa che permetterebbe alla corporation di Redmond di avere, come la suddetta Apple, maggiore controllo sul proprio destino tecnologico. Il rischio, ovviamente, è tutto per Intel e per il business fin qui fiorente delle CPU x86 per server.

Apple ha svelato l’esistenza del suo primo SoC ARM (M1) nelle ultime settimane, dopo un lavoro di design in cantiere da anni. Nel caso di Microsoft al momento si parla ancora di indiscrezioni, sebbene il portavoce Frank Shaw abbia parlato di “investimenti” nelle capacità interne dell’azienda di progettare, produrre e sviluppare nuove soluzioni nell’ambito dei componenti al silicio.

ARM

Secondo i rumor, Microsoft potrebbe sfruttare il suo chip ARM fatto in casa prima di tutto per i server del cloud di Azure, e in seconda istanza per i sistemi custom della linea Surface. Già in passato l’azienda aveva sviluppato SoC personalizzati in collaborazione con Qualcomm (Snapdragon SQ1, ARM) e AMD (Ryzen 3 custom, x86), ma questa volta l’indipendenza sarebbe quasi totale alla stregua di quanto fatto da Apple.

Diversamente dalla casa di Cupertino, se confermata la mossa di Microsoft potrebbe avere conseguenze decisamente più massicce per l’intero settore delle CPU. M1 non è destinato a rivoluzionare alcunché a eccezione del “giardino recintato” dei contenuti e dei servizi di Apple, mentre la storica partnership tra Microsoft e Intel per l’uso e il supporto dei processori x86 renderebbe la posizione di quest’ultima azienda a dir poco difficile.

Un ipotetico chip ARM custom in ambito server sarebbe forse meno potente, in quanto a capacità di calcolo, rispetto alle CPU x86 più recenti. Ma come il caso di Apple M1 sta a dimostrare, i vantaggi di una soluzione fatta in casa (per di più basata su un’architettura molto efficiente dal punto di vista energetico come ARM) sono la stretta integrazione dei diversi componenti “saldati” nel SoC (cache, memoria RAM, chipset ecc.) e la possibilità di “accelerare” i calcoli necessari a specifici task operativi.

Login

Password dimenticata?

Password dimenticata?

Inserisci i tuoi dati dell'account e ti invieremo un link per reimpostare la tua password.

Il link di reset della password sembra che sia invalido o scaduto.

Login

Privacy Policy

Aggiungi alla collezione

No Collections

Here you'll find all collections you've created before.